Penelope Cruz Salma Hayek

Giovedì scorso mi sono preso il mio solito giorno di ferie e me ne sono andato a fare colazione al Hotel Bel-Air al 701 di Stone Canyon Road. Mi piace concedermi questi brevi momenti di piacere. Sole 24 ore. Un giorno di vacanza tutto per me. Una volta al mese, giorno più giono meno. Zero capi. Zero colleghi. Zero amici. Resto in città ma sono in vacanza. Io me la godo mentre tutti voi altri sgobbate: questo è il vero lusso, sentite a me!
Mattinata a mangiare di fino in un posto di lusso. Pomeriggio di sole. Due passi in un parco. In serata cena da 300 dollari in compagnia di battona extralusso – chiamatela pure ‘escort’ se vi fa sentire meno volgari e più ipocriti. Poi una bella dose di sesso massicio con la medesima e in conclusione una lunga notte di sonno ristoratore. Almeno 9 ore tra le coltri non me le toglie nessuno!
Giovedì scorso, dicevo, è stata una giornata così. La mia giornata. Ma ahimé non è andato tutto liscio. In partenza c’è stato un piccolo imprevisto. Una scocciatura che mi ha spento un po’ dell’entusiasmo, quella ‘joie de vivre’ che mi era spuntata in corpo non appena avevo messo piede per terra.
Sveglia alle ore 11.15. Solita routine mattutina. Anzi no, ridotta: solo doccia. Vestiti comodi, ciabatte infradito e via al Bel Air. Mi risparmio la fatica di dirvi perché quel posto brulica di gente famosa. E’ un hotel 5 stelle, nel centro di Bel Air. Infatti non si chiama “Hotel Bel Air” a caso. Portate da 70 Dollari l’una. Piscina a vista. Camerieri in livrea. Roba di questa risma. Che il Bel Air fosse frequentato da vip lo sapevo ma insomma… non ci avevo proprio pensato. Di giovedì mattina, alle 12.30, non mi aspettavo mica di trovare due tipe fastidiose che chiacchierano di uomini, parti e bambini! Invece ‘sta volta m’è andata prorpio male. Al tavolo dietro di me c’erano Penelope Cruz e amica ‘non pari grado’. Non pari grado nel senso che non era una star come lei. Era una tipaccia superlampadata, con capelli ricci fintobiondo. Una che non è nessuno ma che aspira ad essere qualcuno per il solo fatto di frequentare posti ‘in’ come quello. Da quel che ho capito mi sa che era una ex manager, forse la stessa ex manager della Cruz. Boh. Non so. Io non volevo nemmeno ascoltare. Ma queste due si sono piazzate dietro di me e hanno iniziato a starnazzare come oche. Cioè mi sa che sono arrivato io dopo di loro. Ma non l’ho fatto apposta. Nemmeno mi sono accorto che c’erano loro dietro il mio tavolo. Mi sono seduto lì per caso. Era un tavolo come un altro. L’avessi saputo, non mi ci sarei seduto proprio! Tzè. Chiacchieravano a voce alta. Squittivano come tope affamate. Non ho potuto fare a meno di ascoltare…
Penelope: Io mi ero appena messa ai fornelli. Cioè no… avevo quasi finito…
L’altra: Come ‘ai fornelli’? Maddai! Ti sei messa a cucinare? Che brava! T’invidio. Io odio cucinare…
– Sì cioè no. L’ho fatto poche volte, qualche volta, giusto così, per tener contento Javier. Lui ci tiene che io sappia cucinare, per cui ogni tanto gli do’ questo piccolo contentino – sai come sono fatti gli uomini. Li devi tener contenti. Altrimenti vanno ad incastrarsi sotto la gonna di qualche altra puttanella (risatina isterica). Susanita non era a casa. Le avevo detto di lasciar perdere per quel giorno. La mattina mi aveva solo fatto la spesa…
– Scusa ma chi è Susanita?
– La mia collaboratrice domestica. Susana Diez. E’ lei che mi fa tutto a casa. Santa donna! Non ci fosse lei come farei a casa? Uh..
– Diez? Sarà mica messicana? Non ci credo.
– E credici cara mia. Perché è così! Susanita mi dà una mano in tutto a casa. Che io beh… insomma una donna come me può mica far tutto da sola in una villa come quella…
– Ma come: una spagnola che tiene a servizio una latino-americana? Ma come ti senti! Non si era mai visto?!
– Ohi ciccia, ma che ti credi! Fai presto a giudicare tu! Ma che devo farci io? Non si trovano mica delle tipe affidabili di altra nazionalità. Qui nella vostra città degli angeli del cazzo c’avete solo manovalanza messicana. Cos’è, colpa mia? E poi ma sì, dai… che mi trovo anche meglio. Spesso basta una frase in spagnolo e via! Ci si capisce al volo. E’ tutto più facile. Pensa se ci fosse stata una giovane sgallettata. Una delle vostre
americanissime cirlida.
– Cheerleader. -der!
– Si, vabbè. Una di quelle che a 18 anni si credono le donne più importanti dell’universo. Quelle non lavorano. Pensano ad ascoltare l’ipod mentre puliscono, pensano ai ragazzi, a telefonare. Invece Susanita mia…
– Oh senti. io dicevo per dire… mica ce l’avevo con te. E poi sono affari tuoi. Non ci voglio entrare… è con la tua coscienza che devi farci i conti…
– E si eh! Sono cazzacci miei! Ci mancherebbe! Susanita è contenta di stare con me. Mai un litigio o una rimostranza. E’ tanto cara. Mi vuole bene come fossi una delle due figlie.

