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Ho intervistato Ghemon per RadioNation

Qualche giorno fa – in occasione dell’uscita dell’E.P. “EmBRIONale”- dedicato a e pubblicato con lo pseudonimo di Gilmar – ho avuto l’onore e il piacere di intervistare Ghemon.

L’intervista completa (12 domande), realizzata per RadioNation e pubblicata sull’omonimo blog, .
Il magnifico album, che da qualche giorno non riesco a smettere di ascoltare, lo trovate invece in download gratuito sul .
Nota: l’attendibilità di questo post è minata dal fatto che io sono un fan eccessivamente affascinato dalla poetica dell’artista succitato. :D

Pensieri, parole, … e omissioni

Le verità esistono anche se non le dici. I problemi esistono anche se non ci pensi.

Glamour ha pubblicato una mia foto

Fa sempre un effetto strano.

Numero di maggio 2010. Il modello è un mio collega: . :)

SmeercHouse 25 Aprile 2010

Puntata N. 11 della settima stagione. La N° 172 di sempre.
Sono tornato nella fascia oraria usuale: di domenica, dalle 12 alle 14. Ancora pochi ascoltatori (sempre gli stessi) ma molto buoni ed affezionati.
Tre pezzi della selezione di questa puntata si devono a Dj Nero che, anche se indirettamente, mi ha consigliato. O meglio: mi ha fatto semplicemente ascoltare alcuni pezzi a me sconosciuti che sono finiti direttamente nella playlist; è già successo in passato e credo che succederà ancora. Nella selezione trovate anche il brano che fa da colonna sonora al nuovo spot di Adidas Originals, due pezzi disco, un altro mashup preso dal progetto “Je Deteste Serge Gainsbourg”, una nuovissima release della Irma Records di Bologna, la vecchis sigla della trasmissione “Le Iene”, l’ultimo singolo di Madonna, il remix di una cover in chiave elettronica di un vecchio standard jazz, altri 5 remix, un superclassico della musica leggera italiana, una canzone in romanesco piena di doppi sensi, temi dalle OST di due film famosissimi, qualche canzone pop e altro ancora.

Il podcast questa volta dura 125 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 35,7 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz).

La playlist:
1. Sigla (Gennaio 2010)
2. The Blues Brothers – Sweet Home Chicago
3. Roy Orbison – Oh, Pretty Woman

4. Nu Braz feat. Anna D’Amico – Come prima

5. Montefiori Cocktail 4 Orchestra – Ispettore Baldazzi

6. Touch And Go – Would You?
7. Peppe Er Faticone – Ali Mo e Taci Tu
8. Lily Allen – Fuck You
9. Mina – Il cielo in una stanza
10. Horace Andy & Ashley Beedle – 2 Way Traffic
11. Marvin Gaye with Tammi Terrell – You’re All I Need (To Get By)
12. Creative Source – Who Is He And What Is He To You
13. MFSB with Three Degrees – TSOP (The Sound Of Philadelfia)

14. James Brown – There Was A Time (Kenny Dope Remix)
15. Dee Edwards – Can’t There Be Love (Pilooski Remix)
16. Ugly Duckling – A Little Samba
17. Erik Rug Feat. Dynamax – Tribute (L’Aroye & Ky Recreation Remix)
18. Yold – Initials D.D

19. CL Smooth – I Can’t Help It (Shin-Ski’s Can’t Stop Me Remix)
20. Erykah Badu – Turn Me Away (Get Munny)
21. N.E.R.D. – Wonderful Place
22. Feist – Sealion (Chromeo Remix)

23. Bad Yard Club feat. Crystal Waters – In De Ghetto
24. Adamski feat. Seal – Killer
25. Madonna feat. Lil Wayne – Revolver
26. Lykke Li – I’m Good I’m Gone (Fred Falke Remix)

