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Sono fotogenico

Sono fotogenico

Sono fotogenico

di Dino Risi (Italia, Francia, 1980)
con Renato Pozzetto, Edwige Fenech,
Aldo Maccione, Massimo Boldi, Julien Guiomar,
Gino Santercole, Roberta Lerici, Bruna Cealti,
Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Mario Monicelli, Barbara Bouchet,
Attilio Dottesio, Margherita Horowitz, Luigi Di Sales

Commedia molto divertente con protagonista Renato Pozzetto.
Antonio Barozzi, un giovane sui trent’anni (quando ha girato questo film Pozzetto ne aveva già 40), lascia il suo paesino in provincia di Varese per trasferisi a Roma in cerca di fortuna. Dal momento che si crede fotogenico e ha una grandissima passione per il cinema, ambisce a diventare un attore di fama internazionale. Il suo sogno più grande – addirittura – è vincere un premio Oscar.
Sfortunatamente, però, le cose per lui vanno molto male: si riduce a vivere in una squallida pensione di quart’ordine, si presenta a decine di provini senza ottenere grossi successi, il fotografo che gli realizza il book lo insulta e lo demoralizza, il suo agente non fa che illuderlo e truffarlo, ecc. Insomma riuscirà a recitare solo in qualche tristissimo film con il ruolo di comparsa.
Anche dal punto di vista sentimentale le cose gli vanno tutt’altro che bene: durante le riprese di un film si innamora di Cinzia, una splendida ragazza – anch’ella comparsa – ma questa pare non corrisponde i suoi sentimenti; anzi intrattiene rapporti con diversi uomini, pur illudendo il nostro in un paio di occasioni.
Pensate a questa pellicola come a una versione “showbiz” de “Il ragazzo di campagna”. L’unica differenza è che qui il finale è molto più amaro. In un certo senso “Sono fotogenico” cerca di essere satira di costume, vuole sbeffeggiare un po’ il crudele mondo dei cinematografari romani, elogiare le persone semplici e pure di provincia ma finisce per tracciare un quadro triste e desolante di ambizioni distrutte e di laidi figuri.
Il film è costruito intorno a Pozzetto. Una delle scene più esilaranti è quella della seduta dal fotografo per la realizzazione del book in cui il protagonista mantiene un’unica espressione per tutto il tempo, nonostante gli venga chiesto di interpretare una serie di sentimenti completamente differenti.
Edwige Fenech è giovane e bella come sempre (in questo tipo di film). Ha la parte di Cinzia, l’attricetta dai facili costumi. Peccato sia doppiata da una tizia con un consistente accento romanesco. Certo la sua voce originale con marcato accento francese non sarebbe stata appropriata però mi preme ribadire che parte del suo imperituro fascino deriva anche dalla sua voce e da quel vezzo fonetico. La scena a seno nudo, ovviamente, non può mancare. Se vi mettete a cercate su Google Images con la chiave “Sono fotogenico” potrete capire cosa intendo.
Aldo Maccione interpreta l’avvocato scroccone e volgare che cerca in tutti i modi di truffare il protagonista.
Buffissimo Boldi nei panni del cognato del protagonista: lo vediamo molto magro, dotato di baffetti ridicoli e di capelli completamente impomatati.
A Julien Guiomar hanno dato il ruolo del vecchio attore che tutti chiamano “maestro”, un tizio lercio, situabile ai limiti della pederastia, che tiene lezioni di recitazione al fine di irretire giovani attori provetti.
Mario Monicelli, Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman interpretano loro stessi ma lo fanno mettendo in scena solo il loro lato peggiore, dimostrandosi cioè cattivi, superbi, presuntuosi, insofferenti, maleducati, volgari, supponenti, ecc.
Roberta Lerici veste i panni di Marisa, la fidanzata racchia e provinciale che il protagonista aveva prima di lasciare il paisello.
Gino Santercole, invece, impersona il fidanzato storico di Cinzia, un tizio dai capelli rossi e ricci che ha la fama di essere uno picchiatore.
Il soggetto e la sceneggiatura del film sono di Massimo Franciosa, Dino Risi e Marco Risi.
Non lo credevo possibile ma, guardando questo film, ho riso sonoramente e di gusto tre o quattro volte.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Cancelleria generazionale

Fonte: Memories and thoughts via Akille.net.