Intanto mi è arrivato la seconda portata, quella dopo gli antipasti. Un bel primo all’italiana. Dei deliziosi spaghetti al pomodoro.

Penelope: … stavo preparando la paella a Javier, che ne va matto. Che te lo dico a fare? E’ spagnolo. Sembrerà un luogo comune ma è così. Gli piace la paella valenciana. Io cucino la paella come la faceva mia nonna Consuelo. La ricetta è sua. Lei la cucinava sempre agli uomini di Franco…
L’altra: Che mi stai dicendo? Cucinava per Franco? Gli uomini di Franco? I franchisti? I suoi militari?
– Ma no, scema! Che hai capito? Franco era mio nonno! Mio nonno paterno. Franco Cruz. Era un piccolo imprenditore edile. Mia nonna cucinava sempre per i suoi operai. L’ha fatto ogni giorno per tutto il periodo durante il quale mio nonno e i suoi stavano costruendo il secondo piano sopra la loro casa. Un casale bellissimo nella campagna intorno a Sevilla. Ecco cosa intendevo con ‘gli uomini di Franco’, gli uomini di fatica di mio nonno, gli operai…
– Ah, ecco. Lo dicevo io! Non poteva proprio essere. Non ti facevo franchista.

– Ma no, ma che dici?! Ma dai! No no e no! Non lo sono mai stata. A casa mia mai stati franchisti. Zitta e ascolta: stavo a fare la paella e stavo giusto minestrando quando mi chiama la tata di Salma
– Come ‘minestrando’? Guarda che la paella è riso. Non pasta. Non ci si aggiunge mica il sugo! Non va minestrata la paella. Non va nemmeno scolata. Non c’è nulla da mescolare. Che ti mescolavi?!
– Vabbè, minestrare, mescolare… è lo stesso! Non mi confondere, fammi raccontare. Stavo per impiattare. La paella era quasi pronta. E proprio allora mi arriva la telefonata di questa. Mi dice “Signora, venga. Venga presto! Ci siamo! La bambina sta per arrivare!” Non mi ha telefonato Salma in persona. Poverina! Chissà che doglie! Mamma mia! Francois nemmeno c’era, mannaggia! Mi ha chiamato questa qui… che manco mi ricordo il nome. ‘na tata, una specie di badante – per fortuna che parlava americano! – E io mi sono spaventata. Cioè chi se lo aspettava?! Sì, me lo aveva detto che più o meno sarebbe stato a Settembre… ma io ero sovrappensiero… ero impegnatissima in cucina. Non ero pronta. E come dovevo fare? Quello, Javier, era andato a giocare a tennis. Stava per tornare. Torna sempre così affamato! Chi se lo sente poi se non trova pronto?!
– E tu che hai fatto?
– E che dovevo fare? Ci sono dovuta andare. Ci sono andata! Ho chiuso il telefono immediatamente. Poi sono rimasta 10 minuti a guardare fisso le piastrelle che stanno sotto la cappa della mia cucina. Ero come impietrita. E chi l’ha visto mai nascere un bambino… beh bambina… Sai, l’hanno chiamata Valentina Paloma. Ci sta bene, no? Io la mia la chiamerò Maria Costa. Non ti pare carino? Mia madre, santa donna, è di un cattolico… Se non le metto il nome di una santa viene qui in california e mi mena con il battipanni, proprio come quando ero bambina! A te piace Maria Costa? Non lo trovi un bel nome?
– Mah… sì, dai. E’ molto antico. Bello. Adesso si usa. C’è questo ritorno del sacro adesso. It’s so cool! E poi è di sicuro originale… ma scusa: sei incinta e non mi dici nulla? Auguri!
– Ma che auguri! No che non sono incinta! Te l’avrei detto subito! Dicevo così per dire. No. Non è il momento. Non sono incinta. E per adesso niente bambini. Proprio ora che le cose stanno girando… ma guarda, lasciamo stare. Gli studios non mi darebbero una seconda possibilità. Ora sono al top. E’ il mio momento migliore. Una gravidanza non è quello che ci vuole adesso. Che poi io, ecco, credo che Salma abbia sbagliato… proprio adesso… ma quando la riprendono a fare una grande produzione? Se vuole ricominciare dovrà rimettersi a fare cose indipendenti… per un pubblico di nicchia. Che cazzo! Ci doveva pensare prima! Passeranno altri anni 7/8 anni prima che le diano di nuovo una parte da protagonista in un blo’chebastes…
– Blockbuster vorrai dire, un film di cassetta…
– Beh, e io che ho detto? Yo soy espanolita, sai questi termini tecnici de Hollywood non me li ficco mai bene nella cabeza. Salma, poverina, già la vedo. Dovrà faticare il doppio per rimettersi in carreggiata… avrà più di 40 anni. Bah! Meglio non pensarci… mi vengono i brividi solo a pensarlo. Io no! Io quest’errore non lo faccio mica, sai? Javier lui sì che vorrebbe. Subito. Un bell’erede. Maschio come lui. Gli piacerebbe, eccome se gli piacerebbe! Me lo dice sempre. Quasi ogni giorno. Mi fa una testa così! Quasi ogni volta che lo facciamo… mi rompe sempre con ‘sta storia che non vuole usare il condòm. Io invece glielo dico che non c’è né. Che se vuole farlo lo deve metter su. Non mi può mica costringere, eh no eh! Che poi io sarei pure disposta a usare altri metodi contraccettivi ma mica posso! Io non posso prendere pillole contraccettive, ormoni, né cose così…
– Beh c’è anche la spirale…
– E io ti sembro tipa da spirale? No! Niente! Dentro di me non ci entra quella roba! Solo cazzi di uomini. Solo carne umana. Nient’altro, grazie!

