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Galantuomini

Galantuomini

di Edoardo Winspeare (Italia, 2008)
con Donatella Finocchiaro, Fabrizio Gifuni,
Beppe Fiorello, Giorgio Colangeli, Filippo Massari,
Gioia Spaziani, Marcello Prayer, Lamberto Probo,
Fabio Ponzo, Antonio Perrotta, Luigi Ciardo,
Antonio Carluccio, Sofia Chiarello, Claudio Giangreco

Questa pellicola, una specie di noir meridionalista, non mi ha affascinato più di tanto. L’ho trovata un po’ banalotta nella storia e alquanto ruffiana nella realizzazione.
Siamo a Lecce nei primi anni ’90 – tra il 1991 e il 1992 credo. Le vite di tre persone che da bambini hanno giocato insieme si dividono in età adulta. Lucia è diventata il braccio destro di un boss della malavita locale, Ignazio ha studiato legge, è diventato pubblico ministero ed è andato a lavorare al nord, mentre Fabio si ritrova ad essere un cocainomane sfigato. Ed è proprio Ignazio, appena tornato da Milano, ad occuparsi della morte per overdose del suo amico Fabio. Dal primo caso affidatogli, scoprire chi è che ha fornito la roba, le indagini di Ignazio si allargheranno a tutta la scena malavitosa leccese, arrivando a coinvolgere ovviamente anche Lucia, che oltre ad essere sua amica, da sempre è anche una delle sue passioni inespresse.
Insomma il tema era quello di un amore impossibile tra una donna che ha scelto il crimine ed un uomo della legge, tema già espresso dal cinema e dalla tv in tempi passati – e forse anche meglio, secondo me. Sullo sfondo della vicenda vengono rappresentate anche situazioni reali, come la crescita e lo sviluppo della criminalità organizzata in puglia – Sacra Corona Unita su tutte. Difatti la fuga della protagonista verso l’inferno è accelerata dall’acuirsi della guerra tra clan e dalla volontà delle organizzazioni criminali di sostituirsi allo stato e di ‘prendersi’ tutta la Puglia.

Ecco, questo ‘essere Stato al posto dello Stato’ è una volontà sicuramente presente in tutte le organizzazioni malavitose ma il fatto di sentirlo pronunciare dai protagonisti del film mi è sembrato un po’ troppo didascalico. Non mi è piaciuto. Perché non lasciare qualcosa di ‘non detto’? Perché spiegare allo spettatore a tutti i costi, per filo e per segno, ogni singolo passaggio nell’evoluzione della storia? Inoltre: sentire un capocosca che dice “Non ti far fregare dai calabresi con quella droga” mi ha fatto sbellicare dalle risate. “Droga”, capite? Ma che vocabolo è? Come se un malavitoso parlasse allo stesso modo dei mezzobusti da telegiornale.
Non mi fraintendete però: gli attori sono molto bravi. Recitano bene: è la trama che zoppica un po’. Il soggetto è quel che è: non brilla certo per originalità. Inoltre, come ho già detto: la realizzazione puzza di ruffianeria. Winspeare sa quanto in questi ultimi anni il Salento significhi sole, mare, svago, sud, tradizione, cultura popolare, semplicità vs. complessità, spontaneismo rustico vs. raffinatezza affettata. Lo sa benissimo e ci sguazza. E’ come se in molte scene ci fosse in un cartello con scritto “Hey, questo è il Salento! Questo è il sud! Che bello il sud, eh? Lo vedi quando è figo?”. Mi riferisco alla scena della sposa che si becca il riso in testa mentre scende gli scalini di una chiesa, a quella dei fuochi d’artificio nella notte buia – sebbene in paese non ci fosse alcuna festa religiosa, all’indugiare su alcuni elementi del Barocco nell’architettura del paesino. Ci mancava solo la pizzica (dovrei dire “Taranta”?) e la puccia per completare il bel quadretto del Salento da cartolina!
Un’aspetto che ho apprezzato molto, invece, è stato lo sforzo fatto dai protagonisti non pugliesi di parlare il dialetto Salentino. Intediamoci: la cadenza della Finocchiaro sembra più siciliano che salentino ma è abbastanza credibile. Non si può dire la stessa cosa per Gifuni. Ma almeno si impegnano. Si vede che dietro c’è uno studio, un tentativo di risultare credibili come cittadini leccesi – cosa che ad esempio non accade con i baresi del film “Il passato è una terra straniera”.
Mi sembra sensato che la scelta della protagonista sia caduta su Donatella Finocchiaro. Ha una faccia che sa reggere bene il temperamento del personaggio che interpreta: una donna giovane ma di polso, che ha saputo conquistarsi il rispetto degli uomini su cui comanda. Una mora affascinante (non per me) dal piglio fiero, quasi un maschiaccio, con un passato oscuro ma dal cuore grande. Una che potrebbe sedurre con uno sguardo e con lo stesso sguardo uccidere. Spietata negli affari, passionale negli affetti.
Gifuni fa il bel magistrato: giovane e di grandi speranze. Tutto ligio e rispettoso della legge, almeno sinché non si ritrova al cospetto della mora che tormenta i suoi sogni sin da bambino, finendo innamorato e molle come una pera cotta.
Beppe Fiorello è un tamarro, dunque si trova decisamente a suo agio nei panni del giovinastro, piccolo malavitoso senza cervello. Uno dei personaggi meglio riusciti del film. Altro che parti da buono nelle fiction di Mamma Rai!
Giorgio Colangeli – attore che trovo meravigliosamente professionale – fa il padrino salentino che vigila sul territorio d’origine pur restandosene in panciolle nel selvaggio Montenegro – al di là del canale d’Otranto.
Spiace dirlo ma Lamberto Probo, che dovrebbe interpretare un uomo tra i 35 e i 40 anni, sembra invece molto più anziano. Sarà stato scelto forse per dare l’idea del giovane che si combina male a causa del consumo di cocaina?
Un plauso al casting che ha scelto una ragazzina molto somigliante alla Finocchiaro per interpretare il suo stesso personaggio da bambina.
Sinceramente, non ho capito molto la scelta del titolo. Non mi sembra sia sufficiente parlare di malavita organizzata per usare il termine “Galantuomini”; inoltre il film non è basato esclusivamente su figure maschili. Anzi: al centro della scena per gran parte del tempo c’è una donna.
Nota sulla colonna sonora: quando il brano dei Portishead “Glorybox” è stato pubblicato (1994) in tv la trasmissione “Colpo grosso” era già terminata da diversi anni.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

