ottobre, 2008


31
ott 08

Vicky Cristina Barcelona

Vicky Cristina Barcelona
di Woody Allen (USA, Spagna, 2008)
con Scarlett Johansson, Rebecca Hall,
Penelope Cruz, Javier Bardem, Patricia Clarkson,
Kevin Dunn, Chris Messina, Julio Perillàn, Manel Barcelò,
Silvia Sabaté, Pablo Schreiber, Zack Orth, Abel Folk, Joel Joan

Ho qualche difficoltà a classificare questa pellicola. Di certo non è un noir, non è proprio il racconto di una storia d’amore, né ad essa ci si può riferire considerandola come una commedia. Eppure troviamo mescolati un po’ tutti questi elementi – e forse altri ancora. A mio modo di vedere comunque questo è il meno riuscito del filone dei film di Allen girati ed ambientati in Europa. Almeno io ho preferito quelli girati sul suolo britannico.
Non solo l’unico comunque perché mercoledì sera, uscendo dal cinema (il “Jolly” di Roma), ho origliato e percepito un certo malcontento nei commenti degli spettatori che lasciavano la sala. Diciamo quindi che si rimane un po’ a bocca aperta, che forse il finale non appaga sufficientemente lo spettatore, che la circolarità della trama non risulta particolarmente gradita alla maggioranza del pubblico.
Sostanzialmente “Vicky Cristina Barcelona” racconta del viaggio che due giovani ragazze americane compiono un’estate nella famosa città spagnola e di come entrambe finiscano per innamorarsi di un artista dalla vita sentimentale tutt’altro che noiosa, un tipo passionale, un seduttore irrefrenabile che allo stesso tempo soffre perché ancora follemente tormentato dal sentimento di attrazione/repulsione nei confronti della sua ex moglie.
Ci troviamo insomma in un mènage plurimo. Questa relazione amorosa coinvolge 4 persone: le due ragazze americane, l’artista macho e la caliente moglie di lui. La prima, Vicky, respinge inizialmente le avanche di Juan Antonio per poi cadere una notte in un turbine di sfrenata passione; la seconda invece, la bionda Cristina, vive una relazione più lunga con lo stesso pittore viveur, nonostante nel loro sentimento si intrometta Maria Elena, la ex moglie di lui. Anzi, il ritorno di questa folle donna sotto il tetto coniugale, dopo un tentato suicidio, non dà giovamento al rapporto di coppia tra Juan Antonio e Cristina, mettendo in piedi un vero e proprio triangolo goioso e fruttuoso dal punto di vista creativo. Sarà proprio durante questi giorni infatti che Cristina acquisterà una certa fiducia in se stessa, dedicandosi con zelo alla fotografia, mentre sia Juan Antonio che Maria Elena riprenderanno a dipingere di buon grado e con grandi risultati.
La pellicola è un ovvio spot turistico alla Catalunia. Su questo mi trovo d’accordo con l’analisi fatta a riguardo da Emmebi. Ma non mi sembra che questo costituisca un grave problema. Forse in alcuni frangenti risulta più fastidiosa la voce narrante che, spiegando un po’ troppo la trama ed i sentimenti vissuti dai protagonisti, finisce per accelerare troppo gli eventi e togliere allo spettatore un certo gusto nell’analisi della psicologia dei personaggi.
C’è da fare i complimenti a Scarlett Johansson per il fatto di accettare spesso ruoli un po’ da svampita o comunque dalla personalità non proprio forte. Questa volta infatti interpreta la ragazzina immatura e perennemente insoddisfatta che non riesce a capire cosa vuol fare della propria vita, una tipetta che apparentemente dà l’idea di essere un peperino, un vulcano di idee e di vitalità, ma che si rivela ben presto una donnetta che sa quello che non vuole ma non quello che vuole, la biondina scipita che riesce solo a rifutare quello che la vita le offre.
Fino alla fine del primo tempo ho quasi creduto che la più bella sulla scena fosse Rebecca Hall. E difatti non mi sbagliavo più di tanto. Credo che ‘unico difetto che si possa trovare nell’aspetto fisico di questa donna sia il mento un po’ troppo pronunciato o un’attaccatura dei capelli leggermente alta. Mi stupisco un po’: l’avevo notata già in “The Prestige” ma non mi aveva fatto una grande impressione. Ciò nonostante, stiamo parlando di una donna molto bella, dal grande fascino. Davvero una scelta sensata per il ruolo di Vicky, l’americana di buona famiglia che va in Europa per completare gli studi sulla cultura della Catalogna.
Quando però appare Penelope Cruz tutto cambia. Potrei dire che quasi ruba la scena a tutti ma non è proprio così. Cerco di spiegare meglio. Non è questione di peso del personaggio o di numero di scene recitare. Semplicemente si tratta di Bellezza. Con la “B” maiuscola. Il suo fascino è qualcosa di irresistibile; anche nei panni della disturbata mentale, anche con il trucco sfatto, con i capelli in disordine e con un vestito da quattro soldi è in grado di tirar fuori una sensualità senza pari. Si ha quasi compassione per il protagonista maschile, anzi si solidarizza con lui perché davvero ci si convince che di una donna dal tale potere attrattivo si può davvero restare innamorati per tutta la vita – nonostante le sofferenze che ella può farti patire.
Javier Bardem è nel suo periodo fortunato. Si trova nel suo momento “Sì”. Popolare non solo in patria, ormai la sua bravura ha conquistato anche Hollywood, gli Stati Uniti, mezzo Mondo. Un riconoscimento più che meritato. Pressoché perfetto qui nei panni dell’artista bohemien, un pittore che non si sottrare al fascino di ogni donna che incontra, un vero Casanova dei giorni nostri dall’accento spagnolo, macho e un po’ rozzo nell’aspetto ma dai modi e dalle parole suadenti. Ogni femmina che gli passa davanti deve essere sua. Per uno così la parola “donna” può essere riduttiva e svilente. Al suo cospetto le donne sono “femmine” perché tali le fa sentire: bestie, esseri belluini che adorano sottomettersi al suo istinto passionale. Unica donna che riesce a tenergli testa – e che proprio per questo riesce a conquistare per sempre il cuore – è sua moglie Maria Elena.

