Smeerch.it

«A discesa iniziata, sto solo aspettando di fermarmi per inerzia»

Archive for febbraio, 2008

Johnny Depp

Ma perché tutti credono che Johnny Depp sia figo? Cos’ha di bello? Lo trovate interessante? E se vi dicessi che è un baluba? Sarà anche affascinante adesso, da adulto. Ma da ragazzo non era tutta questa brillantezza. Io lo conosco bene. Potrei dire che siamo cresciuti insieme. Ma non è vero. E’ una cosa di cui non vado fiero. Non me ne vanto. Anzi! Il fatto è che da ragazzo io abitavo in Kentucky. Sono nato lì. A Owensboro. Si, proprio nel paese di Johnny ‘beota’ Depp!
Lui ha circa 4 anni più di me. Mese più mese meno. Abitava poco distante da casa mia. La catapecchia in cui viveva stava in fondo alla strada. Io ci passavo sempre davanti. Cioè ho iniziato a passarci verso la fine degli anni ’70. Credo fosse il 1979. Sì, l’anno in cui mi spaccai uno dei due denti qui di fronte, un incisivo. Scivolai battendo i denti sulla maniglia, mentre sbirciavo attraverso la fessura della porta mia sorella che si cambiava reggiseno in camera sua. Cazzo che dolore! Me lo ricordo ancora. Mi ricordo ancora le urla e il pianto di Lola, mia sorella, quando si accorse della cosa. Ma mi ricordo ancora meglio gli schiaffoni che mi diede mia padre – sia per il dente scheggiato che per la grande marachella da voyeur – e le pedate che mi rifilò mio padre la sera, quando tornò dal lavoro già incazzato per cazzi suoi e gli raccontarono delle mie curiosità puberali.
Era il 1979. E io ebbi in regalo una BMX. Quelle biciclette con le ruote grandi, sapete, quelle con le gomme dentellate, il sellone lungo e il cambio a tre marce. Andavano di moda all’epoca. Se ne avevi una eri un figo. La bici più bella che un docicenne del 1979 potesse desiderare.
Ovviamente il regalo non lo ottenni grazie alle occhiate che lanciai alle tette di mia sorella ma in un’altra occasione. Sarà stato il mio compleanno o un aumento di stipendio di mio padre – cosa rarissima, quasi impossibile… No, forse fu quando zia Betsy morì di parto a Gretna, vicino New Orleans. Volle partorire in casa, dentro una baracca tra galline e chiodi arruginiti. Finì che una mammara voodoo, improvvisatasi ostetrica, non capì che nel parto stavano avvenendo delle complicazioni e la lasciò morire dissanguata. Peraltro confusa dalle mille preghiere pagane che la vecchia pazza urlava mentre zia Betsy spirava sola. Sola e stupida.
“In fondo se l’è cercata”. Così diceva sempre mio padre. Noi comunque ereditammo i mobili di zia Betsy. Li vendemmo e mio padre ne approfitto per comprare un nuovo pick-up Ford del 68. Coi 130 dollari che avanzarono lo convinsi a regalarmi una BMX. Non nuova di zecca. Il biciclettista di Plum Street (chissà se c’è ancora), quello vicino al fiume, detto zio Baffo da noi ragazzini, riuscì a rimediarci una bicicletta di seconda mano ma all’apparenza nuova di zecca. Non lo ricordo benissimo. Ci disse che il figlio di un riccone della città l’aveva comprata la settimana prima e subito dopo l’aveva riportata, perché il papà gli aveva già comprato una vera motocross. Sarà stato quel Jacky Albright, tanto antipatico quanto pieno di lentiggini, o Jeff Sanders. Non li ho mai potuti sopportare. Manco mi ricordo chi dei due. So solo che, al momento, la sola cosa che mi interessava era di possedere una nuova BMX. Prima o seconda mano non significava un cazzo per me. Era mia punto.
Adesso ero il padrone del mondo. Passavo tutti i pomeriggi d’estate a fare su giù lungo la linea ferroviaria che andava a Nord. Quella che costeggia il fiume Indiana. Su e giù. Tutto contento. Mi alzavo in piedi sui pedivelli. Urlavo, fischiavo, cantavo Make Me Feel (Mighty Real) di Sylevester – allora le checche forse non sapevo neanche cosa fossero e comunque non mi avevano ancora disgustato). Imitavo il suono del motore con la bocca. Rombavo. Tiravo indietro il culo sul sellone e tendevo le braccia, tenendo ben saldo il manubrio. Ero il padrone del mondo. Nonostante il mondo significasse la campagna deserta. Nessuna anima viva. Ma io ero il capo. Finché un giorno, chi ti trovo su French Street? Solo. Fermo. Fisso. E fesso. Sì, ti trovo Johnny.