FaiQuelCazzoCheTiPareCamp: reportage

Non so davvero da dove cominciare. Posso dire che sabato mattina sono uscito di casa con un trolley ‘rubato’ al coinquilino e doverosamente riempito di cd, tutto contento di dover poi mettere i dischi la sera sul bus a due piani. Immaginate dunque come e quanto io sia rimasto deluso nel momento in cui ho scoperto che nel servizio bus affittato fosse già compreso un dj. “Poco male”, mi sono detto. Alla festa ci sono andato lo stesso, dopo aver condiviso un gradevole aperitivo al “DoppioZero” con Stefigno, Ermanno #6, Marileda Maggi, Marco e Paola. E difatti non mi sbagliavo: il party è stato molto divertente. Non pensavo potesse essere così emozionante girare su di un doubledecker in compagnia di una cinquantina di scalmanati festanti.
Credo che ricorderò per molto tempo il cappellone con la union Jack indossato da Stefano Vitta, il tasso alcoolico che circolava nel corpo di Maxime rendendolo estremamente allegro, i sorrisi di Giovanni del blog SenzaStile, gli incoraggiamenti di Stefigno, Rick Pocacola in assetto da acchiappo, i taralli ed il vino di Paola/Vipera, il pseudo-aplomb in cappottone nero del Camisani Calzolari, la gentilezza e la compagnia dei WonderSposi, il buonumore bonaccione di Ermanno, le danze sensuali di gran parte delle ragazze a bordo – in un certo qual modo rappresentate da Dania – le riprese con il Nokia 9000 di Michele Ficara, i balli sfrenati di Robin Good, il silenzio guardingo di Paolo Beneforti, lo charme barese di Marileda, l’esuberanza di Riccardo Luna (neo direttore di Wired Italia), le urla al microfono di Mirko di Ninja Marketing, la schiuma che cade dal bus e la consolle a bordo (un ottimo ensemble di 2 Pioneer CDJ400 e un mixer Pioneer DJM800).

