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No problem

No Problem

No problem

di Vincenzo Salemme

(Italia, 2008)
con Vincenzo Salemme, Sergio Rubini, Giorgio Panariello,
Anna Proclemer, Giacomo Furia, Rosalia Porcaro, Iaia Forte,
Aylin Prandi, Cecilia Capriotti, Oreste Lionello, Gisella Sofio,
Leonardo Bertuccelli, Giulio Maria Furente, Federico Pacifici,
Marzia Tedeschi, Massimiliano Gallo

Commedia italiana dell’anno scorso, ideata, diretta ed interpretata da quel mattacchione di Vincenzo Salemme.
Ricordo che ne vidi il trailer per caso al cinema. Mi fece sorridere allora (il calembour baguetta/braghetta) ed è per questo che ho deciso di vederlo, un paio di giorni fa.
Difatti, di tutta la pellicola, le cose più divertenti sono i duetti, i botta e risposta, tra il protagonista – l’attore di fiction Arturo Cremisi (Vincenzo Salemme) – e il suo agente, tale Enrico Pignataro (Sergio Rubini). A parte l’ignoranza di quest’ultimo, ho trovato molto buffo anche il suo marcato accento pugliese – ma capisco che questa è una questione di gusti. Io decisamente non faccio testo.
Gradevoli anche i siparietti in cui l’attore, poco prima o poco dopo le riprese, cerca consenso e consigli, scambiando qualche battuta con le sue tre perfide assistenti. Due delle attrici di questo malefico terzetto sono le simpaticissime Natalia Porcaro e Paola Minaccioni. La terza è Teresa Del Vecchio.
La storia è quella di Arturo Cremisi, un attore di fiction alquanto vanesio, un impenitente scapolone quarantenne che si crede bello e famoso ma che, a causa di un’acuta rivalità con un suo collega bambino, si trova spesso sul punto di verdersi cancellato il contratto con la casa di produzione che realizza il proprio spettacolo. Le vicende professionali di Arturo s’intrecceranno con quelle di Mirko (Leonardo Bertuccelli), un bambino rimasto orfano che vede in lui la figura del padre scomparso, e di sua madre, la bella Irene (Aylin Prandi).
Iaia Forte me la ricordavo più magra. Peso a parte, qui la vediamo impegnata nel ruolo dell’apprensiva madre del giovane star della tv, il piccolo Giulio (Giulio Maria Furente). Una quarantenne svampita, innamorata persa del bell’Arturo, che però non si fa scrupoli nel mettergli i bastoni tra le ruote quando si sente riufiutata e umiliata.

Per fortuna Giorgio Panariello ha un ruolo di secondaria importanza nella pellicola: interpreta solo la parte dello zio pazzerello di Mirko, un tale che se ne va in giro per casa facendo strani versi ed inscenando siparietti no-sense che nemmeno fanno ridere. Insomma: un ruolo cucitogli adosso ai soli fini di lasciarlo libero di fare quel che sa fare. Chissà se è stato scritturato per portare al cinema tutta quella gente che, ai tempi del suo one man show su RaiUno, lo trovava divertente.
Gisella Sofio e Oreste Lionello appaiono nei panni di due anziani strozzini, i padroni di casa di Irene.
Anna Proclemer (un altisonante nome del vecchio cinema italiano) interpreta la mamma di Arturo, un’anziana signora viziata, lamentosa, razzista, furba e stronza che si diverte a vessare suo figlio, il badande filippino e tutti quelli che le stanno intorno.

