Johnny Depp

Ma perché tutti credono che Johnny Depp sia figo? Cos’ha di bello? Lo trovate interessante? E se vi dicessi che è un baluba? Sarà anche affascinante adesso, da adulto. Ma da ragazzo non era tutta questa brillantezza. Io lo conosco bene. Potrei dire che siamo cresciuti insieme. Ma non è vero. E’ una cosa di cui non vado fiero. Non me ne vanto. Anzi! Il fatto è che da ragazzo io abitavo in Kentucky. Sono nato lì. A Owensboro. Si, proprio nel paese di Johnny ‘beota’ Depp!
Lui ha circa 4 anni più di me. Mese più mese meno. Abitava poco distante da casa mia. La catapecchia in cui viveva stava in fondo alla strada. Io ci passavo sempre davanti. Cioè ho iniziato a passarci verso la fine degli anni ’70. Credo fosse il 1979. Sì, l’anno in cui mi spaccai uno dei due denti qui di fronte, un incisivo. Scivolai battendo i denti sulla maniglia, mentre sbirciavo attraverso la fessura della porta mia sorella che si cambiava reggiseno in camera sua. Cazzo che dolore! Me lo ricordo ancora. Mi ricordo ancora le urla e il pianto di Lola, mia sorella, quando si accorse della cosa. Ma mi ricordo ancora meglio gli schiaffoni che mi diede mia padre – sia per il dente scheggiato che per la grande marachella da voyeur – e le pedate che mi rifilò mio padre la sera, quando tornò dal lavoro già incazzato per cazzi suoi e gli raccontarono delle mie curiosità puberali.
Era il 1979. E io ebbi in regalo una BMX. Quelle biciclette con le ruote grandi, sapete, quelle con le gomme dentellate, il sellone lungo e il cambio a tre marce. Andavano di moda all’epoca. Se ne avevi una eri un figo. La bici più bella che un docicenne del 1979 potesse desiderare.
Ovviamente il regalo non lo ottenni grazie alle occhiate che lanciai alle tette di mia sorella ma in un’altra occasione. Sarà stato il mio compleanno o un aumento di stipendio di mio padre – cosa rarissima, quasi impossibile… No, forse fu quando zia Betsy morì di parto a Gretna, vicino New Orleans. Volle partorire in casa, dentro una baracca tra galline e chiodi arruginiti. Finì che una mammara voodoo, improvvisatasi ostetrica, non capì che nel parto stavano avvenendo delle complicazioni e la lasciò morire dissanguata. Peraltro confusa dalle mille preghiere pagane che la vecchia pazza urlava mentre zia Betsy spirava sola. Sola e stupida.
“In fondo se l’è cercata”. Così diceva sempre mio padre. Noi comunque ereditammo i mobili di zia Betsy. Li vendemmo e mio padre ne approfitto per comprare un nuovo pick-up Ford del 68. Coi 130 dollari che avanzarono lo convinsi a regalarmi una BMX. Non nuova di zecca. Il biciclettista di Plum Street (chissà se c’è ancora), quello vicino al fiume, detto zio Baffo da noi ragazzini, riuscì a rimediarci una bicicletta di seconda mano ma all’apparenza nuova di zecca. Non lo ricordo benissimo. Ci disse che il figlio di un riccone della città l’aveva comprata la settimana prima e subito dopo l’aveva riportata, perché il papà gli aveva già comprato una vera motocross. Sarà stato quel Jacky Albright, tanto antipatico quanto pieno di lentiggini, o Jeff Sanders. Non li ho mai potuti sopportare. Manco mi ricordo chi dei due. So solo che, al momento, la sola cosa che mi interessava era di possedere una nuova BMX. Prima o seconda mano non significava un cazzo per me. Era mia punto.
Adesso ero il padrone del mondo. Passavo tutti i pomeriggi d’estate a fare su giù lungo la linea ferroviaria che andava a Nord. Quella che costeggia il fiume Indiana. Su e giù. Tutto contento. Mi alzavo in piedi sui pedivelli. Urlavo, fischiavo, cantavo Make Me Feel (Mighty Real) di Sylevester – allora le checche forse non sapevo neanche cosa fossero e comunque non mi avevano ancora disgustato). Imitavo il suono del motore con la bocca. Rombavo. Tiravo indietro il culo sul sellone e tendevo le braccia, tenendo ben saldo il manubrio. Ero il padrone del mondo. Nonostante il mondo significasse la campagna deserta. Nessuna anima viva. Ma io ero il capo. Finché un giorno, chi ti trovo su French Street? Solo. Fermo. Fisso. E fesso. Sì, ti trovo Johnny.