Bah… facendo due calcoli. Mi sa che c’aveva 16 anni all’epoca. Capite? 16 anni e se ne stava solo, tutto il giorno sul prato davanti a casa sua. Che poi… prato. Non era un prato. Era uno sterrato, in parte ricoperto da erbacce, in parte ricoperto da brecciolino. Lui se ne stava fermo e guardava. Nel vuoto. Come un ebete. Manco aveva un’espressione ben definita. Era una mezza espressione. Sembrava davvero che non fosse presente a se stesso. Sembrava assente. Vago. Perso nei suoi pensieri, semmai ne avesse avuto uno che fosse uno. E voi me lo chiamate figo uno così? Ora che ci penso, non so nemmeno se stava lì da prima che arrivassi io o apparve dopo.
Probabilmente io uscivo di casa in bici sin dai primi di Giugno. Lui era lì forse anche d’inverno. A gelare. Io passavo lì, davanti a casa sua, quella vecchia scatola di scarpe fatta con del legno marcio, e lui se ne stava fisso. Non mi guardava nemmeno. Cioè io sono stato sempre convinto che mi guardava passare. Fingeva di non vedermi, il bastardo, e poi quando gli davo la schiena mi fissava finché non sparivo dalla sua vista. Comunque non muoveva un muscolo. Forse solo gli occhi. Forse neanche quelli. L’ho visto una, due, trenta volte. Trenta giorni, più volte al giorno.
Io verso le otto di sera tornavo a casa. Facevo l’ultima volta la ferrovia e al primo buio mi avviavo a casa, che sennò erano cinghiate salate! Mio padre me le dava sempre di santa ragione. Ma non lo faceva con cattiveria. Giurerei quasi che gli scocciasse farlo, ma sapeva che era un dovere, per cui menava. E menava di brutto. Ogni volta che ne combinavo una. Tornavo a casa tardi? 10 cinghiate. Rovesciavo il latte a tavola? Uno schiaffone paralizza-orecchio e due pedate. Mi rifiutavo di portare gli avanzi alla cagna Sally? Calcio nel culo e 15 minuti di bestemmie verso il mio indirizzo.
Insomma io tornavo a casa e Johhny se ne stava lì. Mi sono sempre chiesto se tornava dentro almeno per i pasti e per dormire o se se ne stava giorno e notte in piedi, strizzato in quegli short beige tutti pieni di polvere.
Ma dico io: uno a 16 anni deve stare in giro con gli amici a caccia di donne, tornare tardi la sera, giocare a dadi, a carte. A Bere e a fumare di nascosto dai genitori. Lui che faceva invece? Se ne stava in piedi tutto il tempo a guardare nel vuoto, verso il fiume. Cosa si aspettava di vedere? Un balletto sincronizzato di trote?
Mi maledico ancora per averlo fatto ma un giorno mi sono fermato e gli ho detto: “Oh, ma che cazzo ti guardi? Ma sei vivo?” Non ha risposto ovviamente. Il primo giorno ho soprasseduto. Ho rinunciato subito. Me ne sono fregato e sono andato via con un alzata di spalle. La sera, andando via, sono ripassato e gli ho urlato “Cazzoneeeeeee!”. Un bell’effetto doppler, devo ammettere, soprattutto se ascoltato da una certa distanza.
Il giorno dopo sono tornato, convinto a spiccicargli una parola. Ero curioso. Sì, lo ammetto. Volevo sapere chi fosse e perché se ne stesse lì come un palo della luce. Cazzo! Ero un ragazzino.
Ero solo. Forse cercavo solo uno con cui chiacchierare. A casa non avevo un fratello, né più grande né della mia stessa età. Con chi volete che giocassi? Mia sorella era già donna – ve l’ho già detta la storia dei capezzoli scuri, no? – Lola scopava già. Non era mai a casa. Tutto il giorno fuori casa. A noi, ai miei, diceva che andava in città a cercare lavoro come cameriera in uno di quei ristoranti aperti 24 ore al giorno. Verso ottobre, invece, mio padre la beccò ad un benzinaio sulla statale, se ne stava su di una decappottabile, “Vestita come una sgualdrina con quello scansafatiche di Pauley Duckinson che le teneva una mano tra le cosce”. Disse così il vecchio.
Insomma io cercavo uno con cui chiacchierare per cui mi fermai. Credo fosse Luglio. Luglio del ’79. “Allora tonto! Che ci trovi di interessante nel fiume? Perché lo fissi? Sei menomato? Sei scemo? Che ti guardi? Tanto lo so che mi fissi ogni volta che passo. Che c’hai da guardare? Oh! Cazzo rispondi! Ma come ti chiami? Pronto?” Lui non rispose. Io stetti lì 10 minuti a parlare da solo davanti a quella statua di sale. Poi mosse la testa, posò gli occhi su di me, tirò su con il naso e disse: “Ma la bici è tua? Nuova, vero?”