Devo ammettere, comunque, che la trovata di usare la figura di Ronnie (Asoka Dewamunege), il filippino che ha difficoltà con la lingua italiana, può risultare una buona trovata presso un certo tipo di pubblico: buffo e buonista, divertente e antirazzista allo stesso tempo.
All’anzianissimo (ma sempre simpatico) Giacomo Furia hanno riservato un paio di scene in cui lo vediamo vestire i panni di un cameriere di uno stabilimento balnerare.
Frase da segnalare: «Questa è la pro-loco di Andria. Le piazze sono diventate 93». (scusate il campanilismo)

Nota 1: presenti nella pellicola anche Fabrizio e Francesco Ceccarelli, ossia i due gemelli gelatai che spesso, in questi ultimi anni, sono stati ospiti dei programmi notturni di Piero Chiambretti.
Nota 2: come al solito, nei film di Salemme le belle donne non mancano. Cecelia Capriotti fa la sexy somellier che tiene lezioni di vino all’invaghito protagonista, mentre Aylin Prandi è la giovane e dolce mamma con gli occhioni verdi da cerbiatta e l’esotico accento francese che, alla lunga, conquista il cuore dello scapolone. Nota di merito anche per le fattezze della topolona mora che intrattiene (nuda) il manager Enrico nella vasca da bagno.
Nota di demerito: la colonna sonora è composta da musiche di Gigi D’Alessio.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Cinque gustose alternative francesi al Camoscio D’oro

5 formaggi francesi

Stasera ho acquistato al supermarket una selezione di 5 formaggi francesi: 130 grammi di prodotto, confezionato in piccoli pacchetti da 25 (x4) e 30 grammi. Costo: 3,39 Euro. Il che significa circa 26 Euro al Kg.
Il bouquet di formaggi prodotti dalla Fromagerie Guilloteau di Pélussin (France) comprendeva: Pavé d’affinois, Pavé d’affinois chèvre, Pavé d’affinois Brebis, Le Brin e (mini) Valmeroy.
Le cinque piccole prelibatezze sono state ingurgitate dal sottoscritto in “versione liscia”, ossia spalmate su piccoli panini di farina integrale. In quanto odore, sapore, consistenza e forma ricordano molto il Brié; ovviamente ho trovato più forte il sapore di quelli di capra. Il Brin aveva una particolarità: la sua crosta di muffa (stranamente) virava verso tonalità arancio. Il Pavé d’affinois, invece, aveva un retrogusto molto intenso, tanto da risultare quasi balsamico – difatti per qualche istante l’ho sentito nelle narici.

In breve: una più che valida alternativa al nostrano Camoscio D’oro.

Sherlock Holmes

Sherlock Holmes

Sherlock Holmes

di Guy Ritchie (GB, 2009)
con Robert Downey Jr., Jude Law,
Rachel McAdams, Mark Strong, Kelly Reilly,
Hans Matheson, Eddie Marsan, James Fox,

Bronagh Gallagher, Robert Stone, William Hope,
Robert Maillet, William Houston, David Garrick,