Vi consiglio un brunch da Sweety Rome

Dico sul serio. Sinceramente. Domenica scorsa all’ora di pranzo sono stato da per un brunch. Il mio primo brunch. Non ne avevo mai fatto uno. Può sembrare strano: ho 32 anni (quasi) e vivo in una metropoli che si percepisce come città cosmopolita. Eppure non avevo mai fatto un brunch. Mancanza mia o questa usanza non è (ancora) molto diffusa nella capitale? Poco importa. Ad ogni modo, essendo io esordiente, prendete questo parere con le molle (pinze). Se mi credete, comunque, posso assicurarvi che in questo posto si mangia benissimo.
Da Sweety Rome si mangia il vero brunch all’americana (o comunque di origine anglosassone). I cibi sono cotti esattamente come nella ricetta originale e sono buonissimi. Almeno, io credo che fossero buoni. Facciamo che vi fidate del gusto di chi scrive – nonostante non abbia una lunga esperienza in piatti tipici d’oltreoceano.
Non c’è servizio al tavolo. Il pasto si consuma in modalità buffet. Il cibo a disposizione, che viene posato sul lungo bancone del bar, è tantissimo e cotto a modo.

Adesso io non ricordo con precisione tutto quello che (io e gli amici che mi hanno accompagnato) ci siamo “scofanati”, però di sicuro c’erano pancakes – da abbinare a sciroppo d’acero o topping al cioccolato, uova strapazzate con pancetta (i commensali più esperti hanno cercato di spiegarmi che non si trattava di vero bacon), mini muffin salati alle zucchine ed erbette varie, radicchio (simil indivia) lesso condito con aceto e olio, torta salata aperta (dicesi quiche) alle verdure, tre diverse insalate a base di majonnaise in stile insalata russa, micropomodori glassati, pane biscottato, maxi-panino al seme di papavero farcito e diviso in piccoli pezzi, ecc.

Il pasto – che come ben saprete è a metà strada tra una colazione e un pranzo – ha un prezzo fisso. Costa 18 Euro e comprende: una ricca colazione salata e un dolce a scelta tra brownies, cupcakes o una fetta di torta. Avete presente quelle torte così grandi, rigide e glassate che sembrano finte, quelle che si vedono nei film americani? Beh, proprio quelle! Come bevande si ha diritto ad un bottiglia di acqua minerale da mezzo litro più un caffe americano (o un espresso o un succo d’arancia). Io ho preso il succo d’arancia e dell’acqua gassata. Come dolce ho preso una fettona di torta con vaniglia e fragole. Fragole vere a pezzettoni! Un’idea del cibo salato che ho ingurgitato potete farvela, invece, guardando la foto qui sopra.
Piccola nota sui pancakes: qualcuno ha fatto notare che non erano sufficientemente alti. Ma non credo che un lievissimo difetto di lievitazione possa minimamente macchiare l’ottima impressione che mi ha fatto questo posto. Voto al cibo: 8 e mezzo.
Il brunch di domenica si può fare in due turni. La prenotazione è più che consigliata perché il posto non è immenso ed è parecchio frequentato. Noi siamo stati al primo turno, quello che parte dalle 12.00. Il secondo invece inizia alle 15.30. Quando il nostro turno è finito ci hanno ricordato che era nostro dovere lasciare i posti a tavola ma devo ammettere che la cosa è stata fatta con tale garbo e gentilezza che non ci ha dato alcun fastidio. Inoltre eravamo perfettamente al corrente di questo ineluttabile avvicendamento. E comunque poi abbiamo avuto tutto il tempo di rimanere fuori a chiacchierare da buoni vecchi amici. Voto all’organizzazione: 10.