Ecco. Era fatta. Capitolai subito. Sarà stato l’orgoglio o forse la solitudine incalzante. Io non resistetti al fatto che qualcuno avesse notato me e la mia sfavillante BMX, la mia prima e unica bici fichissima che io avevo chiamato “The Flame”. Nome che ovviamente non rivelai mai a nessuno.
Dieci minuti dopo Johnny ‘fesso’ Depp era dietro di me, sulla bici. Viaggiavamo verso nord. In sella al mio bolide. Mi disse come si chiamava. Mi disse che a casa sua madre lo chiamava Johnny, Ma lui era stato battezzato John Christopher Depp II. Mi disse poi che se ne stava fuori di casa perché dentro era buio e il buio lo deprimeva. – secondo me aveva ancora paura del buio! – Sua madre Theresa a casa non c’era mai. S’ammazzava di lavoro per lui, povera donna. Stava in piedi tutto il giorno a stirare camicie in una lavanderia stireria di Byers Avenue. Stirava colletti per i fighetti del college e per gli Yes Men del Country Club.
Johnny, che io subito rinominai “Starry”, era un tipo ok. Almeno questo è quello che credetti subito. Cioè sì, sembrava malato, picchiatello, suonato. Ma non avrebbe fatto male ad un mosca. Era mite e tranquillo, anche se zotico ed ignorante. Ricordo che parlava anche maluccio. Che quando parlava se non lo stavi a sentire con attenzione, non ci capivi nulla.
Diventammo presto amici. C’è da vergognarsene ma è così. Col passare del tempo le nostre passeggiate in bici non si limitarono alla sola ferrovia. Scendemmo anche giù in città. Ogni mattina, verso le 11 passavo a prenderlo. Lui era lì, davanti a casa sua, nella polvere, esattamente come l’avevo lasciato la sera prima. Saliva dietro di me e ce ne andavamo. Salito in sella, spesso se ne stava in silenzio. Mi stringeva il braccio o il fianco solo quando prendevo una buca bella profonda. Parlava davvero poco. Più che altro ero io che raccontavo i cazzi miei e della mia famiglia, delle tette di Lola, delle cinghiate di mio padre, del dolce di latte che mi preparava mia madre, delle fritelle che sapevano di legno – le galline della campagna di Owensboro beccavano solo erba secca e polvere.
Starry se ne stava zitto seduto sulla parte posteriore del lungo sellone. Annuiva – io non lo vedevo ma credo che lo facesse. Ogni tanto mugugnava un qualche termine incomprensibile. Nulla che abbia mai capito. Io non davo fastidio a lui e lui non ne dava a me. Io parlavo e lui ascoltava. Tutto qui.
Giusto un paio di volte mi ha messo le mani davanti al pacco per cambiare marcia alla bici. La leva di cambio si trova davanti alla sella, al centro, proprio davanti alle palle di chi guida. Io mi sono preso uno spavento quando l’ha fatto la prima volta. Pensavo che fosse un frocio e che mi volesse strappare l’uccello. Davvero. Non scherzo. Non avevo un’idea precisa dei gay, né dei pederasti, ma la cosa m’impressionò. Forse rimasi suggestionato anche dal fatto che alcuni ragazzi in città inziarono a tacciarci di frociaggine.
Lui era più grande di me. E si vedeva tutto. Aveva la barba, era più alto di me, di almeno 6 o 7 pollici. Non era grosso. Tutt’altro. Gracilino, con le spalle piccole, ma sembrava più vecchio del sottoscritto. Ci iniziarono a chiamare ‘Milly & Silly’. Mi diedero della mammoletta. Dicevano che lui era il mio paparino (Daddy). Ci urlavano dietro cose “Ti piace quando te lo dà, vero?”… e così via.
Io ne capivo poco, ma sapevo che non era una bella cosa. Gli insulti li riconosci sempre. Anche se sono in una lingua diversa dalla tua. Chissà perché. Avevo capito che si trattava di sesso, di una cosa sporca ma preferì il silenzio. Non chiesi nulla a nessuno. Mi vergognavo. Sapevo benissimo che non erano cose da chiedere in giro. Che poi gli amici, i coetanei, ti prendono per un bambino mentre i grandi di prendono a schiaffoni. Non chiesi delucidazioni nemmeno a Johnny Starry – ma poi ne avrebbe davvero sapute più di me? Anche lui era un pirlotto bello e buono.
Quando arrivavo in una ‘zona calda’, dove c’erano alte probabilità di essere insultato da questo o quell’altro, io solitamente mi zittivo, troncavo ogni discorso, abbassavo la testa, e proseguivo oltre. A velocità sostenuta.
