You are currently browsing the Smeerch.it blog archives for marzo, 2008


Due marroni per Carlà

Carla Bruni Nicholas Sarkozy

[Ecco qui. Un'altro racconto dell'assurdo. Un vero omaggio a Maurizio Milani. Voi leggetelo e cercate di immaginare che sia la sua voce, quella che state ascoltando].

Io li ho conosciuti Sarkozy e Carla Bruni. Sono due brave personcine. No, davvero. Li ho incontrati a Roma. Sarà stato Novembre dell’anno scorso. A via del Corso, a Roma. Sai, loro sono venuti per una borsa. Carla Bruni ha fatto una sfilata per Fendi, una mesata prima. Allora sul cachet ci sono stati problemi. Lei voleva 15 mila Euro. Hanno tirato sul prezzo. Chi da una parte, chi dall’altra. Quelli di Fendi le volevano dare solo 10 mila Euro. Ormai le modelle si fanno pagare in Euro. E’ così. Il dollaro non tira più, l’Euro avanza… cose di finanza che non vi sto a spiegare adesso.
I Fendi le hanno dato 10 mila Euro. Sette fatturati, belli chiari e limpidi e 3 in nero. La Carlà ha storto un po’ il naso, sai, non tanto per il fuori fattura, ma più che altro perché voleva portare a casa qualche soldino in più. Poi alla fine si sono accordati e lei ha preso i diecimila più una borsa della casa, ma da ritirare in sede. A Roma. Le hanno detto che a Roma avevano un paio di borse che erano uscite male dalla fabbrica, non cucite benissimo, e le hanno offerto una di queste, insomma. Il fatto è che c’hanno delle storie, dei casini coi corrieri della Capitale. I pony express di Roma risultano allergici alla pelle di cavallo Fendi – dati ASL alla mano – per cui la borsa la danno ma è da ritirare in sede.
La Bruni ha convinto Sarkozy a venire qui in Italia a Roma… apposta, eh! Hanno preso il jet privato presidenziale e sono scesi a Ciampino. Lui voleva dirottare su Pratica di Mare, l’aeroporto militare, ma più per una questione di forma, di etichetta, però il capitano ha sconsigliato, c’era burrasca, e, bon! Sono scesi a Ciampino. Passando davanti al Duty Free, Nicolas ha detto: “Va là Carlà, prendiamola qui la borsa, c’è lo store Fendi di Ciampino” Insomma lui c’aveva una certa premura. Lei, precisina, gli ha ricordato che la borsa per lei era in centro a Roma, così ha preso un taxi. 55 minuti erano a piazza del Popolo. Li vuoi fare due passi? Un gelatino. Verso le 18 e 30 stavano a via del Corso, incrocio via dei Condotti. Hai presente lo slargo? Ecco. Io ero lì, col mio banchetto davanti all’ingrezzo del negozio. C’avevo le castagne belle calde. Come sempre. Ero in tour. Lo sapevi? Sì, c’ho il banchettino delle castagne. La fornace, quella piccola, portatile. Per arrotondare vendo le caldarroste.
Ero in tour. Siamo in tre: io, il Gianni con lo il cocco fresco e lo zucchero filato e sua cognata Marisa che legge la mano, fa le carte, robe così. Eravamo appena arrivati, giù a Roma. Eravam stati a Bari. Ancora prima ad Ancona e su, Venezia. Poi ci mancavano solo Palermo, Napoli, Firenze, Bologna e Milano. Metti due tre giorni a città. Il 24 Dicembre notte eravamo a Milano. Piazza Duomo.
Comunque, tornando a Nicholas e Carlà: lui mi ha riconociuto, lei no. Lei è andata dritta nel negozio. Ha tirato dritto. Aveva il pallino della borsa. Era venuta lì per questo. Lui no, lui s’è fermato. Abbiam fatto due chiacchiere, un tipo davvero alla mano, sai? Cioè più che lui, l’ho riconosciuto io. Lui mi fa, “Pardon… buon uomò, due marrons per la mia ragassà” Che detto così pare una cosa sconcia, ma insomma voleva un cono di castagne, tutto lì. Niente di compromettente. Ecco. Io l’ho riconosciuto, mi si son bagnati gli occhi per l’emozione, volevo cantare la marsigliese ma il mese prima avevo fatto le tonsille, per cui ho rinunciato. Sai, la salute prima di tutto. Insomma ci siam salutati. Io gli ho detto “Che piascèr, president! Son onoré…” Cose così. Che poi noi abbiam votato anche per lui. Gliel’ho detto, eh! Il marito di mia cugina, la Lucia, sta su in Francia. Cioè giù in Camargue. Alleva cavalli. L’ultima volta che ci siamo sentiti, lui mi ha detto al telefono che ha votato per il presidànt, per Nicholas. Per cui, insomma, per fraternizzare io ci tenevo a dirlo. E l’ho detto. Mi sa che lui non ha capito però sorrideva. Poi ha insistito. C’aveva fretta. Mi ha chiesto ancora le castagne. E io cosa potevo fare? Tre pezzi son 10 Euro. Facciamo 9 perché è lei. La conosco, ci conosciamo ormai… Ecco solo che mi spiaceva, pover’uomo. Non me la sono sentita di mentire anche con lui. Gli ho detto: “Presidente guardi, scelga pure lei, ma prenda queste tre, le ultime della fila a destra. Son le più fresche”. Sai, non è che il commercio delle caldarroste va così bene. Non nuotiamo nell’oro noi caldarrostai. Cioè si vende poco, la castagna costa, robe così. Noi siamo aperti al pubblico da settebre a Luglio. Io personalmente, tipo chiudo solo 3 settimane ad Agosto che vado giù in Puglia al mare: Gallipoli, Ostuni… quei posti lì. 11 mesi le castagne son sempre quelle. Io le giro, le rigiro son quelle! In 11 mesi diventano di marmo, tanto son dure. Tu puoi mettere una “X” con un pennarello rosso su di una castagna, puoi tornare dopo 3 mesi e lei è ancora lì’. La trovi lì che io la giro ancora sul fuoco. Son marroni enormi. Tu mi capirai.