E qui giù risate sguaiate delle due. Urla che in pochi attimi si sono trasformate in ghigni soffocati. Ben presto si sono rese conto di essere state adocchiate male da mezza sala ristorante. Io intanto ero arrivato già alla terza portata. Una bella bistecca di manzo quasi cruda con un filo di olio d’oliva italiano e un ciuffetto d’insalata come contorno.
Poi Penelope ha ripreso.
– Javier c’avrebbe pure una certa età. Quell’amore mio… L’anno prossimo fa quarant’anni. E un figlio se lo merita pure. Tutti i suoi fratelli hanno figli maschi. Tutte famiglie piene di figli, quelle dei suoi fratelli – e sorelle. Solo lui rimane senza figli. Ma dai.. un giorno li faremo anche noi. Non voglio tenerlo scontento. Se li merita. Mi vuole un tale bene… sono io biricchina che lo faccio sempre incazzare. Devo ammettere che a volte faccio la capricciosa…
– Come la capricciosa? Perché fai disperare quel bel pezzo d’uomo?
– Beh no disperare… è che io ogni tanto gli chiedo di tornare in Spagna con me, di accompagnarmi a casa dei miei, a Madrid. E lui non ci vuole venire. Anche lui è spagnolo. E’ la sua terra, cazzo. Non deve fare l’ingrato. Cioè poi alla fine ci viene ma mi mette il muso.
– E ogni quanto ci vai?
– Io ci vorrei andare… non molto spesso… diciamo una volta… al mese. Al massimo due… ma non è tantissimo. E’ che io ci tengo a mia madre, a Monica a Edoardo, ai miei fratelli. Ecco: lui non può impedirmi di andarci! Ci deve venire, sennò i miei che pensano? Che mi sono messa con un pezzo di mierda egoista? No! Perché Jav non è così. Lui è dolce e generoso. Difatti mi accompagna quasi sempre, lavoro permettendo…
– E’ un amore Javier, infatti… oh, ma poi da Salma ci sei andata? Com’è stato il parto? E’ andato tutto bene, no?
– Beh sì… diciamo di sì… è andato tutto bene. Almeno così credo perché ecco io… ci sono andata in ospedale… Francois non c’era. Era in Francia. Come al solito. Quella poverina la lascia sempre sola qui a Los Angeles. Lui ha tutte le sue attività lì, in Francia, a Paris. Anche quel giorno era lì. Per cui mesi prima mi aveva fatto promettere che sarei stata io ad occuparmi di Salma al momento del parto. Mi ha detto: ‘Pen, la metto nelle tue mani. La vita di Salma e della nostra piccola la affido a te. La responsabilità è tua se accade loro qualcosa. Voglio che tu sia con lei, al suo fianco quando nascerà la nostra bimba’. E quindi ci sono andata. Che potevo fa’?
– Però? C’è un però, vero?…
– Si beh, io ci sono andata… Da casa di Salma mi è venuta a prendere una macchina. Lei era già lì, dentro la macchina, che urlava e sudava come fosse posseduta dal demonio. Fammi segnare, Madre de Dios! C’era anche l’autista e la badante. Siamo corsi in ospedale ma io, ecco, non me la sono sentita…
– Come? Non…
– Beh, Che vuoi! non me la sono sentita! Io non sono fatta per i parti, per i travagli. Non ne ho mai visto uno e mai lo vorrò vedere. Manco il mio, figurati! Gambe aperte, urla, labbra dilatate, cordoni ombelicali, muco vaginale, bleah!
– E dove sei andata?
– Sono rimasta fuori. Manco ci sono entrata in ospedale. Mi sono inginocchiata nel parcheggio e ho pregato la Vergine che risparmiasse alla mia amata Salma tutti i dolori che un parto comporta.

Avevo appena messo in bocca il primo cucchiaio di mousse al cioccolato. Non ho resistito. E’ stato più forte di me: d’istinto ho sputato tutto il boccone nel piatto.
Amen.