Una volta passammo dal centro, i soliti tre bulletti che se ne stavano tutto il giorno davanti alla ferramenta di ‘Ganascia’ Stevens ci urlarono dietro “Succhiacazzi”. Una sola parola ma pesante come un macigno della Monument Valley. Lo ricordo benissimo ancora oggi. E’ ora. Adesso. E’ come se me l’avessero detto 10 minuti fa. Mi brucia ancora. Il termine questa volta lo capì benissimo. Non era proprio una bella parola. “Cazzo” la usavo anche io, anche 1000 volte al giorno, per le mie elucubrazioni mentali in cui maledivo il mio mondo di periferia. Feci due più due. “Cazzo” + “succhiare”. Il mondo dei rapporti omo mi si palesò davanti in un baleno. Fu l’epifania. Non ci vidi più. Mugnai in silenzio qualcosa come “Vaffanculo”. Poi mi alzai in piedi e pedalai più forte che potevo.
Volevo correre lontano da quei balordi sputasentenze. Io non avevo mai succhiato il cazzo a nessuno, né tantomeno a quello scemo che mi portavo dietro da giorni, facendo una fatica da schiavo. Perché mai dovevo starlo a sentire? Volai via da quel posto. Ma sul serio. Dopo due pedalate e mezza io e Starry ci trovammo per terra, nella polvere, a trenta piedi di distanza, sbalzati dal sellone, disarcionati. Il tutto avvene in meno di un secondo. Le nostre reputazioni – se mai ne avessimo avuta una – furono completamente compromesse. La caduta avenne proprio sotto gli occhi di quei tre che già si erano divertiti alle nostre spalle e che, a seguito del tuffo, iniziarono a ridere come dei diavoli indemoniati. Peggio che mai. Anziché correre via, feci la figura del fesso proprio davanti a quei maledettissimi. Una volta a terra mi rialzai, subito. Finsi di non provare dolore. Non guardai i bulletti. Non volli dargli sodisfazione, anche se il polso destro non lo sentivo quasi più. Sentivo solo il sangue pulsare giù per il braccio. Entrambe le ginocchia erano sbucciate e iniziavano a sanguinare. Ma questo era il minimo, non era una novità. A quell’età me le sbucciavo tre volte al giorno. Quando buttai gli occhi su Starry lo vidi davvero mal messo. La sua maglietta che portava, quella su cui era stampata la copertina di un disco di Johnny Cash, si era strappata in un paio di punti almeno. Sotto erano apparse delle chiazze scure. Era ovviamente sangue. Non piangeva, né urlava, ma la sua faccia non diceva nulla di buono. Si contorceva per terra e faceva delle espressioni da martirio.
Il mio unico pensiero fu per il mio bolide. Anche la mia BMX non ne era uscita bene dall’incidente. La forcella davanti era andata. Piegata. Completamente storta. Mi guardai indietro e ci misi un’attimo a capire che nella foga, per fuggire via dagli insulti calunniosi, avevo preso un fosso bello profondo. Il mio pensiero era alla bici. Lì per lì di Starry non mi fregava un cazzo. Bici rotta significava estate finita. E poi non volevo darla vinta a quei merdosi che ridevano e borbottavano tra loro nuove canzonature al nostro indirizzo. “Starry sei un fottuto cazzone! Perché hai messo i piedi per terra?! Le tue maledettisisme scarpe del cazzo mi hanno fatto perdere il controllo! Perché le hai messe tra i raggi quelle sneaker sfondate del cazzo! Sei una fottutissima testa di cazzo! Non attesi risposta. Gli diedi le spalle, rialzai la BMX, e andai via.
Portai il bolide a braccio fino a casa. Non corsi ma il mio passo era bello sostenuto. 10 minuti dopo ero già nel garage a nascondere l’arma del delito. Sapevo di averla fatta grossa anche questa volta. Sapevo delle legnate che mi aspettavano ma non mi fregava. Con la BMX rotta non potevo fuggire dalla noia casalinga. Più che le botte mi preoccupava la prigionia che sarebbe seguita. Johnny non disse una parola. Forse sentiva tanto dolore da non pensare a me e alla mia bici, agli insulti che gli avevo rivolto. Rimase lì. Non so per quanto tempo. Non lo rividi più.
Qualche giorno dopo mia mamma a tavola, durante la cena, se ne venne fuori con una frase che ricordo ancora benissimo: “Sai che il tuo amico Johnny Boy se ne va in California? Sua madre Theresa lo ha mandato lì, a Los Angeles, da una zia. Dice che potrà curarsi meglio. Ci sono bravi medici e cliniche specializzate. Una clavicola spezzata non è roba da scherzarci”.