Terry Taplin, Geraldine James, Joe Egan, James A. Stephens

Alcuni dati preliminari: questo è un film inglese e non americano, prodotto dalla Lin Pictures, dalla Silver Pictures e da Wigram Productions, distribuito in Italia dalla Warner Bros.
La pellicola è tratta dal libro a fumetti di Lionel Wigram, a sua volta ispirato ai personaggi creati da Sir Arthur Conan Doyle.
Premessa personale: non ho mai letto alcun libro di Doyle (mea culpa). Però mi piacerebbe. Chissà, magari lo faccio in futuro.
Sono entrato in sala con aspettative alquanto basse. Reputavo (reputo) molto bravi entrambi gli attori protagonisti, avevo dimenticato che il regista fosse Guy Ritchie, eppure non mi aspettavo granché. Il giorno prima di andare al cinema, guardandone il trailer, questo film mi era sembrato il solito adattamento moderno molto “fracassone”. Insomma mi aspettavo un tipico action movie degli anni 2000, invece mi sono trovato di fronte ad una bella pellicola in cui il contenuto non è stato tralasciato per dare maggiore importanza alla forma. Il che non vuol dire che non ci siano scene molto adrenaliniche (scazzottate, inseguimenti, esplosioni, pistolettate, ecc.) però non tutto è stato architettato per far sbavare quel pubblico che facilmente si eccita nella poltroncina della sala per rumori assordanti, montaggio frenetico, scene violente, ecc.
Ammirevole la cura, infatti, che è stata data – ad esempio – ai dialoghi tra i due co-protagonisti o tra Sherlock Holmes e il suo diretto avversario, Lord Blackwood.
Lo dico senza vergogna: il film mi è piaciuto molto.
Nella pellicola ci hanno infilato un po’ di tutto (esoterismo, massoneria, oligarchia), anche temi che a me non stanno particolarmente simpatici, ma ciò nonostante la visione di “Sherlock Holmes” mi ha incuriosito, appasionato e divertito.
Robert Downey Jr. è fuori discussione. La sua recitazione, intendo. Ma anche la costruzione del suo personaggio merita un plauso, in quanto il protagonista non è l’eroe perfetto senza macchia e senza paura. Certo, Sherlock Holmes anche in questa trasposizione cinematografica rimane un investigatore scaltro, un attento osservatore a cui non sfugge alcun particolare, un uomo di legge (quasi), il portatore di valore positivi, eppure Guy Ritchie lo rappresenta come un solitario misantropo, poco dedito all’ordine e all’igiene personale, un geek ante-litteram che se ne sta in casa, chiuso al buio, a sperimentare i suoi intrugli chimici e alcuni marchingegni.
Jude Law sembra nato con le sembianze del damerino, per cui lo trovo molto indicato per il ruolo del dott. Watson. Buffà la caratterizzazione che gli si è data: l’amico fedelissimo che vorrebbe non farsi immischiare nei pericoli che corre il suo sodale ma che, allo stesso tempo, non riesce a tenersi alla larga.
Un unico appunto riguarda l’età dei due protagonisti. Non so perché ma ho sempre immaginato Holmes & Watson come due signori di mezza età, tra i 50 e i 60 anni. Sebbene Downey e Law siano stati molto validi nel recitare le loro parti, mi chiedo come mai la scelta di cast non sia caduta su attori più maturi. Forse perché questo è il momento d’oro per i due “giovinastri”? Forse perché Robert Downey Jr., al momento, riesce a portare nei cinema molte più donne tra i 20 e i 40 anni di quante potrebbe portarne, che so, Dustin Hoffman?
Rachel McAdams è molto molto carina. Scusate la debolezza. La ricordate in My Name Is Tanino? Io no ma, a quanto pare, ha recitato anche in quel film. E in “State of Play”. In questa pellicola l’ho trovata perfetta nel ruolo di Irene Adler, una fascinosissima truffatrice che è riuscita a far perdere la testa al bell’investigatore privato. È quasi un miracolo che non venga rappresentata come una donnicciola, nonostante le labbra rosso ciliegia a forma di cuore. It’s love!

Mark Strong è una rivelazione, una sorpresa. Anzi no: è una conferma! Mi era già piaciuto molto in RockNRolla (sempre diretto da Ritchie). Lì interpretava uno dei cattivi, l’elegantone, qui invece veste i panni dell’Antagonista con la “A” maiuscola. Un pluri-omicida spietato, già parlamentare della camera dei Lord, un assassino truculento che usa raffinati trucchi di magia per cercare di assoggettare l’Inghilterra e il Mondo intero. Bisogna ammettere che ha un certo fascino, nonostante per tutto il film se ne vada in giro con indosso un giubotto di pelle da gran tamarro di periferia.
Riassumendo: c’è chi ha preferito la seconda parte del film alla prima (a causa della cattiva organizzazione del cinema in cui l’ho visto, mi sono anche perso i primi minuti di proiezione). Io invece ho aprezzato soprattuto alcune scene, quelle meno ‘dinamiche’, a dire il vero. Gradevolissimo, ad esempio, un dialogo a tre fra Holmes, Watson e la fidanzata di quest’ultimo, che avviene al tavolo di un ristorante di Londra. Durante questo randez-vous l’investigatore sfodera tutto il suo acume per ricapitolare cinicamente la vita precedente della commensale promessa sposa. A proposito: buona scelta di cast anche nel caso di Kelly Reilly (Mary Morstan): caruccia e tonta quanto basta per impersonare una giovane tutrice della Londra di fine ’800.
Nota stilistica: questa pellicola piacerà moltissimo ai cultori dello Steampunk.
Rimanete seduti sino all’ultimo fotogramma. Plausi e lodi per i titoli di coda: la grafica ricorda molto le litografia che si usano per le banconote.
Un bravo a Guy Ritchie che ha saputo coniugare un’opera importante con i temi a lui più cari (la vita di strada nei sobborghi inglesi, il pugilato clandestino, ecc.) Questo film gli aprirà di sicuro molte porte a Hollywood; per lui ci saranno nuove e grandi opportunità in futuro. “Sherlock Holmes” sarà di certo un grande successo al botteghino. Nei Stati Uniti, a soli tre giorni dall’uscita nelle sale, ha già incassato più di 65 milioni di $.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Manifesti sentimentali