Il servizio di Sweety Rome è praticamente impeccabile. Siamo stati serviti da una cameriera gentilissima, giovane e carina. Ha ascoltato tutte le nostre richieste senza essere scostante, né mostrare segni di noia; in più si è dimostrata pronta ad ogni necessità. Come gesto di grande cortesia e magnanimità ha anche stornato il prezzo di un tè ad un commensale che aveva mangiato pochissimo – nonostante questa fosse un’ordinazione fuori dal menù brunch domenicale. A me è sembrato un atteggiamento meraviglioso. Sarò che sono abituato a camerieri antipatici, scontrosi e cafoni, ma devo ammettere che non me l’aspettavo. Anche il titolare del locale mi è sembrato una gran brava persona. Non è stato affatto invadente, né si è dimenticato della nostra presenza. Per tutto il tempo del pasto, invece, ha vigilato su di noi, mantenendo la sua posizione di comando al bancone e si è dimostrato rapidissimo nel preparare i caffè e le altre bevande che abbiamo chiesto. Le due cuoche invece erano un po’ “ciacione”. Entravano spesso in sala per servire altre portate con grembiuli sporchi e andatura ciondolante. Ma poco importa perché hanno continuato a servire piatti ricolmi di cibo per tutta la durata del brunch. Voto al servizio: 9.

Sweety Rome è anche un bel posto dove soggiornare. Mi spiego: l’arredamento non fa schifo. Anzi: sembra di stare in un ristorantino tipico di un’altra città. In un angolo del nord europa. Il colore dominante è il bianco. Sedie e tavoli sono in ferro battuto verniciato di bianco. Stile liberty? Art nouveau? Art deco? Non saprei dirlo. Su ogni tavolo c’è un vaso in vetro con dei fiori freschi, tovagliette porpora, posate e grossi bicchieri di vetro liscio trasparente in stile Ikea. Voto agli interni: 9.

Sweety Rome si trova in via Milano, 48 – zona Monti (una traversa di via Nazionale). Credo che non sia aperto solo di domenica. Anzi. Fa servizio di caffetteria, colazione e pranzo ed è anche una pasticceria. Dolce tipico: le torte dalle forme bizzarre. Ma per questo tipo di informazioni fareste meglio a consultare il .

Basilicata Coast to Coast

Basilicata Coast to Coast

di Rocco Papaleo (Italia, 2010)

con Rocco Papaleo, Alessandro Gassmann,
Paolo Briguglia, Giovanna Mezzogiorno, Max Gazzé,
Antonio Girardi, Michela Andreozzi, Claudia Potenza,
Augusto Fornari, Gaetano Amato

Commedia musicale leggera leggera ambientata in Basilicata. Opera prima di Rocco Papaleo che, a quanto pare, da tempo desiderava realizzare questo suo progetto. Suoi sono infatti il soggetto, la sceneggiatura e la regia. Bene, siamo contenti per lui.
Motivo per cui sono andato a vedere il film: 1. Ho visto il trailer e m’incuriosiva. 2. Non sono mai stato in Lucania. 3. La lingua, i cibi, la cultura e le usanze di queli luoghi hanno un sacco di affinità con quelli della mia regione d’origine (la Puglia). 4. Papaleo m’è sempre stato simpatico – anche se credevo che fosse calabrese, anziché lucano. 5. Mi faceva piacere andare al cinema con un amico originario proprio della Basilicata e forte promotore di questa pellicola all’interno della sua cerchia di conoscenze.

Basilicata Coast to Coast racconta di un gruppo “scalcagnato” di musicisti che, quando viene a sapere di essere stato scelto per partecipare all’edizione annuale del Festival di Scanzano, decide di raggiungere il luogo dell’esibizione a piedi, percorrendo letteralmente la regione, da costa a costa, da quella tirrenica (Maratea) a quella ionica (Scanzano Jonico). Siamo nel settembre 2009. Il gruppo è formato da: Nicola Palmieri alla voce e tastiere – un professore di matematica di una scuola superiore con la passione per la musica folk; Salvatore Chiarelli alla voce e chitarra – giovane tabaccaio ex studente di medicina; Franco Cardillo al contrabbasso – falegname riccio e taciturno; Rocco Santamaria alle percussioni (improvvisate) – quarantenne belloccio originario del luogo ma che di professione fa “l’attore a Roma”, idolo della comunità locale tutta, in particolar modo delle ragazzine.

Nel viaggio verso Scanzano alla compagnia si aggiunge una misteriosa e incazzosa reporter che ha il compito di filmare il tutto per conto di una minuscola tv locale. Più avanti alla carovana si aggiungerà anche una giovane, fascinosa e disibita promessa sposa che farà perdere la testa al chitarrista.