Popularity: 2% [?]

Ossimori

febbraio 24, 2008 Generale Comments

“Non ascoltate chi dispensa consigli”.

Popularity: 1% [?]

Puntata corta ma intensa la quattordicesima della quinta stagione. E’ durata un’ora (soli 12 brani trasmessi) ma si è distinta per diversi pezzi pop nuovi – proprio da classifica, seguiti da una una serie di chicche di stampo black alquanto ricercate. A chiudere un pezzo house italianissimo che coverizzava Elvis “The pelvis” Presley in salsa 4/4.
Se volete, potete ascoltare il podcast, premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete in alto, oppure cliccare qui per scaricalo (File Mp3 da 21,3 MB – 62 min. circa – 48Kbps – Mono – 22 kHz)

La playlist:

1. SmeercHouse (Sigla)
2. Frankie Hi-NRG Mc – Rivoluzione (prove Sanremo 2008)
3. Ghemon – Che Flash
4. Jovanotti – Punto
5. Elio e le Storie Tese – Heavy Samba
6. Stereo Maracana – Freestyle Love
7. Portishead – Strangers
8. Public Enemy – Shut’Em Down (Pe-Te Rock Mixx)
9. Johnny Pate – Shaft In Africa (Addis)
10. Erykah Badu – Honey
11. Jestofunk – For Your Precious Love
12. Sharon Jones and the Dap Kings – Got A Thing On My Mind
13. Elvis Presley – Baby Let’s Play House (Spankox Re Version Radio Edit)

Popularity: 1% [?]

SabatoNotte (logo)

Anche io, proprio come il blog Discanto, faccio pubblica richiesta. Rivoglio in onda la trasmissione SabatoNotte. Non solo perché credo che fosse un bel programma radiofonico, perché era condotta da tre simpatici blogger che stimo, ma anche perché Sasaki Fujika deve ancora leggervi un testo sul rapporto tra dj e diritto d’autore che gli ho mandato più di 15 mesi fa.

Popularity: 1% [?]

La guerra di Charlie Wilson

febbraio 18, 2008 film Comments

La guerra di Charlie Wilson

La guerra di Charlie Wilson
(Charlie Wilson’s War)

di Mike Nichols (Usa, 2007)
con Tom Hanks, Julia Roberts, Philip Seymour Hoffman,
Amy Adams, Ned Beatty, Om Puri, Emily Blunt,
Shiri Appleby, Rachel Nichols, Mayte Garcia, Erick Avari,
Maulick Pancholy, Shaun Toub, Mary Page Keller,
Jackie Swanson, Spencer Garrett, David Newham, Adam Meir,
P. J. Byrne, Cyia Batten, Ron Fassler, Hilary Salvatore,
Mallory Jameson, Russell Edge, Christopher Denham, Faran Tahir

Questa è una storia vera. La storia di come il deputato americano Charlie Wilson sia riuscito negli anni ’80 a finanziare in gran segreto le operazioni militari in Afghanistan che hanno portato alla respinta dell’attacco russo ai danni del paese asiatico. Un grande lavorìo di lobby e di contatti tra servizi segreti, produttori di armi, ambasciate, ecc. Una bella storia, che oserei definire intrigante ed affascinante, soprattutto se si pensa – appunto – che è accaduta sul serio e si è realizzata nel più assoluto silenzio (o quasi), mentre il mondo era distratto da altro.
Le caratteristiche che fanno di questo film un bel film sono soprattutto i dialoghi e i tre attori principali (quelli rappresentati nella locandina).
Memorabile – da vedere e rivedere 1000 volte – la scena dell’incontro tra il dep. Wilson e l’agente Gust Avrakotos. Una grande gag, supportata sia dalle frasi ad effetto che partivano come fendenti che dall’invidiabile bravura nello scandire i tempi da parte dei due attori coinvolti.
Tom Hanks è ormai boldo abbastanza per interpretare un onorevole del congresso USA. A ben guardare ha più o meno l’età giusta per questo ruolo. La parte comunque sarebbe stata sua in ogni caso, dal momento che Hanks è anche uno dei produttori del film.