«non scegliere un amore per fretta,
non farlo nemmeno perche’ ne senti l’esigenza,
l’amore se arriva non si presenta,
l’amore spara dritto alla testa»

Ghemon
dal brano “Ancora” contenuto nell’album “E poi all’improvviso impazzire”, 2007.

«questo è un tempo in cui si va subito a letto
e poi magari nasce qualche sentimento
in sto tempo in cui un fidanzamento

è solo un allenamento per scopare meglio
io ti cercherò»

Kiave
dal brano “Io ti cercherò” contenuto nell’album “7 respiri”, 2007.

La vita degli astronomi raccontata da Keplero

Keplero

In questo freddo e negletto pomeriggio della vigilia di Natale 2009 ho riservato qualche decina di minuti alla lettura.
Ho appena finito di leggere il breve libretto scritto dall’autore del blog Keplero (Amedeo Balbi) ed intitolato “Vite degli astronomi”. Potete scaricare il pdf da qui.

Si tratta di brevi racconti biografici, già pubblicati in passato sullo stesso blog. Poche pagine, ottimamente scritte, in cui vengono narrate le scoperte e, più in generale, i momenti salienti della vita di alcuni tra i più illustri astronomi della storia dell’umanità. L’autore stesso è un astronomo.
Lettura leggera e molto gradevole, accessibile a tutti, anche ai non amanti dell’astronomia. Ottima per grandi e piccini. Il libro si legge in meno di un’ora.

Nota/disclaimer: Amedeo è un amico ma voi fidatevi ugualmente del mio consiglio.

PSlA 2009. Reloaded.

Come ogni Natale – diciamo pure “feste di fine anno” per gli atei, gli agnostici, i non praticanti, ecc – anche quest’anno, come ogni anno, come avviene ormai dal 2003, quel sant’uomo del Sir Squonk ha compilato il PSlA (Post Sotto l’Albero): una raccolta di scritti, post, foto, aforismi, pensieri – e quant’altro – donati da diversi blogger. Non se ancora si possa usare questa definizione, perché molti degli autori non hanno più un blog, non ne hanno mai avuto uno, hanno solo un profilo in qualche social network… ma poco importa. Insomma il Sir ha dei contatti, ogni fine novembre chiama a raccolta queste sue conoscenze e chiede loro di donare qualcosa, un pezzo di sè al fine di compattare questa specie di “balla ecologica” dell’egocentrismo. Diciamo autostima, dai (per non offendere gli animi più sensibili).
Domenica scorsa è stata pubblicata online ufficialmente l’edizione 2009. Il file potete scaricarlo da qui (108 contributi, 164 pagine, 6,6 mega di pdf) E com’è, come non, quest’anno ci sono anche io tra gli sciagurati contributori. Era accaduta la stessa cosa anche l’anno scorso.

Il mio contributo è qui sotto.

Ventiquattrore senza fondo

Ecco qui. Finito. Un altro anno che se ne va. Ah, che bella comodità. Domani è il 24. Tra una settimana sarà annonuovo. Mah.