Comunque lui le ha prese, queste tre che avevo indicato. Ha pagato di tasca sua. Cioè davvero. Va in giro con del contante nel portafoglio. Ma sul serio. Che se me lo dicevi non ci credevo. Invece sì. Per cui. Son brave persone. Soprattutto lui, sì. Si è parlato poi di matrimonio di convenienza, di interessi. Ma son cose brutte. Son malelingue. In quei due minuti lì che si è fermato mi ha anche spiegato che l’amore è nato perché lui, Nicholas, ha una certa dimistichezza con gli assegni. Li stacca facilmente. Non è una roba di interesse, no. Fammi spiegare. Lei, la Bruni, paga solo con carta di credito o al massimo con assegni. Al massimo con gli assegni. Non usa contanti. Assolutamente. E’ solo che la banca l’anno scorso ha fatto un po’ di casini con le pratiche. Lei adesso non può più firmare nulla. Niente assegni. Nada. Zero. Per cui cercava l’uomo giusto che potesse firmare, capace di staccare assegni… Ecco che ti arriva Sarko. Bon! Si fidanzano in casa.
Com’è finita? Che lei è uscita di corsa, la Bruni va sempre di corsa, esce dal negozio, la borsa mi sa che non le è piaciuta. Lei cercava il nero, un modello bianco e nero. Le hanno dato una pochette su tonalità ecru. C’è rimasta male. Lui s’è messo ad inseguirla con i marròns in mano…

Lego Futurama

Lego Zoidberg

Avessi 20 anni in meno mi farei regalare queste costruzioni. Peccato che non siano in vendita ma sono solo frutto della mente fantasticamente perversa di un fan.
Qui trovate tutti gli scatti.

Fonte: Inkiostro.