Perché poi, comunque, qualche disco l’ho messo ugualmente. Infatti i due ragazzi della London Party Ltd. dietro la consolle mi hanno gentilmente permesso di ‘suonare’:
- “Pop Porno” > Il genio
- “Safari (Roy Malone Remix)” > Lorenzo Jovanotti con Giuliano Sangiorgi
- “American Boy (Splice of Life Vocal)” > Estelle feat. Kanye West
- “Satisfaction Skank” > Fatboy Slim vs. Rolling Stones
- “Music Inferno” > Madonna
- “Belo Horizonti”  > The Heartists

A questo punto perciò non posso fare altro che ringraziare chi ha reso possibile tutto ciò, ossia Maxime e Giovanni con i ragazzi di Ninja Marketing e lo sponsor che ci ha messo la pecunia (Tech Lovers di Tim).

E nel caso in cui queste parole non rendessero abbastanza l’idea, guardatevi i 21 sapidi secondi del videoclip qui sopra. C’è anche questo e questo.
Qui una significativa foto di gruppo realizzata a futura memoria dell’evento.

The Burning Plain – Il confine della solitudine

The Burning Plain – Il confine della solitudine
(The Burning Plain)

di Guillermo Arriaga (Usa, 2008)
con Charlize Theron, Kim Basinger,
Robin Tunney, Jennifer Lawrence, José María Yazpik,
Joaquim de Almeida, Sean McGrath,
Tessa Ia,

T. J. Plunkett, Taylor Warden, José María Yazpik,
J. D. Pardo, Stacy Marie Warden, Jennifer Lawrence,
Danny Pino, Fernanda Romero, Brett Cullen,
Joaquim de Almeida, Diego J. Torres, Kacie Thomas,

Questo film è un capolavoro. Per un semplice motivo: riesce a comunicare attraverso il grande schermo un grande senso di solitudine e di desolazione. Arriaga è davvero un grande artista. In passato ha sceneggiato film belli come “Babel”, “Amores Perros” e altre famose pellicole come “21 grammi”, “Le tre sepolture”, ecc. Adesso che dalla scrittura si è spostato a dirigere dietro la macchina da presa, continua a raccontare storie meravigliose. Perché è di questo che parliamo: di una storia molto bella, una storia di dolore che coinvolge quattro donne di età differente. Tutte legate da un unico filo: quello della sofferenza e dei grandi pesi da portare sopra le spalle.
Un altro elemento fondamentale è la scelta delle location: a dir poco splendide. Mi riferisco alle scogliere vicino al ristorante, agli ampi campi di granoturco che vengono disinfestati dall’elicottero, alle radure nel deserto circondate dalle montagne, ai motel che fiancheggiano le highways, ecc. Da non trascurare affatto la magistrale fotografia affidata a Robert Elswit, un tizio che in passato ha firmato le luci di un altro capolavoro come “Good Night and Good Luck” e poi di “Bounce – Torbido inganno”, di “Magnolia”, di “Boogie Night”, ecc.
Tutta la pellicola è valida, vuoi per i temi trattati, per il come vengono trattati, per il taglio con cui vengono trattati. Ma anche per la scansione narrativa, intricata ed ordinata allo stesso tempo. Una serie di flashback e flashforward mescolati ma irregimentati: pian piano, uno dopo l’altro. Basta un po’ di attenzione e la storia, nient’affatto lineare, si costruisce da sè sotto l’occhio dello spettatore, culminando anche con un’epifania.
Lasciatemi dire anche che c’è un’unica scena che può valere la visione dell’intera pellicola. Ossia quella in cui una delle protagoniste, Gina (Kim Basinger), si apre lentamente la camicia per mostrare timorosa al suo amante una cicatrice lasciatale dal tumore al seno. Le mani tremanti, il viso sconvolto, il silenzio assordante ed interminabile: ecco, tutto ciò a mio parere va applaudito e premiato. Forse esagero ma non ho mai visto Kim Basinger recitare così bene, così maestosamente. BRAVA!!!
Due parole vanno spese anche per la straoridnaria Charlize Theron. Anzi più di due: quest’attrice già in passato si è esibita in eccellenti prove di recitazione. Potrei quasi dire che in questo film si è superata ma sarebbe inesatto. Ad ogni modo l’ho trovata in ottima forma sin dalle primissime scene del film, come quella ad esempio in cui, seduta sulla scogliera a riflettere, si dedica ad alcune dolorose pratiche autolesionistiche.
Tra gli altri attori degni di nota ci sono anche Joaquim de Almeida nella parte dell’amante di Gina, Tessa Ia – la ragazzina che prepara il pranzo mentre suo padre sorvola le piantagioni di mais, Jennifer Lawrence – la biondina iraconda che fa perdere la testa a Santiago – e José María Yazpik, l’amico dell’aviatore.
Nota: ho trovato alquanto carina la moretta Fernanda Romero nelle vesti di aiuto-metre/cameriera di sala.
Il titolo del film si riferisce all’evento chiave della storia, ossia all’esplosione di una roulotte dovuta ad una fuga di gas, una roulotte che si trova parcheggiata proprio su di una piccola pianura – da cui “plain”.