Dice che bisogna tirare le somme, di che poi? Boh. Io quest’anno mi faccio un regalo. Mi compro una bella valigia. Non mi serve ma chi se ne frega. Non vedo da nessuna parte ma chi se ne frega. Non vado mai da nessuna parte ma ho sempre desiderato avere una ventiquattrore, una bella valigia rigida di pelle, pratica, piccola, comoda. Nera la voglio, di pelle. Come quelle che si vedono nei film delle spie. Quelle valigie con doppio fondo dove puntualmente nascondono del denaro. Io non ho denaro. Che parolona! Ho dei soldi. Neanche tanti. Se li metto tutti insieme non ci faccio nemmeno una mazzetta. Quelle belle mazzette tutte nuove che vedi solo nei film. Che figura ci farebbero in una ventiquattrore? E poi in banca, che dire? Che vergogna! Cosa chiedere al Continue reading →

SmeercHouse 12 Dicembre 2009

Puntata N. 35 della sesta stagione. Forse l’ultima del 2009 (ma non è sicuro).
Non c’è molto da dire: ho messo in play un bel po’ di musica “black” – tra funk, R’n'B e rap – più qualche pezzo “cinematico” dallle colonne sonore di B-movies italiani degli anni ’60 e ’70 e il solito codino di tracce house in 4/4. Ah, dimenticavo un mash-up, due pezzi cantati in italiano e il solito pizzico di musica elettronica (in senso generale) – che non guasta mai.

Potete ascoltare il podcast – di 137 minuti circa – premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra. Se volete portarvelo in giro, invece, potete scaricarlo cliccando qui (File mp3 da 39,2 MB codificato in joint stereo a 40Kbps – 16000 Khz).

La playlist:
1. Sigla (Gennaio 2009)
2. Tito Fontana – Sweden
3. Armando Trovajoli – Caccia Al Ladro
4. Orbital – The Saint (Theme)
5. Elio e le storie tese & Giorgia – T.v.u.m.d.b.
6. The Platters – Smoke Gets in Your Eyes
7. Moby – Honey
8. Whitney Houston feat. George Michael – If I Told You That
9. Janet Jackson – Doesn’t Really Matter
10. Cunnie Williams feat. Monie Love – Saturday (D’Influence R&ampB Mix)

11. Notorious B.I.G. – Hypnotize
12. Go Home Productions – Mick n’ Carly
13. Jocelyn Brown – Somebody Else’s Guy
14. The O’Jays – Love Train
15. Gwen McRae – All This Love That I’m Givin’
16. Wildchild – Rengade Master (Fatboy Slim Old Skool Mix)
17. Cal Tjader – Soul Sauce (Fila Brazillia Remix)
18. Hugh Masekela – Mama (Metro Area’s Birthday Dub)
19. Irene Grandi – La tua ragazza sempre
20. Dimples D. – Sucker D.J.
21. Funky Green Dogs – Fired Up
22. Tony Esposito featuring Franco Battiato – For Me (Extended Mix)
23. Looweer – Mi Rumbero (Salsa Mix)
24. Radiohead – Creep (Master Kev & Tony Loreto Mix)
25. Simioli, Di Leva, Cheval vs. Merola – Wave of Joy (Extended Mix)
26. Mark Knight & Funkagenda – Man With The Red Face (Original Club Mix)

A serious man

A Serious Man

A serious man

di Joel Coen ed Ethan Coen (Usa, 2009)
con Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed,
Sari Lennick, Adam Arkin, Aaron Wolff, Jessica McManus,

Brent Braunschweig, David Kang, Benjy Portnoe,
Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski Jr, Ari Hoptman,
George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park,
Amy Landecker, Allen Lewis Rickman, Raye Birk, Peter Breitmayer,
Stephen Park, Simon Helberg, Alan Mandell