La salvia gialla della signora in giallo

Angela Lansbury

Vasta è la gamma di sentimenti che mi suscita la fauna degli abitanti di Hollywood. Certo qui ci abito anche io. C’è gente normale. Tipi semplici e tipi sfigati. Chi non sopporto è il Vip. La Very Importan Person. È questo il tipo di soggetto che infesta le strade di quella che considero la mia città. Alcun di essi mi provocano fastidio, malumore e rabbia. Soprattutto quando incrociano la mia strada. Altri li invidio ma sono pochi. Più che altro vorrei essere al loro posto. Non aver problemi di denaro e riuscire scopare anche io quelle tipe da copertina che si portano a letto. Altri ancora mi fanno penna. Diciamo compassione.
Tra questi senza dubbio c’è Angela Lansbury. La protagonista di “Murder She Wrote” (La signora in giallo). La ricordate, no? Era quella serie tv dell’anziana signora di Cabot Cove, scaltra come una faina, che sgamava qualsiati tipo di reato accadesse nella sua cittadina, riuscendo sempre ad anticipare i risultati di qualsiasi indagine della polizia locale. Era un telefilmetto da poco. Ma mi piaceva guardarlo. Sapevo sin dal principio come sarebbe andato a finire eppure lo guardavo. Era tv da disimpegno. Ricordo che da ragazzo, quando abitavo ancora con i miei, passavo intere mattinate sul divano, sdraiato, a guardare Lady Jessica Fletcher, con una lattina di Coca-cola in mano. Sei fai sega a scuola ma tuoi compagni non ti seguono nell’impresa non ti resta che tornartene a casa e sprofondare nel più pigro dei cazzeggi.
Angela non è più scaltra come Jessica. Mi chiedo se lo sia mai stata. È quasi uscita definitivamente dal giro della tv e del cinema. Fa ancora qualcosa, ma poco. Per lo più cosette. Passa gran parte del suo tempo in strada. S’è presa in affitto una casetta in Montana Avenue, vicino al Cimitero Nazionale. S’è spostata da poco. Prima aveva un appartamentino a Malibù, poco distante dal mare. Credo che si sia trasferita lì per stare più vicino al posto in cui lavora. Sì, diciamo così. Chiamiamolo pure lavoro. Più che altro è un’occupazione per alzare un po’ di grana. Economicamente credo che stia messa molto male. Basta dare una mezza occhiata alla catapecchia in cui s’è stabilita.
Con i serial tv ha fatto un bel po’ di soldi ma se li è spesi tutti. E malissimo. Per tutti gli anni ’70 non ha fatto altro che comprare gioielli. E pellicce. Pellicce negli anni ’80 e gioielli nei ’70. Tutta roba ormai rubatale dai figli o persa chissà dove. Qualche capo se l’è già venduto. Qualcuno l’ha ‘preso in prestito’ sua figlia – diciamo così – e non gliel’ha mai restituito. Metteteci nel conto anche investimenti sbagliati. Gli ultimi quattrini che le erano rimasti sono svaniti nel progetto per una fiction mai venduta alle tv. Girata una sola puntata pilota e mai andata in onda. Una serie decisamente ‘old school’ i cui protagonisti erano un gruppo di anziani che vivevano in una comunità – una specie di ospizio autogestito – e che, dall’alto della loro saggezza ed esperienza, davano aiuto a giovani che avevano bisogno di assistenza. Vecchiacci che danno consigli a ragazzi sbandati. Roba da matti! Chi è che può finanziare una cosa simile? Ma chi te la compra ‘sta roba da vecchi?! Da vecchi, con vecchi e per vecchi! Puah! 2 milioni di dollari bruciati. Buttati al vento.
Ecco che Angela s’è data da fare. S’è industriata. L’idea gli è venuta un giorno, mentre stava cucinando. Ai fornelli non è male. Se la cava benino. Però non cucina mai. Le è preso così: è diventata pigra. Mangia sempre fuori. Un hamburger in qualche localino vicino all’Università e via. Le basta quello per campare. L’idea di spacciare erba l’è venuta cucinando il polpettone. Un piatto che fa da anni. Il mese scorso però ha voluto aggiungere una nuova spezia: la salvia. Non l’aveva mai usata prima. L’ha sentito una sera in tv. Stava guardando un programma di ricette: Cooking with Coolio su My Damn Channel. Ha sentito che il rapper, host della trasmissione, consigliava di mettere della salvia anche nei piatti di carne e lei ha voluto provare. Il giorno dopo ha rifatto il polpettone e ci ha spolverato sopra anche della salvia. Quando l’ha mangiato ed è stata male di stomaco per 2 giorni ha pensato che tutto quel rimescolamento di budella fosse dovuto alla salvia. Ha avuto anche febbre alta e allucinazioni. Allora ha pensato: “Ma sta roba che è? Non sarà mica allucinogena? Non sarà una droga? Come mai la vendono al supermercato?” Chissà perché quando senti un rapper parlare di spezie pensi sempre a sostanze stupefacenti!?
All’improvviso Angela ha avuto una intuizione: ha alzato la cornetta e ha chiamato suo nipote Jordie. Gli ha chiesto di fare una ricerca su Internet lui che è tanto bravo con il computer. “Jordie, tesoro, me la fai una ricerca? A Nonna serve sapere che diavolo è sta salvia. Me lo dici per favore. Controlla su Internèt”. Jordie deve essersi sbagliato di grosso perché le ha raccontato che la salvia è in effetti allucinogena. Avrà fatto di certo confusione. La voce che ha letto da qualche parte non era di certo la Salvia officinalis, quella in senso stretto, ma la Savia Divinorum. La salvia degli dei. Quella allucinogena. Capite che guaio!? Sono andati entrambi in confusione. Lui non ha approfondito più di tanto. A lei è bastato sapere che in effetti produce allucinazioni, causa stati di alterazione della mente. “Perdita di percezione del proprio corpo” è decisamente una definizione convincente per una che si vuole mettere a spacciare.
S’è fiondata al drugstore dietro casa e ha fatto incetta di boccettine di salvia. Quella da cucina, ovvio. Ma lei ormai era convita di fare un’affare. Stava gabbando lo stato e tutte le industrie confezionatrici di salvia. Non era mica colpa sua se nessuno si era accorto che quella roba manda ai pazzi. Magari era una droga leggera leggera, per questo forse non era stata vietata dalle leggi federali. Mah. Chissà! A lei non importava. Lei era solo interessata a farci dei soldi. E tanti. Lucrare su qualcosa non era mai stato tanto facile. Per la prima volta era lei a creare un business. Tutta da sola. Senza l’aiuto di nessuno. La voglia di fare, di mettersi in proprio, di essere una pusher professionista, di diventare la nuova Pablo Escobar di Beverly Hills la riempiva d’orgoglio, tanto quanto il pensiero di aver avuto un’idea geniale tutta da sola.
Così si è organizzata per bene. Dapprima ha comprato dei libri sulla storia di alcuni noti malviventi che hanno fatto la storia dello spaccio negli USA e li ha letti in tutta fretta. Poi ha dedicato una settimana circa a cercare un buon posto dove mettersi a distribuire le sue bustine trasparenti.
Individuato Holmby Park, ci ha trascorso diverse ore ad osservare il tipo di gente che ci passa. Poi ha deciso: sarebbe stato quello il suo posto. È vicinissimo alla UCLA (University of California, Los Angeles), al campus. Sono centinaia, forse migliaia, i giovani che ci passano giornate intere. Chiacchierate animate, ore di studio sotto l’ombra degli alberi, picnic, piccole partitelle amatoriali di football e ozio. Tanto ozio. Quei fighettini della UCLA ci fanno di tutto a Holmby Park. Anche perché si trova a due passi dalle aule dove si tengono le lezioni.