Toy Story 3 – La grande fuga

Toy Story 3 – La grande fuga

di Lee Unkrich (Usa, 2010)

Ancora una volta la Pixar mi ha entusiasmato, sopreso e persino fatto emozionare. Il terzo capitolo della saga “Toy Story” è forse il più bello – anche se ammetto di non ricordare benissimo gli altri due.
Ancora una volta i giocattoli sono protagonisti. La storia, raccontata dal loro punto di vista, è davvero emozionante. Il tema principale che viene messo in scena è il momento del distacco dall’infanzia all’età adulta. Altri temi interessanti trattati, anche se secondari sono: l’amicizia, il governo dispotico antidemocratico, la potenza delle masse (l’unione fa la forza), la caparbietà e la forza d’animo, le turbe psichiche che possono derivare dalla mancanza d’affetto, l’eccessiva turbolenza dei bambini in età pre-adolescenziale, la fiducia, la fedeltà, la cieca ottusità della catena di comando militare e altro ancora.
Un po’ di retorica in tutto ciò è presente – inutile negarlo – ma il fenomeno viene rappresentato in maniera originale, da un punto di vista originale ed insolito. Anche il fattore nostalgia è molto forte ma si tratta pur sempre di qualcosa di sopportabile. Diciamo pure, insomma, che la simpatia che ispirano molti giocattoli (vedi i piccoli piselli nel baccello o il cavallo Bullseye) e alcuni personaggi umani (vedi, ad esempio, la bimba Bonnie) mitiga il tutto, facendo cioè da contraltare alla sdolcinatezza in cui si può cadere facilmente raccontando questi temi.
Per quanto riguarda il doppiaggio italiano vorrei quasi soprassedere. Il film l’ho visto solo in Italiano per cui non posso fare paragoni. Tuttavia lasciatemi dire che avrei fatto scelte diverse per i doppiatori italiani – pur essendo tutti tecnicamente molto validi. L’unica mia citazione di merito va a Fabio De Luigi a cui è stato chiesto di dar voce all’effeminatissimo personaggio di Ken. Ancora mi sto chiedendo se la Mattel abbia letto lo script prima di dare l’autorizzazione all’uso del nome e dell’immagine di questo giocattolo. Per fortuna, invece, Barbie ci esce abbastanza bene. Il telefono a disco con le ruote della Tomy è stato doppiato da Gerry Scotti. Va bene, ci voleva una voce calda, amica, non giovanissima… ma ci rendiamo conto!? Gerry Scotti. Bah.
Forse è inutile ripeterlo ancora una volta ma lo farò: i film della Pixar non sono per bambini. O meglio: non solo SOLO per bambini. Son capaci di far divertire tutti, indipendentemente dall’età. E con il termine “Divertimento” qui non intendo ristrettivamente lo sbellicarsi dalle risate ma il godersi uno spettacolo di ottima fattura, sia per gli occhi, che per la mente, il cuore, l’anima, ecc.
Nota 1 sul piccolo corto animato che precede il film: spettacolare. Un’idea geniale realizzata in maniera semplice ma deliziosa. Il giorno e la notte che s’incontrano e si scontrano mostrando i loro lati positivi e negativi. Il balletto tra i due “layer” – chiamiamoli così – mi ha ricordato un po’ i fasti orchestrali del film Disney “Fantasia”.
Nota 2 sul 3D: tecnicamente notevole ma quasi inutile. Oh, io dopo i primi 3 minuti ho dimenticato di avere gli occhiali sul naso e non ho fatto più caso alla profondità di campo. Come dire: in 2D avrei apprezzato tutto allo stesso modo. Ancora non vedo grossi motivi per sbalordirsi. Passata la meraviglia della prima visione, resta ben poco.
Nota 3 sul Cinestar di Andria – il cinema multisala dove ho visto questa pellicola in 3D. Ottima l’idea di far acquistare allo spettatore gli occhialini 3D al costo di un solo Euro. In questo modo l’oggetto diventa personale, ossia non ci sono problemi d’igiene e lo spreco è ridotto al minimo, perché il singolo pezzo è riutilizzabile mille volte. Ad ogni modo, nel 2010, in Italia, 10 Euro per la visione di una sola pellicola, a mio modesto parere, rimane una cifrà troppo elevata.
Attenzione: guardando il trailer in 3D del nuovo episodio di Shrek m’è venuto un dubbio. Mi sono chiesto: perché alla fine del trailer hanno scritto “Disponibile anche in 2D”? Non avranno mica paura che qualche potenziale spettatore non vada al cinema perché ha recepito l’informazione sbagliata, ossia che quella pellicola venga proiettata solo con il costosissimo 3D? Secondo me qualche dubbio sugli sviluppi di crescita degli incassi legati a questa tecnologia iniziano ad averlo anche le stesse major del cinema.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Un pranzo al Palazzo Personé di Lecce