Veniamo subito al dunque: questo film mi ha deluso molto. Sono un beniamino dei fratelli Coen. Li trovo grandi registi ma questa volta non hanno saputo “regalarmi un’emozione” (come si dice in gergo). Forse sono entrato in sala con aspettative molto alte. Chi lo sa?! Forse mi aspettato tutt’altro. Forse non ho capito io il film – perché uno queste domande se le pone pure. Non lo saprei dire con certezza. Sicuramente, però, sono uscito dal cinema con l’amaro in bocca, con la sensazione che qualcosa non abbia funzionato, che la storia fosse perlomeno incompleta (con quel finale, poi!)
Quando sono arrivato al cinema non sapevo nulla della trama, nulla dell’attore protagonista, nulla di nulla, se non che questo fosse il nuovo film dei fratelli Coen. Punto.
Devo essere sincero: dopo il primo quarto d’ora ho pensato addirittura di aver sbagliato sala. L’introduzione è stranissima, a tutt’ora non l’ho capita. Siamo ai primi del 1900 in Polonia (credo): una coppia di ebrei (un lui e una lei, marito e moglie) riceve la visita inaspettata di un vecchio, un conoscente che credevano morto. La donna è talmente supestiziosa che cerca di uccidere con una coltellata all’addome quello che lei crede essere uno spirito maligno. ll vecchio scappa via e sparisce nella notte. Di lui non sapremo più nulla. Il prologo finisce qui ed inizia finalmente il film.
“A Serious Man” racconta di un professore di fisica quarantenne, il sig. Larry Gopnik, nell’america degli anni ’60. Larry Gopnik è un uomo molto ma molto ma molto sfigato; ha origini ebraiche, una famiglia come tante (forse) e tanti problemi. Per fare solo un paio di esempi: 1. un suo studente di origine asiatica cerca di corromperlo con una busta piena di soldi, al fine di avere un buon voto e non perdere così la borsa di studio; 2. la moglie del professore lo tradisce con un vecchio amico di famiglia vedovo e più anziano. Ma queste due sfighe sono solo la punta dell’enorme iceberg di sfortuna che si abbatte sul prof. Larry Gopnik (il protagonista).
A mio modo di vedere “A Serious Man” è una storia raccontata sul grande schermo che ti vuole solo dire “alla sfortuna non c’è mai fine”. La vita è cattiva, lo sappiamo. Vivere sulla terrà è insostenibile? Più o meno il messaggio è questo. Forse si potrebbe ipotizzare più un tentativo di rappresentare al cinema il cosiddetto primo assioma delle leggi di Murphy: “Se qualcosa può andar male, lo farà”. Ma forse sono troppo inclemente.
Forse il messaggio è di tipo sovrannaturale/superstizioso, forse la maledizione del vecchio accoltellato in Polonia si è riversata, generazioni dopo, sul suo lontano discendente. Mah.
Passiamo agli attori. La scelta del cast è eccellente. Anche per questioni somatiche.
Michael Stuhlbarg è bravissimo nel ruolo del protagonista. Ha mille espressioni diverse per ogni sventura che capita al suo personaggio; riesce a comunicare un ventaglio di emozioni davvero molto esteso che va dall’estasi da marijuana allo sconforto più totale – che sfocia nel pianto disperato.

Buona prova anche per l’attrice nel ruolo della moglie del prof. (Sari Lennick) e per i due figli (Jessica McManus e Aaron Wolff).
Richard Kind è un perfetto uomo medio, un americano medio di mezza età. La parte del fratello mezzo scemo del protagonista gli calza a pennello. La trovata del sebo da drenare è disgustosamente geniale.
David Kang nel ruolo del giovane studente orientale finto-tonto è buffissimo. Stessa cosa dicasi per Fred Melamed, che interpreta l’amante della moglie del professore: un omone barbuto che, parlando lentamente e con convinzione, riesce a mettere soggezione in chi lo ascolta.
Non ricordo dove altro ho visto recitare George Wyner ma lo trovo sempre e comunque molto elegante. Qui interpreta un rabbino molto stimato nella comunità in cui vive il prof. Gopnik.
Ecco, una cosa molto importante che dovete sapere: se non sapete nulla della religione ebraica, e di tutta la cultura annessa, questo film decisamente – decisamente – non fa per voi. Non capirete granché, né apprezzerete certi passaggi fondamentali come il bar mitzvah del figlio del prof. o la richiesta del divorzio rituale. Dunque, ascoltate il consiglio di uno spettatore come tanti: questa pellicola non vale il costo del biglietto. Mi spiace per Joel e Ethan, alle cui opere pure sono affezionato.
Inoltre, se andate al cinema per vedere una bella commedia, se volete ridere, rimarrete delusi. Più che altro, qui si sorride dell’accumularsi delle disgrazie del protagonista e della situazione ingarbugliata in cui viene a trovarsi. Ma non si ride. Mai. Questo, prima di tutto, è un dramma umano. La disperazione di un essere umano di fronte alle mille sfighe della vita. C’è davvero poco da ridere.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Last choice: Terre d'Hermès

Hermes Terre D'Hermès

Sabato pomeriggio sono stato da Sephora, in via del Corso a Roma. Cercavo un nuovo flacone di Dior Higher ma non l’ho trovato. Finito.