Ci è voluto un po’ prima che qualcuno comprasse ma ci è riuscita. Il rischio in un certo senso c’è ma è calcolato. Non c’è molto pattugliamento nel parco. I piedipiatti non sospetterebbero mai che una ottantatreeenne spaccia erba a giovani che hanno un quarto dei suoi anni. Ma poi, a dirla tutta, il reato quale sarebbe? La salvia è una spezia. Quella che vende lei è erba aromatica, non droga. Non è proibita la vendita della salvia da cucina qui negli Stati Uniti. È un paese libero, lo sappiamo tutti. Si potrebbe configurare il reato di truffa? Si, figuriamoci! E voi riuscite ad immaginarvi un poliziotto che arresta una signora anziana mentre questa se ne sta seduta tranquilla sulla panchina? E le cronache che direbbero della polizia locale? Senza contare che a tutt’oggi nessun rottinculo con la divisa blu si è mai accorto che quella donna anziana coperta di giacchette di lana è Angela Lansbury. Fosse Sharon Stone sarebbero già corsi a fare i piacioni e a chiedere un autografo “per i miei figli, gentilmente”. Ma gran parte di loro non sa chi sia la signora Lansbury. Nè Jessica Fletcher. Magari non hanno mai visto il suo telefilm in tv. Che ne so.
Io invece l’ho riconosciuta subito. Un paio di settimane fa sono stato a Holmby. Ho preso un sandwich, un succo d’arancia e un fumetto di Matt Groening (Futurama o i Simpson per me fa lo stesso) e me ne sono andato a leggere in santa pace. Mi sono seduto su di una panchina e mi sono immerso nella lettura. Tra una risata e l’altra ho alzato lo sguardo e l’ho vista. Angela. Non ci volevo credere. La cosa ha dell’assurdo. Mrs. Legality che spaccia. Se lo racconto non ci crede nessuno. Ma a chi lo racconto? Ci potrei rischiare io qualcosa. Davvero non mi crederebbero. E poi perchè? A che pro? Un po’ mi spiace. L’ho già detto: mi fa pena. Crede di essere una criminale incallita ma è solo una povera matta. Crede di agire nell’ombra ma è chiaro come il sole che spaccia. Io sono rimasto un’ora circa su quella panchina. Ma in 20 minuti sono passati almeno tre compratori. Due hanno anche pagato. Uno se n’è andato senza prendere nulla. Magari non aveva soldi. “Chissà quali sono i prezzi” mi sono chiesto. “Chissà a quanto vende?!” Ho avuto la tentazione di provare. Ho provato.
Ho preso una bustina: 20 Dollari per circa 3 grammi di salvia. Nemmeno tanto a pensarci. Non so nemmeno se il gioco vale la candela. A comprare solitamente sono dei ragazzini. Alcuni di essi non hanno nemmeno 20 anni. E di sicuro comprare pseudo-droghe da 20 Dollari al pezzo è un affare alla portata delle loro tasche. Mi chiedo quanti cretini si siano accorti però che si tratta solo spezia profumata e nulla più.
L’ho fumata anche io. Quando sono tornato a casa ci ho fatto un paio di tiri. M’è venuto da vomitare ed ho buttato tutto nel cesso. Chissà se è davvero questo che cercano quegli sciamannati degli UCLA-erz. Di allucinazioni manco a parlarne. È impossibile crederci neppure per un secondo. Eppure questi qui comprano. Mah! Sono quattro foglioline secche e gialle. Mrs. Lansbury le farà ingiallire al sole. Magari le vuole cammuffare. Sarà davvero così rincoglionita da non essersi accorta che quella che vende non è droga? Secondo me un po’ ci crede un po’ no. Gli affari vanno benino e i soldi servono, per cui probabilmente l’ha capito anche lei, ormai, che le foglie non danno alcuna allucinazione. Ma l’erba si vende e a lei basta. Finge di esserne convinta. Soprattutto davanti ai suoi compratori. Mi chiedo come avrà fatto a non essere picchiata da quelli che le avranno chiesto i soldi indietro. Ma ci sarà mai tornato indietro qualcuno? Al parco ci sono così tanti studenti che ci puoi tornare ogni giorno per tre mesi di seguito e non incontrare mai le stesse persone. Difficile che qualcuno torni a cercarti. Per cui posso anche immaginare che sotto questo punto di vista le sia andata bene. Forse non è mai tornato nessuno a lamentarsi. Lo spero per lei.
Quello che ci fa con i soldi raccolti grazie a questa attività illecita (ma possiamo poi chiamarla sul serio così?) è molto semplice. Gioca al bingo. Non un paio di cartelle ogni tanto. Tre ore al giorno. Di fisso. Dalle 2 e mezza alle 5 e mezza. Non si perde un giro. Avete idea di quanto costi una cartella? Io no. Ma lei ne prende 6 per volta. E poi si fa tutte le chiamate. Tutte quelle del pomeriggio in quella fascia oraria. E’ molto metodica nelle sue cose. Ci va dalla domenica al venerdì. Sabato pausa. Quello è il giorno dedicato alla famiglia. Spera sempre che qualcuno dei suoi figli vada da trovarla e che le porti i nipoti. Lei ci terrebbe a vederli qualche volta. Ma niente. Speranza vana: non va mai nessuno a trovarla di sabato. Solo la sua amica Gwen passa a vedere come sta. Un paio di volte a settimana, di sera. Gwen arriva a casa sua verso le 19. Le riscalda una zuppa, l’aiuta a mettere un po’ a posto la cucina. Dovreste vedere che casino che è quella stamberga in cui vive! Poi chiacchierano un po’ come fossero due vecchie sorelle cresciute insieme e va via. Gwen è più giovane di Angela. È una zitellona: single di 67 anni ma ancora lavora. Fa le pulizie in qualche casa.
Nonostante nessun parente vada a trovarla di sabato lei, ostinatamente, resta a casa. Ne approfitta magari per andarea fare la spesa, la mattina presto. Va prendere un po’ di salvia al supermarket. Oppure mette le foglie ad essicare ulteriormente sul lucernaio. Le compra già essiccate ma s’è convinta che se diventano giallognole assumono un’aria più da merce proibita. Magari rara o chessò, esotica. È questo l’aspetto che vuole dare al suo prodotto. Daltronde i suoi studentelli quando la vedranno mai una vera pianta di Salvia Divinorum?
All’una e mezza lascia il parco, prende il bus. Una ex star della tv sui mezzi pubblici: l’avevate mai vista prima? Come s’è ridotta! Sale sul bus e scende a Inglewood. La sala bingo si trova nella Saint Mary’s Academy al 701 di Grace Avenue. Mangia un sandwich al volo – senza uovo. Lei odia le uova. E poi si tuffa ai tavoli. Come si chiamerà il tavolo del bingo? Tavolo verde come quello del casinò? Non credo. Comunque lei si siede lì e consuma un mezzo pennarello al giorno. Ne spreca così tanti che ormai se li porta da casa. Dice che al Bingo costano molto. Ne ha comprato una scatola da quaranta pezzi in un negozietto di Kinross Avenue. Lo stesso che le vende anche le bustine. Il titolare gliel’ha messo a 35 Dollari. Poco meno di 90 cent a pennarello. Quelli del bingo invece vogliono 3 dollari. Un dollaro solo se lo affitti per tutto il tempo che rimani a giocare.
Essendo un’habitué s’è organizzata. Nella sacca di iuta che porta al collo ci mette dentro le bustine di salvia, una paio di pennarelli – uno rosso e uno blu – e i dollari che incassa. Gettati a casaccio, un po’ qui un po’ lì, alla rinfusa. Più una bottiglietta d’acqua. Ha capito che se non beve di tanto in tanto, il sole di Holmby Park ci mette 20 minuti a disidratarla. E lei, lì sotto quel sole ci passa più di due ore. La mattina arriva verso le undici. Si siede. Poi si rialza, si fa a piedi un paio di vialetti. Si avvicina a questo, poi a quello. Chiede una sigaretta, propone il suo articolo, poi si risiede. E poi di nuovo: si alza, passeggia, ecc. E così via sino all’una e mezza quando corre al Bingo.
Ha provato a bere wiskey per dissetarsi. Ma ha rischiato di sentirsi male una volta. Ne aveva bevuto troppo. Poi dice pure che la sete la fa venire, più che toglierla. Per cui s’è data questa regola morale: niente alcool sul posto di lavoro. Un bicchierino se lo fa – di cognac francese – ma solo la sera, prima di andare a letto. A mezzanotte e mezza in punto, non appena finisce di vedere in tv la replica di una puntata di “Murder She Wrote”.