La scorsa settimana sono passato per Lecce. Ero in città per motivi turistici. Ho fatto un giro al centro per visitare i tipici luoghi che incuriosicono chi non è mai stato nel capoluogo salentino. Poi, verso mezzogiorno, mi sono fermato a pranzare in un curioso ristorante: il Palazzo Personé.
Il posto mi ha colpito subito perché molto “stiloso” (passatemi il termine). Voglio dire: mi ha incuriosito l’arredamento contemporaneo (qualcuno direbbe “di design”) e l’essenzialità con cui sono stati allestiti gli interni. Ad esempio: la volta è di tufo, quasi a cupola, sui toni del giallo ocra chiaro, restaurata molto recentemente, il bancone è di legno chiaro, molto liscio, i tavolini sono molto vecchi (antichizzati) ma ricoperti di uno spesso strato di vetro trasparente. Sì, lo so: sono una persona molto frivola.
Fuori, per strada, ci sono alcuni tavolini ma io ho pranzato dentro, al fresco. Mercoledì scorso il sole era di quelli che spacca le pietre – quasi.
Appena seduto ho notato che la consolle era accesa e mandava musica house, di quella soft, molto gradevole, che non dà fastidio. Negli Usa la chiamano “Soulful House”. La consolle consolle (munita di due cdj Pioneer all’avanguardia) è poggiata su una piccola mensola nella vetrina (per dire quanta importanza viene data alla musica in questo posto). Probabilmente resta accesa per tutto il tempo in cui il locare rimane aperto. Di certo in alcune sere d’estate c’è anche un dj a “cambiare i dischi”. Il posto si trasforma in un american bar, c’è da giurarci. Inoltre alle pareti sono appesi dei piccoli pannelli di forex quadrati su cui sono riprodotte delle foto in bianco e nero, riportanti al centro il centrino di interessanti mix di musica house. Non c’era da sbagliarsi: il posto per me, decisamente.
Ho ordinato una frisa con patè di melanzana come antipasto e un trancio di tonno scottato con sesamo e semi di papavero. Da bere solo una bottiglia di Acqua Surgiva da 75 cl. leggermente gasata. La Ferrarelle non c’era. Tutto molto buono. Totale: 22 Euro. Alla cassa ne ho pagati 20. Mi hanno fatto lo sconto senza che io lo chiedessi. Si saranno voluti scusare forse del fatto che ho atteso un po’ prima che venissero a prendere l’ordinazione? Strano perché il locale era tutt’altro che affollato. Tra le altre cose i 2 Euro scontati erano proprio i 2 Euro di “coperto”. Pessima usanza, questa di far pagare al cliente per il posto in cui si siede! Nota dolentissima.
Per il resto tutto ok. I camerieri sono gentilissimi, si mangia bene, il menu non è scontato (c’era anche la bistecca di toro sulla carta), il locale è bello (si tratta del piano terra ristrutturato di un vecchio palazzo signorile), a pranzo non c’è confusione, il bagno è spazioso, moderno e pulitissimo, i prezzi non sono folli per uno che vive a Roma. D’altronde Lecce ad agosto è una città iper-turistica.