Il viaggio come strumento per la scoperta di se stessi non è un tema nuovo, diciamolo. Però il film di Papaleo non annoia. Risulta familiare sopratutto per a chi conosce già questo tipo di cultura che, a dire il vero, non viene raccontata per luoghi comuni, o almeno non solo. La Basilicata che emerge dal film è una Basilicata moderna, anzi contemporanea, con tutte le contraddizioni del caso. Paesini fantasma, masserie abbandonate in cui accamparsi, finti briganti, strade sterrate, tristi feste paesane, mentalità da provincia, culto del divo-meteora di origine televisiva, ecc.
La caratterizzazione dei personaggi è un altro valido elemento del film. A partire da quello che Papaleo ha riservato per sé. Il professor Palmieri è un uomo sui 50 anni un po’ stufo del suo matrimonio, uno che, inseguendo la sua musica e risicati sogni di gloria, si trova spesso con la testa per aria. Nella vita ha sempre combinato poco ma questa volta si attacca all’exploit del viaggio a piedi (supportati solo da un carretto trainato da un ciuco) per cercare di raggiugere finalmente una tappa simbolica.

Rocco Santamaria (Gassman) è il fallito. Uno che da ragazzo è fuggito dal paese in cerca di gloria nel dorato mondo dello spettacolo ma che non è riuscito a portare a casa grandi risultati se non alcune comparsate in un programma tv nazionale.

Salvatore Chiarelli (Briguglia) è il timido. Un ragazzo buono e dolce che putroppo nella sua breve vita ha dovuto subire una batutta d’arresto a causa di una love story sfortuntata e di un cugino (Santamaria) dalla personalità troppo ingombrante.
Franco Cardillo (Gazzé) è il timidissimo. Un uomo fatto e finito, distrutto in gioventù da un tragico lutto che l’ha chiuso in un mutismo assoluto ma non privo di voglia di vivere (e suonare). In lui il contrabbasso e il falegname rappresentano il mestiere, le arti.

Giovanna Mezzogiorno fa la scontrosa nella prima metà del film e la briosa nel secondo. Tanto cupa all’inizio quanto energetica alla fine.
Brava anche nel ruolo della moglie-manager del prof. Palmieri. Qualcuno di voi la ricorda in coppia nel duo comico “Gretel & Gretel” con la buffissima Francesca Zanni?

Sorpresa . Giovane, mora e bona. Nei panni della giovane autoctona piena di fascino e spensierata.
Antonio Girardi mi sta troppo simpatico. Grandissima voce, la sua. Da ragazzino ogni tanto mi capitava di ascoltare le sue trasmissioni su Radio Norba. Adesso lo vedo sempre più spesso sul grande schermo. L’anno scorso era anche in .
Buona prova per tutti, comunque. Soprattutto per Gazzè che era alla sua prima apparizione sul grande schermo.
Elemento fondamentale della pellicola la colonna sonora. Gran parte dei brani sono stati scritti da Rita Marcotulli, un’artista che prima d’ora avevo sempre sentito nominare ma di cui non conoscevo la musica. Ad ogni modo, in alcuni frangenti ho avuto quasi l’impressione che questo film fosse una semplice scusa per fare un po’ di promozione alla musica che scrive e compone Papaleo. Esagero: il brano “Basilicata is on my mind” potrebbe anche guadagnarsi qualche passaggio radiofonico, senza alcun timore di sfigurare.
Perché vedere questo film: perché magari non sapete nemmeno dove si trova la Basilicata sulla cartina. Oppure perché volete andare al cinema a vedere qualcosa di divertente. Perché amate le pellicole sovvenzionate dalle film commision regionali che indirettamente (neanche poi tanto indirettamente) fanno promozione al loro territorio.
Perché non vedere questo film: se non sapete chi sia Papaleo o sapete chi sia ma vi sta sulle scatole. Se siete leghisti e odiate il meridione con tutta la forza che avete in corpo. Se siete degli intellettualoidi che ritengono che il canto del cigno del cinema italiano sia stato “Morte a venezia” di Visconti. Se non vi divertite in assenza di scazzottate, sparatorie, inseguimenti, esplosioni, arti marziali, zombi, scene cruente, urla, mostri, supereroi, ecc.
Voto totale: 6.