SmeercHouse 22 Marzo 2008

Puntata numero 100! Sembra ieri che sono partito con questo esperimento. Invece è oggi. Grazie a tutti quelli che hanno ascoltato in questi 4 anni. E anche a quelli che hanno già chiesto la registrazione di questa puntata che – ricordiamolo – può essere scaricata e masterizzata su di un cd con capacità massima di 80 min.
Potete ascoltare il podcast premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete qui sopra oppure potete scaricarlo cliccando qui (File Mp3 da 72,5 MB. Durata: 79 minuti circa – Codificato 128Kbps Stereo – 44.1 kHz)

La tracklist:
1. Justice – D.A.N.C.E.
2. Lorenzo 2005 – Coraggio
3. Daft Punk – Around The World
4. Tiga – Hot In Herre
5. Alan Braxe & Fred Falke – Intro
6. Josma – Voices In Los Angeles (Club Mix)
7. Martin Solveig & Stephy Haik – Cabo Parano (Main Mix)
8. Bibi pres. Tequila – Slam (Club Mix)
9. Gypsymen – Barabaratiri
10. Le Knight Club – Rhumba
11. Samim – Heater
12. Kings Of Tomorrow feat. Julie McKnight – Finally
13. Audio Bullys – Shot You Down (Bang Bang) (Extended Version)
14. Peplab – Ride The Pony (Norman Cook Club Mix)
15. Switch – A Bit Patchy
16. Gusto vs. Nuyorican Soul – Disco’s Runaway Revenge (White Label Bootleg)

17. Tom & Joyce – Queixume (MAW Mix – Main Vocal)
18. Flares – I’m So Glad That I’m A Woman (Craze Extended)
19. Cerrone – Not Too Shabby (Jamie Lewis Goes Disco Mix)
20. G-Swing feat. Dj Brame – Diga Diga Doo
21. The Bucketheads – The Bomb (Radio Edit)
22. Africanism by Martin Solveig – Edony (Clap Your Hands)
23. Oreja – Vazilando
24. Masters At Work feat. Nas-T and Denise – Work (Masters At Work Club Mix)

Il disprezzo

Le mémpris (poster) Il disprezzo (poster)

Il disprezzo
(Le mépris)

di Jean-Luc Godard (Francia, Italia 1963)
con Brigitte Bardot, Michael Piccoli,
Jack Palance, Fritz Lang, Giorgia Moll