Piccola nota di apprezzamento anche per il fascino di Patricia Clarkson, nientaffatto offuscato dalla sua età, (ormai quasi cinquantenne). Sul suo personaggio il regista/sceneggiatore carica la cifra di analisi psicogica. Judy Nash, infatti è un’americana cinquantenne sposata con un suo ricco connazionale e residente in Spagna. Delusa dalla piattezza della propria vita coniugale, la donna cercherà (inutilmente) di caricare le sue aspettative di sulla giovane amica Vicky.
Non male la colonna sonora. Alcuni pezzi cantati in spagnolo rimangono in testa. Forse perché vengono ripetuti più volte proprio come tema di fondo o forse perché risultano eseguiti da una volce molto leggera e gradevole che aiuta a stemperare determinate tensioni che si vengono a creare in alcuni frangenti della narrazione.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


30
ott 08

Io non obamo

Due parole per farmi poi prendere per il culo da chi so io.
Sinceramente: Barack Obama non mi fa impazzire. Per me è solo un americano che sta provando a farsi eleggere da altri americani come loro presidente. Non credo che se verrà eletto sarà in grado di cambiare il mondo. Credo che neache lo voglia – cambiare il mondo. Sarà che sono scettico forte, sarà che la cosa mi puzza un po’. Ma quando mai il popolo statunitense può riuscire ad eleggere un negro alla più alta carica amministrativa? Avete mai sentito parlare di “Effetto Bradley”? No? Datevi una lettura qui, allora. Anche Luca De Biase spende due parole a riguardo.

