Videocracy – Basta apparire

Videocracy

Videocracy – Basta apparire
(Videocracy)

di Erik Gandini (Svezia, 2009)

Ok, vediamo: da dove iniziare? Questo non è un film concepito per il pubblico italiano. Difatti è stato girato da un regista svedese di origini italiane (campane, mi dicono) per il mercato svedese. Poi hanno deciso di distribuirlo un po’ in giro. E quindi è arrivato anche da noi, in Italia. Bene. Ma allora perché secondo me non va bene per l’Italia? Perché io, ad esempio, non ci ho trovato nulla di nuovo. O quasi. Nessuna informazione di cui non fossi già a conoscenza. Ho scoperto pochissime cose che, di certo, non mi cambieranno la vita. Mi pare che sia stato venduto come documentario sorprendente, un opera che avrebbe dovuto generare scandali. E invece niente. Giustamente.
Lo stesso film dice che per l’80% degli italiani la tv è la fonte primaria d’informazione. E proprio per questo quell’80% di persone, non andando abitualmente al cinema, non vedrà questo film – ahiloro. Sono loro forse che avrebbero bisogno di accedere a questo tipo di informazione. L’italiano tipo che va a vedere questo film, un’idea sulla cultura popolare italiana degli ultimi 30 anni, e su come si sia formata, ce l’ha già. Non c’è bisogno che lo dica il signor Gandini. Poi, certo, queste informazioni meglio ripeterle che occultarle. Ovviamente più girano e meglio è. Ma non è questo il punto.
Dunque Videocracy ci mostra come e dove è iniziata l’avventura della tv commerciale italiana. Ecco, questa era una cosa che non sapevo. È stato interessante vedere in apertura di film alcuni spezzoni della primissima trasmissione della tv privata italiana, una roba super-trash con telefonate da casa e spogliarello di una casalinga; un programma primordiale che veniva mandato in onda di notte, in diretta da un bar della provincia lombarda. In quell’esperienza il sig. Berlusconi ancora non era coinvolto. O almeno credo. Comunque da lì a poco quello sarebbe stato il suo campo di battaglia preferito. Il suo regno sarebbe partito da lì. D’altronde il meccanismo di “Colpo grosso” non era molto dissimile. ??????? ??????

Le prime battute del documentario, infatti, cercano di spiegare come si è formato questo strettissimo intreccio tra potere mediatico (televisivo) e potere politico, come mai in Italia è ormai impossibile distinguere l’uno dall’altro.

Un altro fattore interessante di Videocracy sono le interviste fatte ad una vicina della villa sarda di Berlusconi, tale Marinella, a Lele Mora (l’impresario più potente della tv) e a Fabrizio Corona, il noto manager di paparazzi che vengono sgunzagliati a caccia di scoop.
Sono rimasto sorpreso: che senso ha seguire Fabrizio Corona ovunque? Va bene, lo vediamo mentre fa presenza in una discoteca – per le cosiddette ‘serate con ospite famoso’, lo vediamo in giro in macchina, lo vediamo al lavoro, lo vediamo mentre si trova in carcere (immagini di repertorio), ecc. Ma perché vederlo nudo sotto la doccia? Perché mostrarlo in una lunga scena davanti allo specchio in cui si tocca e si cosparge di crema? A che pro? Che Corona sia una persona molto vanitosa e piena di sè è noto. Serviva il nudo frontale? Mah! Non sono un bacchettone, non grido allo scandalo, ma che schifo, dai! Si è trattato davvero di una scena ridicola, oltre che inutile. In sala abbiamo riso tutti.
Di Lele Mora ho capito (ho imparato) che è un nostalgico del Duce e del Fascismo. Infatti ha dichiarato che porta sempre con sé, sul telefonino, alcuni video scaricati da YouTube con i brani propagandistici del Ventennio fascista. Li ha anche mostrati alla camera, li ha fatti ascoltare tronfio, felice come un bambino. Credo che abbia anche detto qualcosa come “Che male c’è? Non mi vergogno”. Mi sembra difficile che questo signore non sappia che in Italia esiste il reato di “apologia del Fascimo”. Più che altro credo che se ne fotta altamente, tanto è potente, ormai, ed intoccabile.

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Il fil rouge che tiene insieme le fila del discorso è una lunga intervista ad un ragazzo, tale Ricky: un ventenne della provincia di Bergamo. Ricky lavora in fabbrica ma non vuole farlo per tutta la vita. Non vuole morire operaio ma vuole sfondare nello spettacolo, vuole diventare ricco e famoso, vuole essere realizzarsi arrivando in tv o al cinema con un personaggio tutto suo, una specie di tra Jean-Claude Van Damme e Ricky Martin. L’intervista racconta la sua frustrazione di essere rifiutato a decine e decine di provini e di essere costretto a fare piccole apparizioni come figurante tra il pubblico di diverse trasmissioni tv, nella speranza di poter un giorno emergere. Un desiderio per altro condiviso da milioni di suoi coetanei (sia uomini che donne) che, ormai, hanno eletto il luccicante mondo dello showbiz a meta suprema da raggiungere con ogni mezzo. Il successo popolare a mezzo televisivo – o al massimo cinematografico – come totem, unico e solo obiettivo per la realizzazione del sè.

Ecco, forse questo è il messaggio primario che Gandini vuole comunicare con “Videocracy” ma, ripeto, non è che doveva venire lui a dircelo.
Grazie.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Pubblicato da Smeerch

A blogger, a dj

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