Bah… facendo due calcoli. Mi sa che c’aveva 16 anni all’epoca. Capite? 16 anni e se ne stava solo, tutto il giorno sul prato davanti a casa sua. Che poi… prato. Non era un prato. Era uno sterrato, in parte ricoperto da erbacce, in parte ricoperto da brecciolino. Lui se ne stava fermo e guardava. Nel vuoto. Come un ebete. Manco aveva un’espressione ben definita. Era una mezza espressione. Sembrava davvero che non fosse presente a se stesso. Sembrava assente. Vago. Perso nei suoi pensieri, semmai ne avesse avuto uno che fosse uno. E voi me lo chiamate figo uno così? Ora che ci penso, non so nemmeno se stava lì da prima che arrivassi io o apparve dopo.
Probabilmente io uscivo di casa in bici sin dai primi di Giugno. Lui era lì forse anche d’inverno. A gelare. Io passavo lì, davanti a casa sua, quella vecchia scatola di scarpe fatta con del legno marcio, e lui se ne stava fisso. Non mi guardava nemmeno. Cioè io sono stato sempre convinto che mi guardava passare. Fingeva di non vedermi, il bastardo, e poi quando gli davo la schiena mi fissava finché non sparivo dalla sua vista. Comunque non muoveva un muscolo. Forse solo gli occhi. Forse neanche quelli. L’ho visto una, due, trenta volte. Trenta giorni, più volte al giorno.
Io verso le otto di sera tornavo a casa. Facevo l’ultima volta la ferrovia e al primo buio mi avviavo a casa, che sennò erano cinghiate salate! Mio padre me le dava sempre di santa ragione. Ma non lo faceva con cattiveria. Giurerei quasi che gli scocciasse farlo, ma sapeva che era un dovere, per cui menava. E menava di brutto. Ogni volta che ne combinavo una. Tornavo a casa tardi? 10 cinghiate. Rovesciavo il latte a tavola? Uno schiaffone paralizza-orecchio e due pedate. Mi rifiutavo di portare gli avanzi alla cagna Sally? Calcio nel culo e 15 minuti di bestemmie verso il mio indirizzo.
Insomma io tornavo a casa e Johhny se ne stava lì. Mi sono sempre chiesto se tornava dentro almeno per i pasti e per dormire o se se ne stava giorno e notte in piedi, strizzato in quegli short beige tutti pieni di polvere.
Ma dico io: uno a 16 anni deve stare in giro con gli amici a caccia di donne, tornare tardi la sera, giocare a dadi, a carte. A Bere e a fumare di nascosto dai genitori. Lui che faceva invece? Se ne stava in piedi tutto il tempo a guardare nel vuoto, verso il fiume. Cosa si aspettava di vedere? Un balletto sincronizzato di trote?
Mi maledico ancora per averlo fatto ma un giorno mi sono fermato e gli ho detto: “Oh, ma che cazzo ti guardi? Ma sei vivo?” Non ha risposto ovviamente. Il primo giorno ho soprasseduto. Ho rinunciato subito. Me ne sono fregato e sono andato via con un alzata di spalle. La sera, andando via, sono ripassato e gli ho urlato “Cazzoneeeeeee!”. Un bell’effetto doppler, devo ammettere, soprattutto se ascoltato da una certa distanza.
Il giorno dopo sono tornato, convinto a spiccicargli una parola. Ero curioso. Sì, lo ammetto. Volevo sapere chi fosse e perché se ne stesse lì come un palo della luce. Cazzo! Ero un ragazzino.
Ero solo. Forse cercavo solo uno con cui chiacchierare. A casa non avevo un fratello, né più grande né della mia stessa età. Con chi volete che giocassi? Mia sorella era già donna – ve l’ho già detta la storia dei capezzoli scuri, no? – Lola scopava già. Non era mai a casa. Tutto il giorno fuori casa. A noi, ai miei, diceva che andava in città a cercare lavoro come cameriera in uno di quei ristoranti aperti 24 ore al giorno. Verso ottobre, invece, mio padre la beccò ad un benzinaio sulla statale, se ne stava su di una decappottabile, “Vestita come una sgualdrina con quello scansafatiche di Pauley Duckinson che le teneva una mano tra le cosce”. Disse così il vecchio.
Insomma io cercavo uno con cui chiacchierare per cui mi fermai. Credo fosse Luglio. Luglio del ’79. “Allora tonto! Che ci trovi di interessante nel fiume? Perché lo fissi? Sei menomato? Sei scemo? Che ti guardi? Tanto lo so che mi fissi ogni volta che passo. Che c’hai da guardare? Oh! Cazzo rispondi! Ma come ti chiami? Pronto?” Lui non rispose. Io stetti lì 10 minuti a parlare da solo davanti a quella statua di sale. Poi mosse la testa, posò gli occhi su di me, tirò su con il naso e disse: “Ma la bici è tua? Nuova, vero?”