Sì, “negro”! Ho scritto proprio “negro”, perché “afroamericano”, “di colore”, “nero”, eccetera, mi sembrano tutti termini molto ipocriti.
Tutto ciò non significa, però, che io non preferisca Obama a McCain. Il vecchio veterano di guerra potrebbe fare molto male, soprattutto sul fronte della politica estera ed economica, forse ancora peggio di quanto abbia fatto George W. Bush negli ultimi 8 anni.
Non parteggio per Obama, non “tifo” Obama. Rritengo solo che questo candidato sia meglio dell’altro. Si, bon, ci sarebbero altri 4 candidati – mi dicono – ma contano quanto il 2 a briscola. Ossia praticamente nulla. Ormai si sceglie il male minore. E soprattutto non mi va di prendere posizioni così, alla cieca. Non serve: non ho la cittadinanza americana, non devo votare. Non ho seguito i discorsi dei candidati. Dico la mia per quel poco che ne so, senza presunzione. E non venite a dirmi che nessuno ha richiesto il mio parere, perché lo so già, lo so benissimo che avete ragione.
Oggi ho buttato un occhio sullo spottone di 30 minuti circa che Barack Obama ha prodotto e diffuso su sette network nazionali – tra cui Nbc, Cbs e Fox. Su questo argomento la penso sostanzialmente come l’amico Miic: certa retorica mi sa che funziona solo oltreoceano. Dei sondaggi non mi fido. Per niente. Buoni solo a riempire telegiornali e pagine di giornale.
Riassumo: spero che Obama diventi presidente ma non ci credo più di tanto.
E ora… vai con l’inutile polemica!


30
ott 08

Satisfactions left by copyleft

Con questo post vorrei ringraziare il Dipartimento di Matematica “Federigo Enriques” dell’Università di Milano che mi ha fatto recapitare una copia del magazine “X la tangente” – il numero dell’11 Settembre 2008 per la precisione. O meglio i ringraziamenti vanno a Giovanna Dimitolo di “Matematita”, il Centro di Ricerca Interuniversitario per la Comunicazione e l’Apprendimento Informale della Matematica.
Il motivo è presto detto: qualche settimana fa le ho concesso l’utilizzo di due mie foto a titolo completamente gratuito. I due scatti – che potete vedere cliccando qui e qui – sono andati a corredo dell’articolo “La freccia del tempo” di Alberto Abbondandololo che tratta di come l’equazione di Newton sia invariante per inversione temporale.


27
ott 08

Somebody Else's Phone

La scorsa settimana la mia amica Giorgia Galli mi ha scritto un’email per invitarmi a partecipare a “Somebody else’s Phone”, un’iniziativa di marketing che la Wieden + Kennedy ha messo in piedi per la Nokia.
Mi sono rifiutato per alcuni semplici motivi:
1. Perché sul mio blog non c’è pubblicità e non voglio coinvolgerlo in operazioni di marketing. Diciamo pure che si tratta di una specie di ‘policy’ mai scritta ma sempre valida.
2. Perché non ho tempo sufficiente per occuparmene.
3. Perché collaboro con una società che in un certo senso è direttamente concorrente di Wieden + Kennedy, per cui il mio contratto non me lo permetterebbe.
4. Perché credo che il ‘gratis’ in questi casi non rende e in un certo senso potrebbe anche offendere. Ossia, per conivolgere blogger in questo tipo di operazioni, il cliente dovrebbe essere disposto a retribuirli in qualche modo (non necessariamente monetario).
Mi è stato detto allora che la Nokia avrebbe regalato al sottoscritto e ai suoi lettori alcuni telefoni cellulari ma ho preferito, comunque, rimanere sulle mie posizioni e rifiutare.

Ad ogni modo ho promesso a Giorgia di parlarne sul mio blog, anche se solo brevemente. Per cui ecco qui.
Tutto sommato credo che l’iniziativa sia davvero interessante e vada seguita perché è nuova ed originale.
La campagna – lanciata ufficialmente il 15 Ottobre e della dureta di 6 settimane – si basa su un ‘Online Drama’ creato da Nokia e ispirato dal ruolo che il cellulare riveste nelle nostre vite in questo momento. Il web drama esplora le vite in tempo reale di 3 personaggi, Anna, Jade e Luca, nel loro privato e tramite tutto ciò che è contenuto nei loro telefonini.
I blogger coinvolti nell’iniziativa sono invitati a postare settimanalmente sul loro blog il contenuto della campagna e a rispondere a domande del tipo “Che cosa dice il tuo cellulare su di te? A chi faresti vedere i contenuti del tuo cellulare? Ai tuoi amici? Alla mamma? Al tuo capo?”, ecc.
E’ stato creato anche un canale video specifico su DailyMotion.
Chi è interessato qui trova tutti i dettagli dell’iniziativa.
In bocca al lupo!