Film stupendo la cui visione mi sento di consigliare davvero a tutti gli amanti del cinema.
La storia – tratta dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia – narra di uno sceneggiatore italiano (Paul Javal – tradotto Paolo Moltheni nell’edizione italiana) che viene ingaggiato da un produttore cinematografico per riscrivere parte della storia dell’Odissea, in quanto non quest’ultimo non è contento di come il regista tedesco, l’illustre Fritz Lang, sta conducendo il film. Dapprima Paul accetta, entusiasta di poter tornare a lavorare dopo un momento di crisi finanziaria, ma ben presto iniziano i problemi. Sua moglie, una giovane francese biondissima, inizia infatti a disprezzare suo marito nel momento in cui questo le dà la sensazione che voglia spingerla nelle braccia del produttore o comunque che non si mostri geloso e non opponga resistenza alla corte palese che il produttore mette in atto nei suoi confronti. Il corpo del film è tutto un alternarsi di battibecchi, piccoli momenti di tenerezza, parentesi di noia e menefreghismo, scenette di gelosia. Sullo sfondo, molto lentamente, il film su Ulisse prende corpo. I protagonisti assistono alle riprese di alcune scene, guardano alcuni pezzi già girati – i tecnici li chiamerebbero ‘ giornalieri’ – e così via. Ogni tanto “Il disprezzo” viene persino inframezzato da brevi scene in cui appaiono i busti di divintà greche o eroi epici, ossia frammenti di pellicola che in realtà dovrebbero andare ad arricchire il film sull’Odissea.
Cosa resta di questo film? Soprattutto le inquadrature, le location (splendide) e alcuni passaggi dei dialoghi. Io trovo che sia un capolavoro la lunga scena, girata tutta in interno – un piccolo ma stupendo appartamento alla periferia romana, arredato con gusto very Sixties – durante la quale i due coniugi protagonisti si trattengono in schermaglie d’amore, tipiche di qualsiasi coppia.
Rimane inoltre la bellezza stupefacente di una Brigitte Bardot in piena forma. Una donna tanto attraente quanto brava nel recitare, che ha dimostrato – in questa e in più occasioni – che si può essere molto più che una bambolona sciocca, nonostante la bellezza inarrivabile che ci si porta dietro. BB recita con maestria la parte della donna ferita nell’orgoglio, della moglie giovane ma già tanto vendicativa e passionale. Una persona che sa anche accettare le sfortune che a volte accadono durante la vita – come la fine di un amore – e che riesce a gestirle con grande self control e pragmatismo.
Michal Piccoli non l’avevo riconosciuto. Per carità: grande attore ma in questo caso mi sembra un volto come un altro, uno che si dimentica presto, non appena finisce la pellicola. Uno sceneggiatore amante della bella vita e delle belle donne, una mente fulgida, a mio parere sarebbe dovuto essere rappresentato da qualcuno un po’ meno ‘uomo comune’. Ecco.
Chi mi è piaciuto tanto, invece, è stato Fritz Lang nel ruolo di se stesso. L’ho trovato magnifico. Appare come una persona di una certa età saggia e riflessiva, che fa il suo lavoro in maniera diginitosa, che accetta le grandi sfide anche se sa di incontrare problemi. Che riconosce l’autorità del capo, pur ribadendo continuamente il suo dissenso e la diversità di vedute. Uno che non stravolge la sua arte per poter portare il pane a casa. Magistrali le sue battutine sulle sfighe del regista e sui bocconi amari che bisogna mandare giù se si vuole mettere in piedi un film, soprattutto quando si viene finanziati (come il più delle volte) da produttori ignoranti ed ottusi.
Credo sia stata validissima anche la scelta di Jack Palance per il ruolo del produttore americano, tale Jerome Prokosch; un pezzo d’uomo tutto soldi e zero cultura, uno che, pur di apparire colto, se ne va in giro con un prontuario di aforismi scritti su di un libricino e che così, ogni tanto, di punto in bianco, si mette a recitare frasi altisonanti come se fosse sul palcoscenico di un teatro. Fa un po’ strano vederlo con abiti moderni, dopo averlo ammirato decine di volte in film western con il ceffo malefico, il cappellone e le pistole nel cinturone. Bizzarro ma ben riuscito.
Molto carina anche Giorgia Moll, qui nei panni dell’assistente italiana del produttore, una moretta decisamente dolce ed affascinante che fa perdere un po’ la testa allo sceneggiatore.
Ribadendo il concetto che la fotografia di questo film andrebbe messa nei manuali di cinema, mi si permetta di ricordare anche come “Il disprezzo” abbia contribuito a creare il mito di Brigitte Bardot. In un paio di scene la si vede mentre fa il bagno nella sua vasca, a casa, o mentre si rilassa mezza nuda sul divano – coperta solo da un accappatoio, o ancora mentre fa il bagno nuda nel mare di Capri. Sublime libidine nientaffatto volgare.
A proposito di Capri. Nota abusivistica: la villa del produttore è dislocata proprio su uno dei celeberrimi faraglioni della nota località turistica campana.
Film eccezionale ma che mi ha lasciato perplesso sulla chiusura. La fine così drammatica, seppur non trasmette pathos, sembra essere una mossa vendicativa del destino. La figura della moglie sprezzante, tanto matura ed empancipata, mi è sembrata precipitare proprio sul finale. La chiusa sembra mettere in scena una punizione ultra-terrena a chi ha osato essere indipendente e sfidare i canoni della tradizione omocentrica, nonché cattolica, che vuole una donna sempre al fianco del suo uomo, sia nella buona che nella cattiva sorte. Su questo punto rimango dubbioso.
In un certo senso questo è anche un meta-film, ossia una pellicola che tratta di cinema, un film che parla di film; ci viene mostrata infatti, in più occasioni, proprio la realizzazione di un prodotto cinematografico, nelle sue diverse fasi. Meta-cinema, dunque, a partire dalla primissima scena – ambientata di fronte al Teatro 6 di Cinecittà – in cui si vedono delle lunghe rotaie da cinepresa, sulle quali rotaie, immediatamente dopo, scorrerà la cinepresa per una carrellata che riprende la scena seguente.
Le musiche per l’edizione italiana (prodotta da Carlo Ponti) sono state composte dal M° Piero Piccioni. Il tema portante del film è molto somigliante a “Spiral Waltz”, brano che scorre sotto i titoli di coda del film “La decima vittima” di Elio Petri.
Qualcuno mi ha suggerito di vedere l’edizione originale francese de “Il disprezzo” poiché pare che quella italiana sia stata a dir poco stravolta, non solo nel doppiaggio ma anche nei contenuti a causa di tagli e ce(n)sure varie.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Il 7 e l'8