Philip Seymour Hoffman non è una conferma è qualcosa di più. E’ un icona vivente. Fa cento ruoli e gli riescono uno meglio dell’altro: l’infermiere badante in “Magnolia”, il travestito in “Flawless”, il maggiordomo impertinente in “Il grande Lebowski”, lo scrittore frustrato in “The Savages”, ecc. Davvero sono tanti, troppi da riportare tutti. Ma l’avete visto con quei grossi baffi biondi? Ha un’aspetto talmente goffo che non ha nemmeno bisogno di aprir bocca. Gli getti un’occhiata e già ti risulta simpatico. Uno dei migliori attori viventi. Tra l’altro per questa interpretazione è candidato a prendere un Accademy Award nel 2008 in qualità di Migliore attore non protagonista.
La signora Roberts è stata lontano dal grande schermo per diversi anni, impegnata a prendersi cura della famiglia. Adesso torna e lo fa alla grandissima, con un ruolo davvero degno di nota. La vediamo nei panni di una ricca signora texana, una quarantenne platinatissima che seduce qualunque uomo entri nella sua orbita di riferimento. Sarà lei a finanziare e a trovare i giusti accordi internazionali per iniziare seriamente le operazioni nella regione asiatica.
Molto simpatico anche Christopher Denham nel ruolo del cervellone, un giovanissimo agente della cia, ex miliare, e super esperto di scacchi e di armi.
Buona scelta del cast per Denis O’Hare, qui nel ruolo dell’amministratore vigliacco.
Citazione di merito anche per Om Puri nei panni del presidente dell’Afghanistan, tale Zia, e per Faran Tahir, couli che interpreta l’incazzoso generale Rashid.
Tutto un discorso a parte va fatto per quelle che nell’edizione originale del film vengono chiamate “Charlie’s Angels”. Wynn Everett, Mary Bonner Baker, Rachel Nichols e Shiri Appleby sono 4 ragazze molto giovani, dolci e carine. Seppur qualcuno potrebbe vedere un tocco di maschilismo in tutto ciò, io credo che le tipine si siano divertite ad interpretare il ruolo delle ragazze che vengono scelte perché belle ma che sono anche in gamba e dimostrano di sapersela cavare nelle situazioni di crisi. Nel novero dei bei visini del film metteteci anche Jud Tylor – nei panni della ragazza da copertina, che in testa al film vediamo nella piscina con Charlie Wilson – e Emily Blunt, qui impegnata nel ruolo dell’efficente segretaria personale dell’onorevole protagonista.
Film consigliato. Per una volta la CIA, i servizi segreti, gli onorevoli, le commissioni parlamentari, la politica e l’amministrazione americana tutta, non vengono dipinti come il bene assoluto, impegnato nella guerra contro il male (in quel caso il Comunismo della Russia anni 80). Il protagonista è un uomo che abusa un bel po’ del suo potere, che fa una vita molto dissoluta e che si circonda di belle donne, alcool e cocaina, prima di trovare la buona missione della sua vita. La co-protagonista è una mangia uomini, una ricca ipocrita che sfrutta l’ideologia religiosa a suo vantaggio. Inoltre, a fine film gli USA risultano vincitori. Aiutano gli afgani a respingere i russi e riescono nella loro impresa. Tuttavia non c’è molto da rallegrarsi. Si consegnano medaglie in pubblico ma in privato, nelle sedi che contano, l’atteggiamento non è esattamente identico. Fa piacere vedere, insomma, che siamo ben lontani da quel tipo di pellicola strategico-militar-patriottica che da queste parti non è mai vista di buon occhio.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Popularity: 1% [?]