Il Palazzo Personé credo fornisca anche servizio hotel, ossia ha anche camere per soggiornare.
Si trova in via Umberto I, al numero 5, ossia in una stradina stretta, a due passi dal centro. Ci si mette un minuto da piazza Sant’Oronzo: una delle più importanti di Lecce, lì dove c’è l’obelisco con la statua del santo e l’anfiteatro Romano.
Per ulteriori informazioni sentitevi liberi di visitare il sito ufficiale.

La foto che accompagna questo post è presa dal sito ufficiale

I soliti sospetti

I soliti sospetti
(The Usual Suspects)

di Bryan Singer (USA, 1995)
con Gabriel Byrne, Kevin Spacey, Chazz Palmintieri,
Benicio Del Toro, Stephen Baldwin, Pete Postlethwaite,
Kevin Pollack, Giancarlo Esposito, Suzy Amis, Dan Hedaya

Non so quante volte ho rivisto questo film: 3, forse 4. Non importa. Il fatto è che trovo sempre molto gustoso il modo in cui lo spettatore scopre i fatti attraverso la ricostruzione del sospettato Verbal e di come scopra solo alla fine, inserendo l’ultima tessera di un puzzle alquanto complicato, quale sia la vera identità del famigerato Keyser Söze.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Qui potete vedere la locandina originale americana.

In nome del popolo italiano

In nome del popolo italiano

di Dino Risi (Italia, 1971)
con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman,
Yvonne Furneaux, Michele Cimarosa, Ely De Galleani,
Pietro Tordi, Pietro Nuti, Checco Durante, Enrico Ragusa,
Maria Teresa Albani, Simonetta Stefanelli, Franco Angrisano,
Renato Baldini, Edda Ferronao, Francesco D’Adda, Paolo Paoloni,
Franca Ridolfi, Marcello Di Falco, Giò Stajano, Vanni Castellani

Nonostante il fantastico duo Gassman/Tognazzi  – e Dino Risi alla regia – questa non può essere considerata propriamente una commedia; tuttavia qui siamo in presenza di un piccolo capolavoro di amarissima ironia.
“In nome del popolo italiano” mette in scena un conflitto tra due idee: quella di uguaglianza, giustizia, rettitudine morale – impersonata dal giudice settentrionale Mariano Bonifazi – e quella di liberismo estremo, edonismo, speculazione, rampantismo, “strafottenza”, menfreghismo, corruzione, conservatorismo reazionario e fascismo – impersonata dall’imprenditore di origini siciliane Lorenzo Santenocito.
L’espediente per il confronto tra questi due stili di vita è l’inchiesta che il giudice Bonifaci conduce presso la procura di Roma, riguardo il caso dell’omicidio di una giovanissima escort.
Ancora una volta troviamo sul grande schermo due mostri sacri del cinema italiano, l’uno di fronte all’altro in un testa a testa che sembra non poter avere vincitori, né vinti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Neppure un rigo in cronaca

Neppure un rigo in cronaca
di Gino & Michele (Gino Vignali e Michele Mozzati)
Feltrinelli – collana “Universale economica”, 2009
185 pagg. – 8 Euro

Il primo vero romanzo di Gino & Michele (storici fondatori dello Zelig cabaret, nonché curatori della celeberrima raccolta “Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano”) ha tutto l’aspetto di essere un’omaggio, un’accorata dedica a Milano. Infatti, sebbene sembri che la città faccia da sfondo al racconto, in realtà il tono nostalgico (ma non passatista) di chi nel capoluogo meneghino ci ha vissuto tutta la vita, rende protagonisti principali proprio i luoghi in cui si svolge l’azione – prima tra questi la Torre Velasca.
Attraverso lo sguardo di due ragazzini, due piccoli curiosoni che crescono e fanno le prime esperienze di vita in un quartiere popolare – uno dei tanti – nella Milano di fine anni ’50, Gino & Michele raccontano il goffo tentativo di cinque amici di mettere a segno un colpo multimilionario con il solo scopo di smascherare un tentativo di corruzione. Gli anni sono quelli del cosiddetto “Boom economico”, mentre l’humus della vicenda è quello della prima integrazione tra cittadini autoctoni e immigrati meridionali: un maestro elementare napoletano di nome Silvio, un barista dandy e sciupafemmine di nome Gilberto, un gelataio pugliese intriso di ideologia comunista di nome Defendente, un giornalista di cronaca di provincia di nome Claudio e uno scassinatore di casseforti siciliano, mago del biliardo, di nome Antonio, ordiscono una specie di rivalsa sociale, tramano cioè di rubare un consistente bottino, conservato in un appartamento della Torre Velasca e originariamente destinato ad essere una mazzetta.
Leggero, fresco e delizioso. Romanzo consigliato a tutti, anche a chi odia Milano.