La scheda di e quella di .

La mia prima macchina fotografica (una storia vera)

La mia prima macchina fotografica l’ho comprata a 18 anni. Non ho mai capito perché ma a casa mia non c’è mai stata una macchina fotografica. Viaggiavamo poco, per un motivo o per l’altro, non so: forse avevamo poco da fotografare. Le uniche fotografie che venivano prodotte tra le nostre quattro mura erano sempre per piccole occassioni particolari, come compleanni dei bambini o festicciole simili, ed erano sempre scatti realizzati con macchine altrui.
Eppure a casa mia la tecnologia non è mai mancata. Non si badava a spese per l’hi-tech. Beh, la televisione a colori forse è arrivata un po’ tardi (nel 1986), però è arrivata attraverso un enorme televisore di tutto rispetto. Un Philips Matchline da 29 pollici – mica cotiche – con già 2 ingressi scart. Dico: 2 ingressi scart nel 1986.

Poi, due anni dopo, a casa è arrivato anche un hi-fi; se non ricordo male abbiamo speso circa 2 milioni di vecchie Lire: una cifra esorbitante; quell’impianto là forse non ce l’aveva in casa neanche il più importante dj di BBC Radio, un assemblaggio di elementi Technics e Kenwood che spaccava – e spacca ancora. 60Wx2 – che, a parole sembran pochi, ma vi assicuro che si tratta di un’amplificazione di tutto rispetto per l’ascolto di musica casalingo.

Dunque la tecnologia in casa mia non mancava ma una fotocamera sì. La cosa mi scocciava un po’. Per cui, ad un certo punto, ho deciso di comparla da solo. Ricordo molti dettagli, come fosse ieri. La mia prima macchina fotografica l’ho comprata a Londra nel febbraio del 1997. Erò lì con la mia classe. Siamo andati in gita a Londra: 5 giorni che sono volati via veloci, anche se non avrebbero dovuto. Il penultimo giorno, credo fosse un venerdì, ho chiesto il permesso alla mia prof. d’Inglese – che ci accompagnava – di mollare il gruppo e andarmene un po’ in giro da solo. Ho incontrato qualche resistenza ma neanche poi tante. Lo so: ho fatto lo sbruffone. Il mio inglese non era perfetto (non lo è ancora adesso), avrei potuto perdermi. Ma io volevo andarmene un po’ in giro da solo. Mi ero quasi stufato della compagnia ma, a dire il vero, il motivo per cui volevo starmene un po’ per conto mio era girare per qualche negozietto di dischi a Soho (tipo il Black Market) a comprare vinili (mix di musica house) e andare ad acquistare la mia prima macchina fotografica – che avevo visto di sfuggita qualche giorno prima durante i trasbordi delle scolaresche per le linee del trasporto urbano londinese.

E così feci. Ricordo che scesi in una stazione della metropolitana – non ricordo più quale – e acquistai da un gabbiotto una piccola macchina. Una “Kodak Cameo”. Non la usa e getta: quella si chiama(va) “Kodak Fun”. La mia era un modello della linea “Cameo”. Il suo punto di forza era la praticità: piccola, leggera, meccanica e dotata di un flash a scomparsa. La sua particolarità era la possibilità di scattare foto con l’ausilio di una sola mano (la destra). Ricordo anche che, ai tempi, quella linea di macchine veniva pubblicizzata proprio così. Credo di averla pagata poco più di 100 sterline. Con il cambio dell’epoca probabilmente erano poco meno di 130 mila Lire, ossia circa 65 Euro, se rapportati al cambio odierno.
Beh, presa la macchina, scattai un bel po’ di foto ma non divenni un patito di fotografia. Non lo sono mai diventato. Chissà perché. Nemmeno nel 2002, quando ho comprato la mia prima compatta digitale: una Canon da soli 1,3 Megapixel. Il fenomeno non si è verificato nemmeno nel 2008, quando ho portato in tasca per più di 12 mesi una sottilissima fotocamera Casio Exlim.