27
ott 08

Wall-E

Wall-E
di Andrew Stanton (Usa, 2008)

La farò semplice: questo film è un capolavoro. Lo metterei nella prime posizioni di una ipotetica classifica dei film Pixar, insieme a “Gli incredibili”, “Monsters & Co.” e “Ratatouille”. E tenete ben presente che, per me, i titoli Pixar sono già nell’Olimpo dei lungometraggi d’animazione, o meglio: fanno quasi categorie a parte. I fan di “Shrek” e/o “Era glaciale” si offendano pure.
“Wall-E” mi è piaciuto a tal punto che sarei potuto uscire dal cinema già dopo la fine di “Presto” – il breve cartone animato che introduce il film in cui duettano con ironia e surrealismo un coniglio ed un mago (vedi clip seguente), visto che già questa sola visione mi aveva più che soddisfatto.

La storia raccontata è quella di Wall-E, l’ultimo robot della Terra; qualcuno deve averlo dimenticato attivato sul nostro pianeta, un posto ormai completamente desolato, a svolgere la funzione per cui in origine è stato creato: compattare i rifiuti. Questo personaggio ricorda tantissimo “Numero 5″, ossia il protagonista del film “Corto Circuito” (John Badman, 1986) ma per una volta faremo finta di non accorgerci della palese somiglianza tra i due, onde evitare eventuali polemiche sulla creatività autoriale.

Wall-E è un robot quasi più umano degli umani, un esserino dolce e buffo che soffre (inspiegabilmente) di solitudine, avendo come solo ed unico compagno una specie di cimice – forse anch’essa robot meccanico o forse unico essere vivente suggito ad una specie di olocausto futurista di stampo anti-ecologista. Wall-E compatta, compatta e compatta, per tutto il giorno. Ogni balla di rifiuti che comprime nel suo corpo cubico va a formare altissimi e desolanti grattacieli di spazzatura. Il suo unico passatempo a questo lavoro alienante è raccogliere oggetti di cui non capisce il reale utilizzo originario all’interno di un container che funge anche da casa/rifugio notturno. I suoi giorni tristi e solitari finiranno quando sulla Terra arriverà Eve, un robot donna dal design così stiloso che sembra ispirato agli canoni estetici dalle matite della Apple, che ha come compito quello di trovare l’ultima forma di vita vegetale sul globo terracqueo.
Se vogliamo andare oltre la dolce storia d’amore – a dire il vero alquanto tradizionale – e se bypassiamo le tecniche grafiche degli studi Pixar che da sole possono essere considerate il fattore che rende “Wall-E” un capolavoro, un elemento cioè che non fa altro che migliorare con il passare degli anni, possiamo concentrarci su tutta una serie di aspetti che rendono questa pellicola qualcosa di davvero pregevole. Mi riferisco alla polemica, nemmeno tanto velata, nei confronti del genere umano, della sua pigrizia, del cinismo e della falsità dei vertici governativi (di qualsiasi ordinamento e di qualsiasi epoca), alla mancanza di attenzione nei confronti del problema ambientale che affligge la Terra, alla artificialità delle situazioni turistiche (siano crociere, villaggi turistici, ecc), alla stupida rigidità delle organizzazioni che tendono alla perfezione (vedi l’organizzazione della nave stellare).
Da apprezzare anche la citazione di Hal 9000 e “2001 Odissea nello spazio” che il regista ha voluto fare rappresentando un computer con un grande occhio rosso che per tenere fede alle istruzioni che gli sono state date dai suoi creatori, si insubordina e fa di tutto per prendere il comando, arrivando persino ad esautorare l’uomo che gli impartisce gli ordini.
Due sono le scene che mi hanno fatto tanto sorridere: una è quella in cui i computer difettosi spaccano il vetro della stanza che li tiene prigionieri, irrompono nella stanza attigua, prendono Wall-E e lo portano in trionfo per i corridoi dell’astronave come fossero dei pazzi criminali in fuga da un ospedale psichiatrico; l’altra è quella in cui Eve, stizzita per i danni provocati dalla goffagine di Wall-E, inizia ad urlare il suo nome, rappresentando così esattamente ciò che ogni donna fa quando il proprio compagno ne combina una delle sue.
Nota: quando il robottino protagonista termina di ricaricarsi con l’energia solare emette un suono del sistema operativo Mac OSX.
Se ancora non l’avete visto, mollate tutto e correte al cinema – stasera stessa.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


24
ott 08

Puppy dogs for bullocks

In meno di due anni la Walt Disney Pictures ha prodotto 3 film che hanno un cane o più cani come protagonista. Dico 3: Bolt, Underdog e Beverly Hills Chihuahua. W la creatività. E non solo quella.