La scheda di Bol.it e di IBS.it.

I Griffin – La storia segreta di Stewie Griffin

I Griffin – La storia segreta di Stewie Griffin
(Family Guy Presents Stewie Griffin: The Untold Story)

Regia di: Pete Michels, Peter Shin (Usa, 2005)

A me il cartone “I Griffin (Family Guy)” piace molto. Forse non quanto Futurama e i Simpson, ma piace.
Ciò nonostante, non avevo in programma, né alcuna intenzione, di acquistare DVD di questa serie ma qualche settimana fa, mentre ero in un punto vendita Ricordi alla ricerca di un bel po’ di “ricordini” per amici (scusate il bisticcio di parole), ho visto questo titolo in offerta a 10 Euro e, d’istinto, non ho potuto evitare di comprarlo.
In parole provere il lungometraggio “I Griffin – La storia segreta di Stewie” è un po’ come se fosse una lunga puntata del cartoon, nel senso che l’impianto narrativo è identico a quello delle tradizionali puntate brevi, solo che in questo caso si tratta di un meta-film di 88 minuti, ossia un film che racconta di un film in cui i protagonisti sono gli stessi componenti della famiglia Griffin. Difatti il prologo e l’epilogo del film sono due espedienti meta-narrativi: nel primo vediamo gli stessi personaggi arrivare sul red carpet per la premiere del film; nel secondo, a film terminato i nostri si recano nel loro pub di fiducia (L’ostrica ubriaca) per l’after-party, dove festeggiano il successo della pellicola.
La storia comunque racconta di quando Stewie, dopo un trauma, convintosi che Peter non sia suo padre, decide di andare a San Francisco (una delle città più gay degli Stati Uniti) per mettersi sulle orme di un adulto che gli assomiglia moltissimo.
Visione più che consigliata. Voto 7 e 1/2. Molto divertente.

La scheda di IMDb.com e quella su LaFeltrinelli.it.

Controcorrente

Scoperta grazie a @LadyLarri.

Voi usateli pure ma sappiate che non esistono

Lo abbiamo già detto altre volte ma, in casi come questo, ripetere non può che fare del bene. Negli uffici italiani, soprattutto in ambito marketing e IT (Information and Communication Technology) vengono usati dei verbi che sono semplicemente dei calchi buffi e/o brutti, presi da verbi o espressioni inglesi (meglio, americane).
Oggi se ne discute su FriendFeed. L’utente Paolo Feadin ha creato un thread appositamente in cui ognuno può aggiungere il proprio contributo, segnalando uno o più verbi.
Diciamo la verità: questi verbi in Italiano non esistono. O almeno non ancora. Si tratta di un uso meramente gergale, limitato per il momento all’ambito professionale. Spesso servono a capirsi in fretta, ad usare un unica parola al posto di una più lunga e complessa perifrasi. Ma non sempre. Tuttavia si possono usare – non siamo mica qui a fare i censori. Basta sapere che non esistono.