Matt Damon nudo

Quanto peserà Matt Damon? 210 libbre? Forse anche più. Vabbé, volendo essere buoni, diciamo che può arrivare a 180 libbre quando recita in un film d’azione, perché magari lo costringono a dimagrire. Come si fa, sennò? Deve stare senza maglietta, a torso nudo, e per una donna non è sexy vedere un ciccio lardoso che salta giù dai dirupi o che si mette a prendere a cazzotti decine di stunt più snelli, dinamici ed attivi di lui.
Tutto il sovrappeso gli deriva dal fatto che è una buona forchetta. Anzi ottima. L’estate scorsa ho avuto una storia di sesso con Martha Sipowitz, una sciampista che ha lavorato sul set del secondo film di Bourne – cos’era? The Bourne Supremacy? – Lei era lì per dare una mano agli hair stylist strapagati che lavorano in quelle mega produzioni. Loro si beccano qualcosa come 5000 Dollari a settimana. Queste ragazzotte, invece, quelle che a mala pena fanno da reggi-phon ai super-parucchieri, beh loro prendono briciole. Magari mangiano lì, risparmiano sui pasti, si fanno dare uno dei fatidici cestini offerti dalla produzione e si accontentano di vedere i loro idoli da vicino, sperando che un giorno saranno loro a rifare il trucco alla star di turno.
Insomma Martha mi ha detto che ha visto più volte Damon dal vero durante la registrazione del film. Lei non aveva accesso proprio al set però ci si è avvicinata una decina di volte e ha visto chiaramente Matt scofanarsi ben 5 cestini del pranzo. 5. Tutti in una volta. Più gli avanzi che è riuscito a raccattare da: regista, aiuto regista, attori comprimari, comparse, ecc. Chissà come faceva poi a riprendere le riprese?! Non gli veniva sonno? Mah!
Fatto sta che a Damon piace mangiare. Mangiare e cucinare. Anche se non credo che sia necessariamente in quest’ordine. Gli piace mangiare e gli piace cucinare. Però l’uno non implica l’altro. Cioè, mi spiego: non è che se sei uno che s’ingozza a quattro mani tu poi debba necessariamente essere un grande cuoco che si sa muovere tra i fornelli con maestria. Eppure lui ci crede. Un tempo sapeva sbollentare a malapena i noodles. E già cacava il cazzo a tutti con questo fatto che, fosse rimasto single a vita, avrebbe saputo di che sostentarsi, dal momento che si sapeva cucinare da solo. Vaglielo a spiegare! Sai accendere a malapena il piano cottura e già ti credi un principe del mestolo?
Adesso è nel suo periodo italiano. Sua moglie è argentina, lo sapevate? Luciana Barroso si chiama. Non male come tipa. E’ argentina – non credo ci sia nulla di male – ma lei non è che lo vada a dire in giro. Lui invece pensa che i piatti argentini siano simili, pressoché identici, a quelli italiani, ragion per cui lui ha deciso di mettersi a cuocere quella roba da mangiaspaghetti, credendo di far piacere a sua moglie. E poi si esalta pure! Non sapete quante volte organizza serate a casa sua con amici. Cene in cui costringe quei poveracci a mangiare i suoi intrugli.
Come domenica scorsa. Jeff, il mio comagno di bowling, mi ha detto che erano in 15 circa a tavola. Gli ho chiesto se ci fosse anche Ben Affleck, tutto il mondo sa che sono amici da una vita, da quando erano ragazzi. Ma Jeff ha risposto che no. Che secondo lui stanno un po’ ai ferri corti, scazzati insomma, ed è anche logico, visto quello che Matt offre da mangiare ai suoi ospiti! Però tra i commensali ci ha visto un’altra tipa famosa: Mary Elizabeth Winstead, quella che in “Grindhouse – Death Proof” faceva la cheerleader che veniva lasciata in pegno allo zotico quando le altre tipe andavano a provare la macchina da stunt. Jeff mi ha detto anche che è proprio una bella topina. Una che a vederla così ti imbarazzi. Ti ecciti perché è figa, ma allo stesso tempo ti viene quasi da vergognarti perché tutto sembra fuorché maggiorenne. Ma poi lo sarà davvero? Maggiorenne, intendo. Questi del mondo dello spettacolo sono porci. Che, non lo sappiamo!? Magari se la fanno tutti a turno, anche se non c’ha manco 18 anni. Vabbé, comunque Jeff ha adocchiato qualcosa di losco tra i due. Tra la verginella e Matt. Dice che lui la guardava sempre, fisso, di continuo e lei ricambiava. Oh, e la moglie lì accanto! Che porci dimmerda! Magari a lei stava pure bene che i due se la intendessero.
Io poi non gliel’ho voluto dire, perché è sempre un amico e non volevo offenderlo, ma secondo me Jeff c’ha un po’ la fissa di vedere sesso e tresche dapperutto. Lui si eccita facilmente, con pochissimo, basta un polpaccio scoperto. Lui pensa, è convinto davvero, che tutto il mondo stia ingrifato 24 ore al giorno, proprio come lui. L’hanno scorso mi ha chiesto pure di fargli un pompino perché diceva che non scopava da due mesi. Ma dopo che gli ho dato un cazzotto nei coglioni l’ha capita e non me l’ha chiesto più. Mai più! Certe volte sa essere proprio uno stronzo!
