Le mémpris (poster) Il disprezzo (poster)

Il disprezzo
(Le mépris)

di Jean-Luc Godard (Francia, Italia 1963)
con Brigitte Bardot, Michael Piccoli,
Jack Palance, Fritz Lang, Giorgia Moll

Film stupendo la cui visione mi sento di consigliare davvero a tutti gli amanti del cinema.
La storia – tratta dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia – narra di uno sceneggiatore italiano (Paul Javal – tradotto Paolo Moltheni nell’edizione italiana) che viene ingaggiato da un produttore cinematografico per riscrivere parte della storia dell’Odissea, in quanto non quest’ultimo non è contento di come il regista tedesco, l’illustre Fritz Lang, sta conducendo il film. Dapprima Paul accetta, entusiasta di poter tornare a lavorare dopo un momento di crisi finanziaria, ma ben presto iniziano i problemi. Sua moglie, una giovane francese biondissima, inizia infatti a disprezzare suo marito nel momento in cui questo le dà la sensazione che voglia spingerla nelle braccia del produttore o comunque che non si mostri geloso e non opponga resistenza alla corte palese che il produttore mette in atto nei suoi confronti. Il corpo del film è tutto un alternarsi di battibecchi, piccoli momenti di tenerezza, parentesi di noia e menefreghismo, scenette di gelosia. Sullo sfondo, molto lentamente, il film su Ulisse prende corpo. I protagonisti assistono alle riprese di alcune scene, guardano alcuni pezzi già girati – i tecnici li chiamerebbero ‘ giornalieri’ – e così via. Ogni tanto “Il disprezzo” viene persino inframezzato da brevi scene in cui appaiono i busti di divintà greche o eroi epici, ossia frammenti di pellicola che in realtà dovrebbero andare ad arricchire il film sull’Odissea.
Cosa resta di questo film? Soprattutto le inquadrature, le location (splendide) e alcuni passaggi dei dialoghi. Io trovo che sia un capolavoro la lunga scena, girata tutta in interno – un piccolo ma stupendo appartamento alla periferia romana, arredato con gusto very Sixties – durante la quale i due coniugi protagonisti si trattengono in schermaglie d’amore, tipiche di qualsiasi coppia.
Rimane inoltre la bellezza stupefacente di una Brigitte Bardot in piena forma. Una donna tanto attraente quanto brava nel recitare, che ha dimostrato – in questa e in più occasioni – che si può essere molto più che una bambolona sciocca, nonostante la bellezza inarrivabile che ci si porta dietro. BB recita con maestria la parte della donna ferita nell’orgoglio, della moglie giovane ma già tanto vendicativa e passionale. Una persona che sa anche accettare le sfortune che a volte accadono durante la vita – come la fine di un amore – e che riesce a gestirle con grande self control e pragmatismo.
Michal Piccoli non l’avevo riconosciuto. Per carità: grande attore ma in questo caso mi sembra un volto come un altro, uno che si dimentica presto, non appena finisce la pellicola. Uno sceneggiatore amante della bella vita e delle belle donne, una mente fulgida, a mio parere sarebbe dovuto essere rappresentato da qualcuno un po’ meno ‘uomo comune’. Ecco.
Chi mi è piaciuto tanto, invece, è stato Fritz Lang nel ruolo di se stesso. L’ho trovato magnifico. Appare come una persona di una certa età saggia e riflessiva, che fa il suo lavoro in maniera diginitosa, che accetta le grandi sfide anche se sa di incontrare problemi. Che riconosce l’autorità del capo, pur ribadendo continuamente il suo dissenso e la diversità di vedute. Uno che non stravolge la sua arte per poter portare il pane a casa. Magistrali le sue battutine sulle sfighe del regista e sui bocconi amari che bisogna mandare giù se si vuole mettere in piedi un film, soprattutto quando si viene finanziati (come il più delle volte) da produttori ignoranti ed ottusi.
Credo sia stata validissima anche la scelta di Jack Palance per il ruolo del produttore americano, tale Jerome Prokosch; un pezzo d’uomo tutto soldi e zero cultura, uno che, pur di apparire colto, se ne va in giro con un prontuario di aforismi scritti su di un libricino e che così, ogni tanto, di punto in bianco, si mette a recitare frasi altisonanti come se fosse sul palcoscenico di un teatro. Fa un po’ strano vederlo con abiti moderni, dopo averlo ammirato decine di volte in film western con il ceffo malefico, il cappellone e le pistole nel cinturone. Bizzarro ma ben riuscito.
Molto carina anche Giorgia Moll, qui nei panni dell’assistente italiana del produttore, una moretta decisamente dolce ed affascinante che fa perdere un po’ la testa allo sceneggiatore.
Ribadendo il concetto che la fotografia di questo film andrebbe messa nei manuali di cinema, mi si permetta di ricordare anche come “Il disprezzo” abbia contribuito a creare il mito di Brigitte Bardot. In un paio di scene la si vede mentre fa il bagno nella sua vasca, a casa, o mentre si rilassa mezza nuda sul divano – coperta solo da un accappatoio, o ancora mentre fa il bagno nuda nel mare di Capri. Sublime libidine nientaffatto volgare.
A proposito di Capri. Nota abusivistica: la villa del produttore è dislocata proprio su uno dei celeberrimi faraglioni della nota località turistica campana.
Film eccezionale ma che mi ha lasciato perplesso sulla chiusura. La fine così drammatica, seppur non trasmette pathos, sembra essere una mossa vendicativa del destino. La figura della moglie sprezzante, tanto matura ed empancipata, mi è sembrata precipitare proprio sul finale. La chiusa sembra mettere in scena una punizione ultra-terrena a chi ha osato essere indipendente e sfidare i canoni della tradizione omocentrica, nonché cattolica, che vuole una donna sempre al fianco del suo uomo, sia nella buona che nella cattiva sorte. Su questo punto rimango dubbioso.
In un certo senso questo è anche un meta-film, ossia una pellicola che tratta di cinema, un film che parla di film; ci viene mostrata infatti, in più occasioni, proprio la realizzazione di un prodotto cinematografico, nelle sue diverse fasi. Meta-cinema, dunque, a partire dalla primissima scena – ambientata di fronte al Teatro 6 di Cinecittà – in cui si vedono delle lunghe rotaie da cinepresa, sulle quali rotaie, immediatamente dopo, scorrerà la cinepresa per una carrellata che riprende la scena seguente.
Le musiche per l’edizione italiana (prodotta da Carlo Ponti) sono state composte dal M° Piero Piccioni. Il tema portante del film è molto somigliante a “Spiral Waltz”, brano che scorre sotto i titoli di coda del film “La decima vittima” di Elio Petri.
Qualcuno mi ha suggerito di vedere l’edizione originale francese de “Il disprezzo” poiché pare che quella italiana sia stata a dir poco stravolta, non solo nel doppiaggio ma anche nei contenuti a causa di tagli e ce(n)sure varie.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.