Inutile aggiungere che io non ne vedrò nemmeno uno.


23
ott 08

The Oblongs

Il mio cartone animato preferito del momento si chiama “The Oblongs”. Ne vedete il trailer qui sopra. L’ho scoperto per caso. Lo trasmette La 7 alle 19:40 circa, ossia prima del tg della sera.

“The Oblongs” è una produzione statunitense della Warner Bros., tratta le vicende di una famiglia completamente deformata che risiede in una capitale farmaceutica immaginaria. Proprio a causa della presenza dell’industria vicina, gli abitanti della zona hanno subito una modifica al proprio aspetto e così Gli Oblongs rappresentano l’emblema della famiglia devastata dall’inquinamento in cui padre, madre e figli sembrano completamente diversi tra loro. [tratto da TvBlog.it]

C’è chi definisce “The Oblongs” più irriverente dei Simpsons – e credo non si sbagli affatto. Stiamo parlando di una famiglia davvero ‘tossica’. Per dire: papà Oblong non ha braccia, né gambe – praticamente un tronco umano – mamma Oblong è magrissima, fumatrice accanita, alcolista, una svampita che porta un parruccone biondo, i due figli maggiori sono gemelli siamesi attacati per le anche, il secondo figlio è un ragazzino sfigatello e pelato che indossa sempre una magliettina con la scritta “No”, la figlia minore ha un bubbone rosa che gli sbuca dal cranio e che gli ha bloccato la crescita, il loro amico barman è un trans cinico con una voce che mette quasi paura. Nella versione originale le voci di Bob Oblong e di Pickles Oblong sono rispettivamente di Will Ferrell e di Jean Smart.
A me “The Oblongs” piace da impazzire. Consigliatissimo.

Qui il sito ufficiale.


23
ott 08

Un testo al dì (23 Ottobre 2008)

“Distante”
Meg
dall’album “Psychodelice”, 2008

Svegliami
prima dell’alba
Portami
dove la luce non c’è
così che il sole
non illumini più
tutte le paure
tutto questo dolore e

Ogni
momento
sembra cruciale
in un istante tutto
può accadere
in un attimo solo tutto
può cambiare
Passami le snakers,
meglio scappare e

Fammi sentire distante
da ciò che più a cuore mi sta
Fammi setire distante
lontana anni luce da qua

Fammi sentire distante
da ciò che più a cuore mi sta
Fammi setire distante
lontana anni luce da qua

Fammi sentire distante
da ciò che più a cuore mi sta
Fammi setire distante
lontana anni luce da qua

Svegliami prima dell’alba
portami dove la luce non c’è
così che il sole
non illumini più
tutte le paure tutto questo dolore e

Fammi sentire distante
da ciò che più a cuore mi sta
Fammi setire distante
lontana anni luce da qua

Fammi sentire distante
da ciò che più a cuore mi sta
Fammi setire distante
lontana anni luce da qua

Fammi sentire distante
da ciò che più a cuore mi sta
Fammi setire distante
lontana anni luce da qua


22
ott 08

Gattaca – La porta dell'universo

Gattaca – La porta dell’universo
(Gattaca)

di Andrew Niccol (USA, 1997)
con Ethan Hawke, Uma Thurman, Jude Law,
Elias Koteas, Alan Arkin, Gore Vidal,