Ad ogni modo, io a quella Kodak Cameo sono molto affezionato. Adesso giace al paese, chiusa nella scrivania e avvolta in un paio di strati di pellicola da imballo con le bolle, ma sento che un giorno di questi le farò prendere una bella boccata d’aria. D’altronde sono più di 7 anni che non stampo una fotografia.

Shoes Jockey (video)

Guardando questo video son rimasto a bocca aperta, con un sorriso ebete stampato sulla faccia. :D
Si tratta di uno spot per la nuova campagna giapponese del progetto Nike Free Run +.
Il Dj giapponese Daito Manabe e la sua crew hanno suonato dal vivo delle scarpe Nike (modelli della nuova collezione) in cui erano inseriti dei sensori di flessione, collegati a computer su cui veniva eseguito Ableton Live. Ne è venuta fuori una versione hip hop di “Così parlò Zarathustra”.

Fonte:

SmeercHouse 18 Aprile 2010

Puntata N. 10 della settima stagione. La N° 171 di sempre.

Pochi ascoltatori ma eguale dignità. Trasmissione volata via in un battibaleno. Da ascoltare tutta d’un fiato.

Il podcast questa volta dura 121 minuti circa. Potete ascoltarlo premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Oppure, se volete portarvelo in giro, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 34,8 MB codificato mono a 40Kbps – 22050 Khz).

La playlist:

1. Sigla (Gennaio 2010)
2. The Flamingos – I Only Have Eyes For You
3. Flow Dynamics – Bossa For Bebo (Diesler Remix)
4. VIP 200 – Relax (Fernet Branca Theme)
5. Daniele Luppi – La Giovane In Vacanza
6. Xsense – La Felicità
7. Frankie Hi-NRG Mc – Fili
8. 99 Posse – Corto Circuito
9. Erykah Badu – Window Seat
10. Mecna feat. Andrea Nardinocchi, Jok, Heresy, Nasty & Dj Dust – Lo Specchio
11. Zhané – Hey Mr. Dj (Original Mix)

12. DJ Rodriguez – Bitches & Friends
13. Fine Young Cannibals – Good Thing
14. Frankie Valli – Who Loves You (Pilooski Edit)

15. King Creosote – You’ve No Clue Do You (Pilooski Re-Edit)
16. Yuksek – Extraball (Pilooski Remix)
17. Divide & Kreate – The Final Love (Europe vs. Haddaway)
18. Deep Swing – In The Music (Streetvibes Radio Cut)
19. Audio Bullys – Only Man (Reset! Remix)

20. DHS – House of God
21. Chemical Brothers – Elektrobank
22. Amorhouse feat. Sabreetha – Respect (Classic Vocal)

23. Inaya Day – Never Had Another Love (Mike Cruz Original Vocal Mix)

È complicato

È complicato

di Nancy Meyers

(Usa, 2009)
con Meryl Streep, Alec Baldwin, Steve Martin,
John Krasinski, Rita Wilson, Mary Kay Place,
Lake Bell, Alexandra Wentworth, Hunter Parrish,
Zoe Kazan, Caitlin Fitzgerald, Nora Dunn