La scheda di Cinematografo.it e di MyMovies.it.

A Nokia in my pocket

Nell’attesa che arrivi in Italia il G1 Phone, ossia il primo cellulare con il sistema operativo Google Android, e dal momento che il mio ASUS P525 non riesce più a restare acceso per oltre 2 minuti, ho deciso di acquistare un nuovo cellulare. Uno molto economico, di fascia bassa e con funzioni basilari. Ho preso un Nokia 2600 Classic (midnight blue, con inserti color rame). Non ho mai usato un telefonino Nokia in vita mia. Speriamo bene!
Qui trovate la scheda tecnica dell’apparecchio.

Fine ironia anti-totalitaria

1984 was not supposed to be an instruction manual.
(Il romanzo “1984″ non era da intendersi come manuale d’istruzione)

Via: RolloBoy Tumblr.

Stupid Cupid (bus toon)

Il video che vedete qui sopra si chiama “Stupid Cupid”. E’ un brillante cortometraggio animato, cioè un piccolo cartone animato, che ieri sera ho registrato con il mio cellulare su di un bus di Roma – la linea 3, per la precisione.
L’autore è tale Gipris del blog Zumpappà. Protagonisti un cupido ipovedente, un omone innamorato, una bionda avvenente e un simpaticissimo cagnolino. E’ stato prodotto da MobyTv e va in heavy rotation da diverse settimane sui bus dell’Atac, l’azienda del trasporto pubblico di Roma. Credo che sia possibile visualizzarlo anche sulle tv installate all’interno dei vagoni della metropolitana.

Dj-set sul doubledecker

Sabato prossimo metterò i dischi su di un doubledecker. Avete presente quegli autobus in stile inglese a due piani? Beh, su uno di quei cosi Giovanni del blog Senzastile ha organizzato un party per la sera di sabato 22 Novembre, a margine del RomeCamp 2008. Al sottoscritto l’onore di allietare i passeggeri del bus con la musica durante il tour per le trafficate vie della Capitale.
Non faccio per vantarmi ma i 40 posti a disposizione sono andati praticamente a ruba – nonostante il prezzo d’ingresso non fosse tanto ‘cheap’ (30 Euro). E pare che abbiamo anche un signor sponsor.
In questo post potete leggere maggiori informazioni a riguardo.

Gioco a due

Gioco a due
(The Thomas Crown Affair)

di John McTiernan (Usa, 1999)
con Pierce Brosnan, René Russo,
Denis Leary, Ben Gazzara, Faye Dunaway,
Frankie Faison, Fritz Weaver, James Saito,
Charles Keating, Mark Margolis, Michael Lombard,
Esther Cañadas, Mischa Hausserman