Xander Berkeley, Ernest Borgnine

Premessa: a me non piacciono i film di fantascienza. Anzi! Questo, invece, lo è a tutti gli effetti: una storia d’amore a sfondo sci-fi.
“Gattaca” ha delle buone premesse, dal punto di vista etico/filosofico/scientifico, ma si risolve in una marea di insulso buonismo.
Siamo in un futuro non molto remoto, un mondo in cui i figli si concepiscono in provetta. Ogni nascituro è ‘progettato’ per essere il più perfetto possibile (lo so che linguisticamente e semiologicamente è una frase errata ma serve a farvi capire di che si tratta). Sin dal momento della nascita, cioè, di ogni essere umano si conosce il suo destino: cosa gli acadrà, quando gli accadrà, quando e come morirà.
Non succede così a Vincent, il protagonista, che invece è un vero e proprio ‘figlio dell’amore’, ossia concepito alla ‘vecchia maniera’. Sin da ragazzino iniziano i suoi problemi con il mondo dei figli predestinati. Un grave problema cardiaco, inoltre non fa che peggiorare le cose. Un segno tangibile di questo disadattamento è la perpetua competizione con suo fratello – quello perfetto, geneticamente progettato – il quale è il polo attrattivo dell’affetto dei genitori.
Il sogno di Vincent è quello di diventare da adulto una specie di viaggiatore dello spazio, di poter lasciare la Terra per una missione spaziale. Nonostante la sua condizione svantaggiata, comunque il ragazzo riesce ad arrivare a Gattaca, a lavorare cioè per il centro che si occupa delle missioni siderali. La strada però è lunga: la gavetta inizia facendo l’addetto alle pulizie nella stessa sede di Gattaca. Un giorno poi incontra un uomo di quelli progettati in provetta il quale decide di vendergli la propria identità, ossia la propria vita. Da qui in avanti sarà per tutti Jerome. La vita di Vincent/Jerome sarà molto più semplice dal punto di vista lavorativo, dell’accesso al benessere e e dei rapporti nella società dei ‘migliori’ anche se sarà complicatissima dal punto di vista intimo, poiché ogni giorno è costretto a cancellare dal suo corpo le tracce del ‘vecchio se’ e a indossare quelle del nuovo. Indossa infatti diverse protesi (lenti a contatto, polpastrelli pieni di sangue prelevato di Jerome, ecc), si tinge i capelli ed arriva a segarsi le tibie per apparire più basso, alto esattamente quanto Jerome. Vincent compra la vita di un essere perfetto per realizzarsi nella società che invidia. Ma non tutto andrà per il verso giusto. Le cose si complicano quando Vincent, ad un passo dal realizzare il suo sogno (una missione nello Spazio siderale), il suo diretto superiore viene assassinato.
Parallelamente a queste vicende si sviluppa una storia d’amore con una sua collega, tale Irene, L’incontro tra i due avviene quando alla donna viene assegnato il compito di collaborare con la polizia sulle indagini dell’omicidio.
Ed è qui che va tutto in vacca: perché ovviamente i due si innamorano. Lei è imperfetta (ha problemi di cuore) quasi quanto lui o forse di più. L’amore trionfa da una parte, l’amicizia tra Vincent e Jerome viene sublimata con un suicidio dall’altra, ecc. I sogni e l’amore che vincono su tutto, ma come sono buoni in fondo gli umani – quegli stessi umani, notare, che hanno messo in piedi quel mondo freddo, artificiale, orribile in cui Vincent è nato.
Ethan Hawke può anche essere bravo a recitare (non tanto, comunque) ma credo che per questo film rappresenti una scelta sbagliata. Intendo: è un belloccio, è alto, biondo, con un fisico palestrato. Qui ci doveva stare uno sfigatello, uno con la faccia cianotica a causa delle cattive condizioni di salute. Un paio di occhiali sul naso bastano a rendere spugnetta cioè che è in realtà una roccia. Ricordarlo sempre.
Uma Thurman invece ci sta. E’ già algida di suo per cui qui la pettinatura da educatrice teutonica e il collo oblungo contibuiscono ulteriormente a dare quell’idea di freddezza e rigore che contraddistinguono questo personaggio.
Jude Law solitamente mi sta un po’ sulle scatole ma qui è perfetto per fare il fighetta, il figlio di papà, quello che ha avuto tutto – troppo – dalla vita. Quell’aria da bastardo che riesce a sfoderare s’intreccia benissimo con l’ironia tagliente che lo scrip gli mette in bocca. Complimenti sinceri.
Alan Arkin mi sta estremamente simpatico. L’ho apprezzato tantissimo in “Little Miss Sunshine” – nei panni del nonnetto cocainomane – perché mi ha fatto divertire. L’ho rivisto qui e mi è piaciuto ancora – un’altra volta. Credo a causa della testardaggine del suo personaggio e della voce attribuitagli dal doppiaggio italiano.
Nota sul sottotitolo italiano: non c’entra assolutamente con il soggetto del film. Credo sia stato scelto esclusivamente per far capire al popolo bue italiota che si trattava di un film a sfondo fantascientifico.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.