Ecco. Era fatta. Capitolai subito. Sarà stato l’orgoglio o forse la solitudine incalzante. Io non resistetti al fatto che qualcuno avesse notato me e la mia sfavillante BMX, la mia prima e unica bici fichissima che io avevo chiamato “The Flame”. Nome che ovviamente non rivelai mai a nessuno.
Dieci minuti dopo Johnny ‘fesso’ Depp era dietro di me, sulla bici. Viaggiavamo verso nord. In sella al mio bolide. Mi disse come si chiamava. Mi disse che a casa sua madre lo chiamava Johnny, Ma lui era stato battezzato John Christopher Depp II. Mi disse poi che se ne stava fuori di casa perché dentro era buio e il buio lo deprimeva. – secondo me aveva ancora paura del buio! – Sua madre Theresa a casa non c’era mai. S’ammazzava di lavoro per lui, povera donna. Stava in piedi tutto il giorno a stirare camicie in una lavanderia stireria di Byers Avenue. Stirava colletti per i fighetti del college e per gli Yes Men del Country Club.
Johnny, che io subito rinominai “Starry”, era un tipo ok. Almeno questo è quello che credetti subito. Cioè sì, sembrava malato, picchiatello, suonato. Ma non avrebbe fatto male ad un mosca. Era mite e tranquillo, anche se zotico ed ignorante. Ricordo che parlava anche maluccio. Che quando parlava se non lo stavi a sentire con attenzione, non ci capivi nulla.
Diventammo presto amici. C’è da vergognarsene ma è così. Col passare del tempo le nostre passeggiate in bici non si limitarono alla sola ferrovia. Scendemmo anche giù in città. Ogni mattina, verso le 11 passavo a prenderlo. Lui era lì, davanti a casa sua, nella polvere, esattamente come l’avevo lasciato la sera prima. Saliva dietro di me e ce ne andavamo. Salito in sella, spesso se ne stava in silenzio. Mi stringeva il braccio o il fianco solo quando prendevo una buca bella profonda. Parlava davvero poco. Più che altro ero io che raccontavo i cazzi miei e della mia famiglia, delle tette di Lola, delle cinghiate di mio padre, del dolce di latte che mi preparava mia madre, delle fritelle che sapevano di legno – le galline della campagna di Owensboro beccavano solo erba secca e polvere.
Starry se ne stava zitto seduto sulla parte posteriore del lungo sellone. Annuiva – io non lo vedevo ma credo che lo facesse. Ogni tanto mugugnava un qualche termine incomprensibile. Nulla che abbia mai capito. Io non davo fastidio a lui e lui non ne dava a me. Io parlavo e lui ascoltava. Tutto qui.
Giusto un paio di volte mi ha messo le mani davanti al pacco per cambiare marcia alla bici. La leva di cambio si trova davanti alla sella, al centro, proprio davanti alle palle di chi guida. Io mi sono preso uno spavento quando l’ha fatto la prima volta. Pensavo che fosse un frocio e che mi volesse strappare l’uccello. Davvero. Non scherzo. Non avevo un’idea precisa dei gay, né dei pederasti, ma la cosa m’impressionò. Forse rimasi suggestionato anche dal fatto che alcuni ragazzi in città inziarono a tacciarci di frociaggine.
Lui era più grande di me. E si vedeva tutto. Aveva la barba, era più alto di me, di almeno 6 o 7 pollici. Non era grosso. Tutt’altro. Gracilino, con le spalle piccole, ma sembrava più vecchio del sottoscritto. Ci iniziarono a chiamare ‘Milly & Silly’. Mi diedero della mammoletta. Dicevano che lui era il mio paparino (Daddy). Ci urlavano dietro cose “Ti piace quando te lo dà, vero?”… e così via.
Io ne capivo poco, ma sapevo che non era una bella cosa. Gli insulti li riconosci sempre. Anche se sono in una lingua diversa dalla tua. Chissà perché. Avevo capito che si trattava di sesso, di una cosa sporca ma preferì il silenzio. Non chiesi nulla a nessuno. Mi vergognavo. Sapevo benissimo che non erano cose da chiedere in giro. Che poi gli amici, i coetanei, ti prendono per un bambino mentre i grandi di prendono a schiaffoni. Non chiesi delucidazioni nemmeno a Johnny Starry – ma poi ne avrebbe davvero sapute più di me? Anche lui era un pirlotto bello e buono.
Quando arrivavo in una ‘zona calda’, dove c’erano alte probabilità di essere insultato da questo o quell’altro, io solitamente mi zittivo, troncavo ogni discorso, abbassavo la testa, e proseguivo oltre. A velocità sostenuta.
