78.08

“78.08”
di Tommaso Labranca
Excelsior 1881
278 pagine – 16,50 Euro

Premessa: chi mi conosce sa quanto io sia cinico e quanto apprezzi il cinismo.  Bene, perché questo è un tomo cinico per cinici.
Lo dico nel senso positivo. Labranca tira fuori tutta l’acredine per i tempi che viviamo (l’Italia del 2008, specie quella delle simil-metropoli Milano e Roma), raccontando una frazione della vita di Antonio Maniero – quasi omonimo del protagonista del film “La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever)”. Il parallelismo, infatti, tra i due periodi storici (1978-2008) e i due contesti geografico/culturali (Milano/New York) sono molto ricorrenti nel testo.
Antonio, il protagonista, è un ultra-quarantenne che è stato abbandonato da sua moglie dopo pochi anni di matrimonio, la quale è fuggita via con un emulo di Leonardo di Caprio. Vive in un appartamento della periferia milanese con sua figlia, Laurapalmer (tutto attaccato), una teenager grassa che veste seguendo i dettami della cultura ‘emo’ e che per suo padre è ‘il panda’. Antonio lavora part-time in un dipartimento dell’università e dà lezioni private in una scuola simil-Cepu. Intorno a lui gravita tutto un mondo lucidamente descritto dalle parole dell’autore, attraverso un pungente ‘stream of consciousness’, una narrazione in prima persona del protagonista. In questo mondo ci sono, tra glialtri: sua madre, una signora anziana di origini venete che il protagonista chiama per cognome (la Vianello), Vitty, il giovane amico gay di sua figlia, un ragazzo di origini asiatiche che ha la testa piena di illusioni e che vuole andare a Londra per fare l’artista/stilista. Poi ci sono anche due donne che gli fanno in un modo o nell’altro la corte (donna uno e la donna due – entrambe riportate senza la dignità di un nome e cognome) e un giovane pugliese molto scroccone che vive da alcuni anni in città con il sogno di diventare il Piersilvio Berlusconi del futuro.

Ciò che maggiormente si apprezza del testo è l’analisi di alcuni fenomeni che definire solo attuali sarebbe commettere un torto. Si tratta più che altro di realtà molto fastidiose che abbiamo tutti i giorni (e per tutto il giorno) sotto il naso ma che Labranca traccia senza clemenza nella loro irritante banalita/ottusità: mi riferisco alla tropicalizzazione e alla desertificazione, due fenomeni che colpiscono rispettivamente la donna uno e la donna due e che si riferiscono: il primo, al fatto di farsi prendere dalle mode sudamericane senza conoscere affatto la cultura tropicale e, il secondo, ad abbracciare uno stile di vita finto-poverista, al sentirsi politicamente impegnati, pur essendo super-snob per il solo fatto di informarsi attraverso la cosidetta contro-cultura, andare in bici con l’adesivo ‘no-oil’ sul paraurti, vestire di stracci e senza loghi, organizzare feste etno, partecipare a sit-in pro-cause perse, ecc. L’analisi si ‘abbatte’ anche sull’apparizione dei trolley nelle grandi città il venerdì pomeriggio, sulla fauna che vive negli istituti para-scolastici come il Cepu, sulla mancanza di cultura delle nuove generazioni, e su tanto altro ancora.
Nota: ogni capitolo è intitolato con il nome di un brano disco-funky degli anni ’70 (o al massimo dei primi anni ’80).
Nel fare paragoni tra i due periodi l’autore usa anche un neologismo di suo conio: kinema. Il termine si riferisce ad una scena in particolare, o a un gesto, una frase, uno stilema di un film che, spesso privato del proprio contesto, della propria idea originale e delle motivazioni di fondo, sopravvive al film stesso che l’ha mostrato per primo, riproponendosi nella cultura odierna nelle forme più estemporanee.
Attenzione: la lettura di questo romanzo comporta un forte rischio di identificazione, anzi fortissimo. O almeno così è stato per me.
Lettura consigliata a tutti quelli che apprezzano Tommaso Labranca, o meglio: che convidono il suo pensiero e adorano i suoi scritti.

La scheda di Bol.it e quella di IBS.it.

Pubblicato da Smeerch

A blogger, a dj

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