Simpatica commediola finto-thriller dal sapore spionistico. Niente di eccezionale ma gradevole.
Thomas Crown, un ricchissimo magnate della finanza, per noia e per amore dell’arte ruba un quadro di Monet da un importante museo di New York. Ad indagare sul furto arriverà non solo il locale dipartimento della polizia ma anche Catherine Banning, un’avvenente perito recupera-furti di un’assicurazione svizzera che inizierà a dare la caccia al ladro manco fosse un segugio inglese.
Ben presto scoprirà il colpevole del furto e gli si metterà alle calcagna per incastrarlo. I due, iniziando a giocare al gatto e al topo, finiranno per innamorarsi l’uno dell’altro. Nella storia ci saranno alcuni colpi di scena dovuti alla scaltrezza di entrambi i protagonisti. L’amore ovviamente cozzerà con gli interessi sia dell’uno che dell’altro. Per entrambi si tratterà infatti di giocarsi il tutto per tutto in un’unica ‘mano finale’, basandosi esclusivamente sulla capacità di fidarsi l’uno dell’altro.
La capacità di questo film – remake di una pellicola omonima del 1968 – di intrattenere è tutta riposta nell’appeal dei due personaggi principali: due star dagli occhi blue e dall’allure ultra-seduttivo.
Pierce Brosnan è perfetto quando si tratta di fare il furbacchione e, a dirla tutta, anche le vesti di miliardario non sfigurano affatto addosso a lui. Sostanzialmente credo che sia stato scelto per questa parte perché in quegli anni fosse suo anche il ruolo di James Bond nella saga di 007.
Renè Russo (all’epoca 45enne) è una bella topolona col crine rosso fuoco. Se il ruolo di scaltra donna d’affari le si addice, non si può dire la stessa cosa per le sue presunte origini brasiliane e la cultura europea. Che la Russo sia un’americanona te ne accorgi da 10 miglia di distanza.
A Denis Leary hanno affidato il ruolo del detective sfigatello che si prende una cotta per la bella agente assicurativa. Buona scelta di cast anche per lui: con quella faccia da cane bastonato e quel taglio di capelli dozzinale risulta credibilissimo.
Frankie Faison fa simpatia: il suo ruolo è quello dell’aiuto detective che si diverte a seguire da vicino i metodi poco convenzionali usati da Catherine nelle indagini.
Faye Dunaway appare in due o tre scene ad interpretare la psicanalista di Crown, a dire il vero un po’ sfrontata per essere un medico.
A Ben Gazzara, invece, hanno lasciato una sola scena in cui cui appare per meno di due secondi nei panni dell’avvocato di Thomas Crown: indossa un grembiule da cucina e pronuncia una sola battuta.
Giudizio complessivo: pellicola disceta, ottima per trascorrere una serata d’autunno senza impegnare tanto la mente. Se ve la foste persa non preoccupatevi: credo che RaiDue la trasmetta 4 o 5 volte l’anno.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Changeling

Changeling
(Changeling)

di Clint Eastwood (USA, 2008)
con Angelina Jolie, John Malkovich,
Jeffrey Donovan, Colm Feore, Jason Butler Harner,
Amy Ryan, Devon Conti, Michael Kelly, Eddie Alderson,
Jason Ciok, Devon Gearhart, Geoffrey Pierson, Gattlin Griffith

