Zabriskie Point (poster)

Zabriskie Point

di Michelangelo Antonioni (Italia, USA, 1970)
con Paul Fix, Daria Halprin, Mark Frechette,
G. D. Spradlin, Bill Garaway, Kathleen Cleaver

I film di Antonioni sono così: quattro avvenimenti in un mare di scene così belle da sembrare cartoline. Anche “Zabriskie Point” non si sottrae a questa classificazione. I dialoghi sono radi, pochi. E quei pochi che ci sono tentano a tutti i costi di filosofeggiare.
La trama è presto detta: siamo nel periodo cosiddetto della ‘Contestazione’. La prima scena è dedicata ad una lunga assemblea tra giovani studenti che qui diremmo appartenenti ai ‘collettivi’. Il dibattito rimbalza da una bocca all’altra spesso senza senso logico e stracolmo di retorica anti-sistema. Nell’Università di Los Angeles avvengono spesso scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Durante uno di questi un ragazzo di nome Mark spara ad un poliziotto che aveva precedentemente assassinato un altro manifestante. Conscio del grave gesto, sentendosi in pericolo, fugge via. Non sa dove andare. Si mette in marcia senza alcuna meta apparente. Non ha nemmeno i soldi per mangiare. Prova ad elemosinare un panino da un salumiere ma non ci riesce. Chiama a casa per avvisare il suo coinquilino e apprende di essere stato riconosciuto dalla stampa come esecutore della sparatoria ai danni del poliziotto, ormai morto.
A questo punto la sua fuga continua verso il deserto. Mark ruba un aereo leggero da un hangar e vola a ‘farsi un giro’ sulle dune sabbiose della parte più interna della California.
Durante questo bighellonare per l’aria vede un’auto solitaria su di una strada, tra la sabbia. Si diverte a spaventare il guidatore della macchina. Poi si accorge che si tratta di una bella ragazza. Le lancia un drappo rosso dal veivolo. Poi scende, i due si conoscono e prendono subito confidenza. Lui le chiede un passaggio per cercare carburante. Finiscono però per fermarsi a metà viaggio in una cava di gesso denominata Zabriskie Point (da cui il titolo del film). Qui i due ragazzi giocheranno come due bambini e si ritroveranno a far sesso in una scena semi-onirica che ha delle sembianze di orgia comunitaria. Le immagini infatti sono quelle di tante coppie che giocano a far l’amore rotolandosi tra la sabbia e la polvere della cava.
Tornati in strada, i due ragazzi s’imbattono in un poliziotto di pattuglia, il quale rischia di essere ucciso da Mark, terrorizzato all’idea di essere catturato ed imprigionato.

A questo punto i ragazzi tornano all’aereo. Ridipingono il velivolo con disegni e colorazioni naive e si dividono. Mark ritorna in volo all’aeroporto per restituire il velivolo. Daria invece prosegue il suo viaggio in auto verso Phoenix.
Appena l’aereo mettere una ruota sul suolo la polizia sparerà addosso a Mark uccidendolo.
Daria verrà a conoscenza della morte di Mark via radio. Poi, raggiunta la villa in cui il suo capo aveva una riunione di lavoro con dei palazzinari, ne fuggirà via schifata. L’ultima scena è quella dell’esplosione della maxi-villa in stile Lloyd, arrocata tra le rocce del deserto. Qui scatta la libera interpretazione. A mio modo di vedere tutta la serie di esplosioni che concludono questa pellicola sono da interpretare in maniera simbolica, ossia come un sogno/desiderio della stessa Daria, schifata dal mondo cinico e gretto che la circonda, solo ed esclusivamente interessato al profitto, che non si cura del suo dolore per la morte dell’uomo che aveva amato solo poche ore prima.
La fotografia, curata da Alfio Contini, comunque merita.
La colonna sonora – tra gli altri – comprende brani psichedelico/lisergici di Pink Floyd, Grateful Dead e Rolling Stones.
Pellicola sconsigliata a meno che non siate dei cinefili sessantottini. Fate altro: uscite, vedete gente, fate cose…

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.