Una volta passammo dal centro, i soliti tre bulletti che se ne stavano tutto il giorno davanti alla ferramenta di ‘Ganascia’ Stevens ci urlarono dietro “Succhiacazzi”. Una sola parola ma pesante come un macigno della Monument Valley. Lo ricordo benissimo ancora oggi. E’ ora. Adesso. E’ come se me l’avessero detto 10 minuti fa. Mi brucia ancora. Il termine questa volta lo capì benissimo. Non era proprio una bella parola. “Cazzo” la usavo anche io, anche 1000 volte al giorno, per le mie elucubrazioni mentali in cui maledivo il mio mondo di periferia. Feci due più due. “Cazzo” + “succhiare”. Il mondo dei rapporti omo mi si palesò davanti in un baleno. Fu l’epifania. Non ci vidi più. Mugnai in silenzio qualcosa come “Vaffanculo”. Poi mi alzai in piedi e pedalai più forte che potevo.
Volevo correre lontano da quei balordi sputasentenze. Io non avevo mai succhiato il cazzo a nessuno, né tantomeno a quello scemo che mi portavo dietro da giorni, facendo una fatica da schiavo. Perché mai dovevo starlo a sentire? Volai via da quel posto. Ma sul serio. Dopo due pedalate e mezza io e Starry ci trovammo per terra, nella polvere, a trenta piedi di distanza, sbalzati dal sellone, disarcionati. Il tutto avvene in meno di un secondo. Le nostre reputazioni – se mai ne avessimo avuta una – furono completamente compromesse. La caduta avenne proprio sotto gli occhi di quei tre che già si erano divertiti alle nostre spalle e che, a seguito del tuffo, iniziarono a ridere come dei diavoli indemoniati. Peggio che mai. Anziché correre via, feci la figura del fesso proprio davanti a quei maledettissimi. Una volta a terra mi rialzai, subito. Finsi di non provare dolore. Non guardai i bulletti. Non volli dargli sodisfazione, anche se il polso destro non lo sentivo quasi più. Sentivo solo il sangue pulsare giù per il braccio. Entrambe le ginocchia erano sbucciate e iniziavano a sanguinare. Ma questo era il minimo, non era una novità. A quell’età me le sbucciavo tre volte al giorno. Quando buttai gli occhi su Starry lo vidi davvero mal messo. La sua maglietta che portava, quella su cui era stampata la copertina di un disco di Johnny Cash, si era strappata in un paio di punti almeno. Sotto erano apparse delle chiazze scure. Era ovviamente sangue. Non piangeva, né urlava, ma la sua faccia non diceva nulla di buono. Si contorceva per terra e faceva delle espressioni da martirio.
Il mio unico pensiero fu per il mio bolide. Anche la mia BMX non ne era uscita bene dall’incidente. La forcella davanti era andata. Piegata. Completamente storta. Mi guardai indietro e ci misi un’attimo a capire che nella foga, per fuggire via dagli insulti calunniosi, avevo preso un fosso bello profondo. Il mio pensiero era alla bici. Lì per lì di Starry non mi fregava un cazzo. Bici rotta significava estate finita. E poi non volevo darla vinta a quei merdosi che ridevano e borbottavano tra loro nuove canzonature al nostro indirizzo. “Starry sei un fottuto cazzone! Perché hai messo i piedi per terra?! Le tue maledettisisme scarpe del cazzo mi hanno fatto perdere il controllo! Perché le hai messe tra i raggi quelle sneaker sfondate del cazzo! Sei una fottutissima testa di cazzo! Non attesi risposta. Gli diedi le spalle, rialzai la BMX, e andai via.
Portai il bolide a braccio fino a casa. Non corsi ma il mio passo era bello sostenuto. 10 minuti dopo ero già nel garage a nascondere l’arma del delito. Sapevo di averla fatta grossa anche questa volta. Sapevo delle legnate che mi aspettavano ma non mi fregava. Con la BMX rotta non potevo fuggire dalla noia casalinga. Più che le botte mi preoccupava la prigionia che sarebbe seguita. Johnny non disse una parola. Forse sentiva tanto dolore da non pensare a me e alla mia bici, agli insulti che gli avevo rivolto. Rimase lì. Non so per quanto tempo. Non lo rividi più.
Qualche giorno dopo mia mamma a tavola, durante la cena, se ne venne fuori con una frase che ricordo ancora benissimo: “Sai che il tuo amico Johnny Boy se ne va in California? Sua madre Theresa lo ha mandato lì, a Los Angeles, da una zia. Dice che potrà curarsi meglio. Ci sono bravi medici e cliniche specializzate. Una clavicola spezzata non è roba da scherzarci”.