Il 7 e l’8 (poster)

Il 7 e l’8

di Giambattista Avellino, Salvatore Ficarra e Valentino Picone (Italia, 2006)
con Ficarra & Picone, Tony Sperandeo, Arnoldo Foà,
Remo Girone, Eleonora Abbagnato, Barbara Tabita,
Consuelo Lupo, Lucia Sardo, Andrea Tidona

Occasione un po’ sprecata per Ficarra & Picone. La commedia è simpatica – si ride – ma risulta incompleta, un’opera priva di chiusura. Davvero peccato.
Il film narra la storia di due trentenni di Palermo: Daniele La Blasca (Valentino Picone), ragazzo di buona famiglia, studente univesitario fidanzatissimo e prossimo alla laurea, e Tommaso Scavuzzo (Salvo Ficarra), scapestrato, scavezzacollo e truffatore di professione. I due si scontrano per puro caso e diventano subito amici/nemici. Poi, dopo aver condiviso diverse disavventure, scoprono di essere nati lo stesso giorno nella stessa clinica della città. Coincidenza stramba. Osservando attentamente alcune foto di famiglia, capiscono che posso essere stati scambiati in culla. Si mettono ad investigare. Rintracciato l’infermiere che la notte in cui nacquero era di servizio nella clinica, riescono a farlo confessare: lo scambio è affettivamente avvenuto. Segue un’altra sorpresa del tutto inaspettata riguardo il concepimento di Tommaso e un viaggio in Calabria alla ricerca del suo vero padre.
Sulla recitazione niente da eccepire. Il cast è davvero da applausi, pur non essendo gli attori i soliti volti noti.
Ficarra & Picone, in primis, danno il meglio. Il film è ovviamente costruito intorno a loro e al loro stile comico. Tra l’altro si sono scritti la sceneggiatura e si sono diretti. Molto bravi.
Eccellente Andrea Tidona nella parte del padre carabiniere di Daniele. Recitare l’uomo all’antica, integerrimo e fortemente attaccato alla famiglia, sembra essere una sua attitudine naturale. Si ride a crepapelle nella scena in cui urla ripetutamente “Muto!” a chiunque cerchi di interromperlo.
Sorprendente Remo Girore nei panni di un malvivente convertitosi alla vita da frate. Eccelso! Non ho mai visto recitare nessuno in quel modo. Giuro! In una scena lo vediamo mettere in scena qualcosa di eccezionale; il sentimento di commozione che riesce ad auto-indursi lo porta a muovere le palpebre inferiori in maniera quasi impercettibile ma soprendentemente realistica. Rimane per diversi secondi con le lacrime agli occhi, sul punto di piangere. Magistrale!!!
Lucia Sardo interpreta la mamma di Daniele; simpaticissime le espressioni che assume, e il modo in ciu si atteggia, nella scena in cui viene allo scoperto la verità sulla relazione pre-matrimoniale che l’ha portata ad essere incinta.
Altro cammeo da premio è quello di Tony Sperandeo. Fantastico nei panni stralunati dell’infermiere pazzoide schizzato, che ha perso la ragione per una questione di superstizione e fortuna, legata alla vincita milionaria di una lotteria di capodanno.

Arnoldo Foà ancora una volta fa il vecchio saggio. Qui lo vediamo con in panni di un padre superiore a capo di un convento calabrese. Mah! Né bene né male. Diciamo non pervenuto. Scene troppo poche e brevi per valutarlo.
Che dire di Barbara Tabita? Bella? Non bella? Non l’ho trovataparticolarmente affascinante. Comunque credo che reciti discretamente. In alcuni punti risulta anche simpatica. Bravi quelli del cast ad averla presa per il ruolo della siciliana doc, sanguigna e gelosissima.
Eleonora Abbagnato, invece, dovrebbe fare la giovane carina che fa perdere la testa a Daniele. Ma secondo me è abbastanza fuori parte, pur essendo decisamente dolce in alcuni frangenti.
Nota sul titolo: il sette e l’otto sono ovviamente i numeri delle culle in cui dormivano i bebè la notte in cui sono nati.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Rischi prossimi venturi

Telecom Alitalia Mediaset

Io la butto lì.