Ieri sera, passando dalla stazione Termini, mi sono fermato in un altro punto vendita, quello della galleria commerciale sotto la stazione, ma anche lì nisba. Niente. Non c’era, finito. Ho passato quindi almeno 20 minuti di grande indecisione a provare una decina varietà di profumi sui deliziosi talloncini di cartone bianco candido. Non ho trovato nulla che soddisfacesse appieno il mio interesse olfattivo.
Stavo quasi per ripiegare verso un’altra fragranza Dior, quella denominata “Intense” quando m’è venuta l’idea di chiedere a una commessa la conferma che il profumo che io cercavo fosse effettivamente indisponibile. E così era.
A questo punto sono capitolato. Di deodorante Dior Intense era rimasto solo un flacone non perfettamente sigillato, per cui la gentile commessa mi ha sconsigliato di prenderlo. Ero un po’ stufo. Volevo comprare un profumo, così ho chiesto aiuto. Ebbene sì: l’ho fatto. Ho chiesto aiuto ad una commessa di Sephora ma devo ammettere che non è andata male. Anzi, è andata proprio benissimo. La tipa mi ha consigliato qualche fragranza. Tra queste anche Dior Fahrenight che, chissà perché, cercano di rifilarti in tutte le profumerie. Scartato immediatamente.
In conculsione: al terzo tentativo, appena ho messo il naso sul talloncino di Terre d’Hermès, ho deciso che avrei preso quello. E così è stato.
L’ho comprato: 24,50 Euro. Un flacone di deodorante dal 150 ml. Spero duri altri 6 mesi come il precedente.

Spaghetti a Casa di Alice

A casa di Alice

Lunedì sera sono stato a cena nel ristorante “A casa di Alice”. L’ho trovato davvero gradevole.
Si tratta di una spaghetteria, per la precisione. Nel menù infatti ci sono più di 50 tipi diversi di primi a base di spaghetti con i sughi più vari, sia con il pomodoro, che senza.

Io ho preso degli spaghetti alla Giudìa, ossia una specie di gricia con la crema di carciofi. L’ho trovata molto buona. Gli spaghetti erano cucinati al punto giusto: al dente, né scotti, né duri. La porzione era abbondante e il condimento era considerevole. Il che non significa, però, che la pasta nuotasse in un mare di condimento.
Nel menù comunque erano presenti anche una decina di secondi e delle insalate.

La cucina chiude alle ore 23 circa. Con noi i titolari sono stati clementi. Siamo arrivati alle 22.59 e ci hanno comunque servito (forse perché uno dei commensali era un vecchio conoscente – non saprei dire con certezza).
Il servizio, nonostante l’ora, è stato impeccabile. Nel ristorante come clienti c’eravamo quasi solo noi, per cui siamo stati serviti abbastanza velocemente ma senza fretta e senza farci notare che stavamo ritardando l’orario di chiusura.
Sei primi di spaghetti, una insalata, due litri di acqua minerale, due lattine di Cocacola e tre dolci: Totale 85 Euro. Non male davvero. Vista la zona (piazza Fiume/Porta Pia) e il livello del locale (non è una bettola), direi che è quasi economico.

Spaghetteria “A casa di Alice”
via Bergamo, 34 – Roma
Aperto tutti i giorni a pranzo e a cena.
Giorno di chiusura: domenica.

Nota: un tempo era associazione culturale, per cui si entrava con la tessera. Adesso non lo è più. Andateci pure tranquillamente, senza remore.

Foto presa dal sito ufficiale.