Un bel drammone tratto da una storia realmente accaduta a Los Angeles nel 1928.
I sentimenti e/o i valori che sottostanno, reggono e formano questo film sono: l’amore filiale, la speranza, la giustizia, la ribellione all’ordine costituito, il senso di comunità e la caparbia. Non necessariamente in quest’ordine.
Attenzione: super spoiler. Da qui in poi vi racconto tutta la trama.
Christine Collins, una mamma single costretta a fare gli straordinari per la società dei telefoni, tornando dal lavoro scopre che suo figlio di 9 anni, Walter, è scomparso. Si rivolge alla polizia locale ma viene trattata con sufficienza. Come da regolamento, infatti, le ricerche per le persone scomparse possono partire solo 24 ore dopo la denuncia della scoparsa. Siccome i mesi passano ma di Walter non c’è alcuna traccia, Christine organizza una propria ricerca parallela, mettendosi a chiamare ripetutamente ospedali e distretti di polizia in tutti gli States per chiedere notizie sui bambini ritrovati.
Dopo alcuni mesi la polizia la convoca e le annuncia che Walter è stato ritrovato in Illinois. Christine si fionda alla stazione in trepidante attesa di poter finalmente riabbracciare suo figlio ma, quando il piccolo scende dal treno, si accorge che qualcuno vuole gabbarla: il ragazzino non è il suo Walter. La polizia fa pressioni sulla donna affinché lo riconosca come suo figlio e così Christine inizialmente accetta. Tornata a casa però i suoi dubbi diventano più forti: il bambino infatti, diversamete da Walter, è circonciso e più basso di una decina di centimetri. La polizia comunque non vuol sentire ragioni. Da diverso tempo la stampa e la radio danno addosso alle forze dell’ordine per la leggerezza con cui conduce le indagini, per la corruzione che serpeggia florida tra gli agenti e per la violenza di cui questi spesso abusano. Tra i promulgatori della campagna anti-polizia c’è il Reverendo Gustav Briegleb, un tizio molto noto e rispettato nella comunità, che prende a cuore la vicenda di Christine, la convoca e l’aiuta a sobillare la stampa contro il dipartimento. Toccata sul suo punto più debole, la polizia regisce: il capitano J. J. Jones decide così di convocare con una scusa Christine e di farla internare in un ospedale psichiatrico. Per sua fortuna il reverendo alza un polverone ancora più grande del precedente, assolda un importante avvocato della città e riesce a farla liberare; comunque Christine nel manicomio ha subito diversi sopprusi e minacce, esattamente come è successo a decine di donne che, alla stregua di lei, sono state rinchiuse per un ‘codice 12′, ossia per aver calpestato i piedi ad alcuni poliziotti.
Nel frattempo, per puro caso l’agente Ybarra, mentre cerca di far rimpatriare un ragazzino canadese, s’imbatte in Gordon Northcott, un assassino seriale che ha trucidato nel suo ranch venti bambini con tecniche efferatissime. Tra le vittime di questo spietato killer ci potrebbe essere Walter Collins. In poco tempo si tengono due processi chiave: uno per gli abusi della polizia di Los Angeles che portano alla sospensione definitiva del capitano Jones dalle sue funzioni, alla rimozione del capo della polizia e alla mancata ricandidatura del sindaco; l’altro vede la condanna di Northcott a due anni di isolamento con successiva pena capitale per impiccagione.
Ma l’amore materno è infinito: Christine non si arrende. Non crede che suo figlio sia morto, anche perché dopo alcuni anni uno dei bambini superstiti riappare e racconta che Walter è uno dei bambini che riuscì a fuggire con lui dal ranch.
Come faceva notare qualcuno, ormai Angelina Jolie interpreta quasi solo madri. Negli ultimi 4 o 5 film ha solo ruoli materni o che, in un certo qual modo, si possono ricondurre a questa funzione. Sia come sia, sulla sua recitazione non c’è nulla da eccepire. Anzi, dico di più: secondo me questa pellicola gli varrà come minimo una nomination all’Oscar – se non proprio la vincita della statuetta come miglior attrice protagonista. Sulla sua bellezza però mi permetto di alzare qualche dubbio. Me ne prendo la responsabilità. In questa pellicola appare estremamente magra e debilitata: praticamente uno scheletro. Forse sarà una necessità del ruolo di madre affranta. Ma l’avete vista in alcuni recenti scatti fuori dal set? Siamo sicuri che questa sia una dei sex symbol più desiderati? Io rimango perplesso. Insultatemi pure.
John Malkovich pur avendo un ruolo molto importante ma recita in tantissime scene. Bravissimo nei panni del pastore determinato, della guida ferma e decisa, una specie di moralizzatore che lotta dai microfoni della radio contro il malcostume, la violenza e i sopprusi delle forze dell’ordine. Una colonna. Peccato per il tupè grigio a riccioli sbalzati e impomatati: decisamente ridicolo.
Jeffrey Donovan non sfigura affatto nel ruolo del giovane capitano rampante, tanto decisionista quanto pusillanime.
Perfetto anche Colm Freore come capo della polizia infimo, laido e diabolico.
Un applauso va anche ai ragazzi Eddie Alderson e Gattlin Griffith. Se la cavano entrambi ottimamente. L’uno come teenager costretto dal suo aguzzino a fare strage di coetanei controvoglia, l’altro nei panni di un piccolo approfittatore che viene usato dalla polizia per incastrare Christine.
Tanto di cappello a Clint Eastwood che ancora una volta si dimostra regista di primissimo livello. Io, nel mio piccolo, ho apprezzato soprattutto: le inquadrature degli esterni, la luce degli interni (alcuni controluce sul volto della Jolie sono eccellenti) e la ricostruzione della Los Angeles degli anni ’20.
Da vedere. Se questa settimana avete voglia di andare al cinema ma non sapete cosa scegliere: mettete i vostri 7 Euro su questo titolo.
Nota personale: di questo film non sapevo neache l’esistenza. Beh, mi era capitato di vederne il trailer qualche settimana fa in tv ma l’avevo praticamente rimosso. Questo post, dunque, valga anche come ringraziamento per quegli amici che sabato sera mi hanno portato al cinema praticamente ‘al buio’.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Burn-E (spin-off di Wall-E)

Chiamatelo spin-off, contenuto extra, scena tagliata. Chiamatelo come volete ma questo piccolo video arricchisce ulteriormente – qualora ce ne fosse bisogno e non ce n’è – la magia del film Wall-E.