I primi segnali li trovate qui e qui.

When old fathers turn to digital-ism

Grandmaster Flash - NI Booth - NAMM2008

Se anche Grandmaster Flash si è piegato ad usare un acrrocchio tipo Final Scratch (Traktor Scratch), allora vuol dire che è proprio ora di rispolverare i 1200 e di collegarli al vostro notebook.

Clip spettacolare!
Clicca sull’immagine per vederla.

Fonte: Native Instruments.

Il prezzo di Hollywood

Il prezzo di Hollywood (poster italiano)Swimming With Sharks (poster)

Il prezzo di Hollywood
(Swimming with Sharks)

di George Huang (Usa, 2004)
con Kevin Spacey, Frank Whaley,
Benicio Del Toro, Michelle Forbes,
Matthew Flynt, Jerry Levine, T. E. Russell,
Patrick Fischler, Roy Dotrice

Un film che è passato inosservato al grande pubblico ma che merita di essere visto da quanti sono amanti sia del genere noir/thriller che del dorato mondo dello showbiz americano.
Guy, un giovane laureato in cinematografia (Frank Whaley), viene assunto come assistente personale di Buddy Ackerman, uno dei più importanti produttori di una grossa major del cinema americano. Il lavoro è tutt’altro che semplice. Le cose però non vanno come Guy si aspettava: Buddy pretende il massimo, più di quanto Guy possa o riesca a fare. Lo insulta, lo schernisce continuamente, lo rimprovera, prende le sue idee e ne abusa per la propria personale carriera, senza rendergli merito. In poche parole: Buddy stravolge la vita di Guy con il più pesante dei mobbing che possiate immaginare. Pensate di aver già visto queste dinamiche vessatorie sul posto di lavoro in “Il Diavolo veste Prada”? Beh, questo film è stato girato più di 10 anni prima. Ma la sostanza non cambia.
Nel poco tempo che gli rimane per la propria vita personale, il ragazzo riesce comunque a stringere una relazione sentimental-sessuale con una produttrice che ha presentato proprio alla sua società il progetto per un film sui giovani, denominato “Real Life”. Guy sopporterà i sopprusi sia professionali che personali di Buddy sinché una notte non si presenterà di soppiatto a casa sua e lo prenderà in ostaggio. A questo punto la situazione si rovescia. Buddy da aguzzino diventa la vittima: viene legato ad una sedia e sottoposto a torture e sevizie. La notte d’inferno, ad ogni modo, sembra essere appena iniziata.
Ottima prova sia per Kevin Spacey – non ne avevamo dubbi – che per Frank Whaley. Peccato però. Questo eterno ragazzo (è nato nel 1963) non ha avuto una grande carriera nel mondo del cinema. Gli unici film in cui io ricordo la sua presenza sono “Tutto può accadere” (Career Opportunities), dove faceva il commesso di un grande magazzino che veniva sedotto dalla sexy Jennifer Connely, e “Pulp Fiction” in cui faceva il ragazzo che si caca sotto di fronte alle minacce di uno spietato Samuel L. Jackson.
Il doppiaggio che Giancarlo Giannini ha realizzato sulle movenze di Kevin Spacey è a dir poco stupefacente.
Benicio del Toro ha una parte abbastanza piccola. Lo vediamo in due o tre scene appena; interpreta l’assistente dimissionario di Buddy, un ragazzo sulla trentina che ci ha saputo fare a tal punto da mollare l’infido posto di lavoro che si ritrova per andare a ricoprire la carica di vicepresidente della Paramount.
Non male anche la recitazione di Michelle Forbes nei panni della rampante produttrice cinematografica. Mai vista recitare prima d’ora. Non è una figona ma risulta abbastanza credibile nel suo ruolo, anche se il suo fascino e la maggiore età che dimostra nei confronti del partner farebbero inizialmente pensare ad una relazione impossibile.
Il regista, Gueorge Huang, si è occupato anche di ideare il soggetto del film e di scriverne la sceneggiatura.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

SmeercHouse festeggia le 100 puntate

Le 100 puntate di SmeercHouse

SmeercHouse, il mio programma di webradio, festeggia le 100 puntate – la prima andò in onda il 6 Maggio del 2004.
Per l’occasione ho creato un’edizione speciale che sarà trasmessa sabato prossimo – 22 marzo – dalle ore 18 su RadioNation 1, come sempre.
Al microfono non ci sarà la mia voce. Per questa volta ho preferito eclissarmi a favore di buona musica house. Nessuna interruzione, nessun intervento. Una sequenza di 24 brani selezionata e mixata dal sottoscritto. 79 minuti non stop. Al termine della trasmissione, la puntata sarà scaricabile in formato podcast con un bitrate di 128 Kbps. La sua limitata durata vi permetterà, qualora lo vogliate, di masterizzarla anche su di un cd e di portarla sempre con voi, in macchina, al lavoro, ecc.
Per invogliarvi all’ascolto vi faccio solo qualche nome degli artisti presenti: Daft Punk, Martin Solveig, Tiga, Cerrone, Masters At Work, Jovanotti, Samim, Gypsymen, Switch, Kings Of Tomorrow, ecc.
Grazie e scusate per l’interruzione.