Gustosa commedia americana di Nancy Meyers (la stessa regista di “What Women Want”) sui rapporti che legano due coniugi divorziati.
“È complicato”, infatti, racconta la storia di Jane e Jake, due ex di mezza età: lui avvocato, lei titolare di un ristorante. Hanno 3 figli ormai adulti. Non stanno più insieme da 10 anni. Lui si è rispostato con la giovane con cui aveva tradito sua moglie (Agness) e che ha portato in dote un piccolo di circa 4 anni, lei invece, dopo la rottura del matrimonio, è entrata in analisi e da allora non ne è più uscita – nonostante sembri una donna felice e pienamente soddisfatta della sua vita.
Un bel giorno, anzi una bella sera, i due s’incontrano quasi per caso al bancone del bar di un hotel a New York – sono in città per il diploma del loro figlio – e inizano a farsi compagnia: chiacchierano, bevono, cenano, ballano, si divertono e… finiscono a letto. Lui si dichiara subito pronto a rincominciare a stare insieme. Lei invece non vuole ammetterlo. La relazione clandestina comunque ha inizio, anche se durerà poco, a causa anche della fortuita scoperta della tresca da parte del ragazzo della loro figlia maggiore e dall’avvicinamento sentimentale alla signora Jane, da parte del suo architetto, tale Adam: un tenero e gentile signore con i capelli bianchi (magnificamente interpretato da Steve Martin), divorziato e tanto bisognoso di affetto e compagnia, che si occupa della ristrutturazione della casa di Jane.
Cosa mi è piaciuto di questo film:
1. Il cast spettacolare: Streep, Baldwin e Martin sono 3 pezzi da novanta. Lei l’ho trovata meno isterica del solito. Non farintendetemi: è una grandissima attrice ma spesso la voce stridula che le affibiano nel doppiaggio italiano ma la rende un po’ fastidiosa. Baldwin sarà anche ingrassato di una tonnellata ma continua a esercitare un grande fascino – persino su di me che (fino a prova contraria) sono orgogliosamente eterosessuale. A Steve Martin non posso dire proprio nulla: lui è il mio beniamino sin da quando sono ragazzo. Commedie come “Ho sposato un fantasma” e “Due figli di” hanno praticamente segnato la mia formazione cinefila. Pur ricoprendo una parte di secondo piano, il buon Steve non sfigura affatto. Non tira fuori la sua verve da gigione, sta al posto suo, pacatissimo, eppure si vede perfettamente che dà il meglio di sé, rimane nella parte senza strafare, fa il suo da grande professionista qual è. Sono contento che gli offrano queste parti e che lui le accetti di buon grado. Non sono più gli anni ’90. Il suo momento di gloria maxima è decisamente passato, eppure Hollywood non l’ha dimenticato. Noi fan della prima ora ringraziamo.
2. La colonna sonora curatissima: sia per quanto riguarda la selezione di brani contemporanei (che conteneva anche “L’homme et la lumiere” di Coralie Clement), che per quella di classiconi romantici, fatta di pezzi jazz o swing, impreziositi da pianoforti, voci calde e atmosfere extra-soft.
3. Le ambientazioni. Ho lettereralmente adorato l’arredamento e i cibi del ristorante/bakery gestito dalla protagonista. Una vera e propria tana in cui si rifugiano i due piccioncini (Jane e Adam) nel momento di loro maggiore intimità. Per non parlare poi dei due hotel extra lusso (più di 5 stelle) in cui si svolgono diverse scene chiave del film e della casa/magione che ha (giustamente) affascinato la persona che era nella poltroncina accanto alla mia.

Cosa non mi è piaciuto.
Quasi nulla. Ci sono delle scene un po’ agrodolci. Alcune mettono una certa nostalgia addosso. Fa un po’ tristezza vedere come si vive ad una certa età, quando le grandi occasioni sono ormai passate, quando si tirano le somme, quando si cerca di capire cosa è andato storto nella vita, cosa si è sbagliato – soprattutto se chi guarda il film è più giovane di chi lo interpreta come protagonista.

Pellicola di buonissima fattura. Giudizio più che sufficiente. Da vedere assolutamente se siete una coppia affiatata da diversi anni. Anzi ottimo per le signore di una certa età (e di una certa istruzione). I passaggi migliori forse – quelli più divertenti, diciamo – sono quelli in cui la protagonista si confida con le sue amiche a proposito della propria vita sentimentale. Le scene di chiacchiere tra donne di una certa età, ecco, alla Meyers paiono riuscire motlo bene. Sarà una mera questione di immedesimazione? A dirla tutta io le ho trovate un po’ eccessive e fastidiosette. Ma niente di così drammatico. Non durano nemmeno molto.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.