Vado ad elencarli, con spiegazione annessa.
1 – Fillare > da “To fill”, Riempire;
2 – Labellare > da “To label”, Etichettare;
3 – Deploiare > da “deploy”, Spiegare, schierare;
4 – Returnare > da “to return”, Riportare, riferire, dare un risultato;
5 – Bruteforcare > da “Brute force”, Costringere con la forza bruta, forzare.
6 – Matchare (mecciare o macciare) > da “To match”, Paragonare, confrontare per trovare caratteristiche simili o differenti;
7 – Shiftare > da “To shift”, Far slittare (soprattutto riferito al tempo);
8 - Implementare > da “To implement”, Realizzare, compiere, eseguire, mettere in applicazione;
9 – Scannerizzare > da “To scan”, Realizzare una scansione;
10 – Schedulare > da “To schedule”, Programmare, mettere in programma;
11 – Fasare > da “To phase”, Programmare, concordare e allinearsi per lavorare coordinati sulle stesse fasi di lavoro;
12 – Scrollare > da “To scroll”, Far scorrere sul video le righe dal basso verso l’alto;
13 – Killare > da “To kill”, letteralmente “Uccidere” ma spesso si intende forzare la chiusura di un’applicazione;
14 – Patchare > da “To patch”, letteralmente “Mettere una toppa”, ossia riparare le falle in un applicazione;
15 – Listare > da “To list”, Fare un listato;
16 – Loggare > da “To log in”, Autenticarsi, eseguire la procedura di “Log in” in un servizio o in un sistema;
17 – Followare > da “To follow”, Seguire;
18 – Embeddare > da “To embed”, Incassare, incastrare, conficcare un pezzo di codice preso da una fonte diversa;
19 – Laicare > da “To like”, Esprimere il proprio apprezzamento;
20 – Vrappare > da “To wrap”, Avvolgere;
21 – Routare > da “To root”, Avere accesso alla cartella principale di un sistema, denominata, appunto “root”;
22 – Blacklistare > da “Black list”, Mettere nella lista nera, ossia quella degli account bloccati;
23 – Whitelistare > da “White list”, Mettere nella lista bianca, ossia degli account autorizzati;
24 – Debuggare > da “debug”, Eseguire un controllo al fine di verificare l’esistenza di “Bug”, ossia problemi o falle nell’applicazione o nel sistema;
25 – Scannare > vedi Scannerizzare;
26 – Quotare > da “quote”, Citare.
27 – Uploadare > da “To upload”, Fare upload, cioè caricare un file su di un server o un servizio;
28- Forwardare > da “To forward”, Inoltrare un email ad un altro contatto diverso dal destinatario;
29 – Skillare > da “Skill”, Insegnare le competenze neccessarie a svolgere un determinato compito;
30 – Scerare > da “To share”, Condividere, mettere in condivisione;
31 – Anzippare > da “Unzip”, Decomprimere un file compresso con l’algoritmo “zip”;
32 – Bucmarcare > da “To bookmark”, Mettere o creare un segnalibro;
33 – Rippare > da “To rip”, Estrarre delle tracce video o audio da un supporto videoottico;
34 – Uppare > da “Up”, vedi Uploadare; Oppure portare nelle posizioni alte di una lista;
35 – Subbare > da “Sub”, Portare nelle posizioni basse di una lista;
36 – Trollare > da “troll”; Comportarsi come un troll in una discussione, cioè commentare fuori tema e dare genericamente fastidio agli altri partecipanti alla discussione;
37 – Lurcare > da “to Lurk”, Manterersi nascosto. Dicesi lurker chi usufruisce dei contenuti in Rete senza apportare il proprio contributo. Il tipico lurker, ad esempio, è chi legge ma non commenta;
38 – Lollare > da “LOL (Lots of Laughs)”, Farsi un sacco di risate, ossia trovare qualcosa molto divertente;
39 – ollare > [non pervenuto]; forse da “All”, ossia comportarsi con tutti gli item allo stesso modo;
40 – Spammare > da “To spam”, Inviare grandi quantità di messaggi indesiderati;
41 – Ceccare > da “To check”, Controllare;
42 – Committare > da “To commit”, Affidare un compito o una mansione;
43 – Mergiare > da “To merge”, Fondere insieme due o più elementi;
44 – Updatare > da “To update”, Aggiornare;
45 – Cecauttare > da “To check out”, Controllare;
46 – Staticizzare > da “Static”, Rendere statico oppure conforme alle “Stat”, statistiche;
47 – Deliverare > da “To deliver”, Consegnare.

Fuori quota.
Perculare > Abbreviazione di “Prendere per il culo” (non ha origini anglosassoni).
Perplimere > Non è la forma infinita di “perplesso”, in quanto questo aggettivo non deriva da un verbo (non ha origini anglosassoni).