Tornando a Matt Damon, Jeff stava a casa sua domenica scorsa perché il divo se la tira con la cucina ma non alza un dito o quasi. Cioè prepara solo ed esclusivamente il suo piatto ma cose come apparecchiare, preparare gli antipasti, i contorni, i vini, ecc… a quello ci pensa il catering. Da un paio di settimane Jeff McDine – 23 anni di padre irlandese – lavora per American Gourmet , il catering delle star che si trova in Montana Ave. Prima lavorava in un sexy shop, sezione homevideo. L’hanno licenziato quando l’hanno beccato a masturbarsi mentre guardava tre DVD (contemporaneamente). Chissà quali poi?! Forse uno di sesso con gli animali. Anzi, di sicuro! Mi dice sempre che gli piacciono quelle cose al limite dell’immaginabile. Serpenti, cani, cavalli, pecore, gatti, asini, lama, galline, ecc. Prima ancora delle pippe al sexy shop accompagnava i vecchi in giro per i parchi. Era giovane, avrà avuto 18 o 19 anni al massimo, ma già era impallinato con il sesso. Anche lì fu licenziato. L’agenzia Carousel Kare lo mandò via a causa di diverse lamentele dei parenti dei vecchi. Una volta ricordo che beccarono Jeff che faceva un cunnilingus a una vecchia novantadueenne che stava proprio sul punto di collassare per infarto. Con me si è più volte giustificato dicendo che era stata la mezza-morta a sedurlo, dopo avergli promesso un regaluccio da 1000 Dollari circa. Ho saputo poi che si trattava di avere in cambio una Playstation 2 tutta modificata, con una decina di giochi annessi. Ma questo lo dice sempre lui. Non ho modo di sapere come andarono davvero le cose.
Ma non divaghiamo. Jeff fa il cameriere per questo servizio catering. Proprio il servizio catering che domenica sera è stato chiamato a casa Damon per la cena con i 15 martiri. Matt aveva deciso di cucinare il pesce. Lui si crede un gourmet, ragion per cui si fa “spedire il prodotto ittico dalla costa est”. Così dice lui. Parole esatte. Non gli basta quello che peschiamo noi, qui, a Los Angeles… No! Lui vuole il meglio. Solo prodotti della costa est. Stavolta si è fatto recapitare 15 sea basses – credo siano spigole – dalla baia vicino Portsmouth, New Hampshire, a nord di Boston. Ma siamo sicuri, dico io? La pescano lì quella roba? Non era meglio del meckerel? Apriva una decina di scatolette e la serata era bella che fatta. Al drugstore sotto casa io ne prendo una lattina per un solo Dollaro e 49. Avrebbe anche risparmiato, il pirlone. 15 Dollari e via!
Invece no. Spigole per tutti! E sapete poi come le ha fatte? Alla puttanesca. Tony Lazio, il mio meccanico, mi ha detto che in Italia sembra quasi un insulto. Ma, scherzi a parte, la “Puttanesca” è un modo di fare la pasta. Non il pesce. Io c’avevo uno zio cuoco per metà italiano. Queste cose dovrei pur saperle. E poi al supermarket sotto casa io l’ho vista la lattina della pasta alla puttanesca. “100 per cent Italian” ci hanno scritto, per cui niente stronzate. Che non lo sai, Matt? Ma ci vai mai tu in un supermarket? Ah, già! No, tu c’hai il catering che ti porta tutto. Mica puoi permetterti di girare con il carrello per gli scaffali di un mall? Cosa direbbero i tuoi fan? Che figura ci faresti? E poi la sai una cosa? Li sugli scaffali quei maledetti spigoli manco ce li troveresti! Ma che roba è quella che non vendono nemmeno nel più fornito dei mall?
Insomma Matt ha cucinato lui. Non ha voluto nessuno in cucina. S’è messo un grembiale variopinto ed un ridicolo cappello da chef. Poi ha cucinato questa puttanesca. Ho letto la ricetta su Internet, mi sono informato. Pare che ci voglia il pomodoro fresco, il prezzemolo (dove lo trovi il prezzemolo a Beverly Hills?) olive e acciughe. Ecco. E tu, testa di rapa, metti come condimento su di un pesce, un altro pesce – per giunta affumicato e salato?
Quali condimenti abbia messo di preciso in questo piatto non si sa. Jeff ha visto nella spazzatura solo alcune lattine di brodo di pesce, zuppa di pomodoro in scatola ed un tubetto di ketchup. Non credo che i commensali abbiano apprezzato il pasto perché in cucina sono rimasti 8 pesci – su 15 acquistati. Jeff se n’è imboscati un paio. Due e mezzo forse tre.
Ieri sera, dopo il bowling siamo andati a casa sua. Mi ha chiesto “Sei raffinato tu? Lo vuoi il pesce di Matt Damon?”. Io pensavo che fosse tornato a parlare di sesso. Stavo per allungargli un altro cartone. Poi ha chiarito. Era il cibo trafugato dalla mega cucina di casa Damon. Lui, Jeff, non lo mangia il pesce solitamente. Al massimo si concede un Fish Taco da Wahoo. Per cui i cosi li ha offerti a me. Ma li ho schifati anche io. Il pesce potrebbe piacermi anche ma proprio non mi fido del tocco culinario di Mr. Chef Bourne. Jeff quindi ha deciso di farne un uso alternativo.
Siamo andati giù per strada, nel retro. Ha messo i pesci davanti all’ingresso del retrobottega di un pub. Ci siamo nascosti. Dopo 5 minuti sono arrivati dei gatti randagi. Jeff s’è messo ad accarezzarli. Credevo di vedere finalmente un briciolo di umanità in quel ragazzo depravato. Invece no. Ho dovuto subiro ricredermi. Ha estratto una vecchia penna biro dalla tasca dei suoi jeans e, dopo aver ottenuto un po’ di fiducia da una grossa gatta grigia, gliel’ha infilata nel culo. La gatta è volata via come un razzo, lanciando un miagolio acuto di dolore. Jeff ha urlato anche “Come here my pussycaaaaat!”… ma onestamente mi è sembrato più il rantolo di un vecchio che s’è dimenticato cosa si prova ad avere un orgasmo.
Ora il brutto è che invece io sono qui a chiedermi se non sia il caso di continuare a frequentare Jeff. Non vorrei trovarmi una notte stuprato e semi incosciente riversato su di una sozza pista da bowling.

Popularity: 1% [?]

Chicche stimola-lettura

febbraio 17, 2008 segnalazioni Comments

«Sogno. G. Soncini aspettava bambino e voleva chiamarlo Barak Obama».
Un ottimo motivo per leggere quotidie il Tumblr di Robba.

Popularity: 1% [?]

Puntata n.13 della quinta stagione. Dopo due settimane di pausa si torna a trasmettere. Grazie a Zoro, Antodiggei, Corrado Lezza e AntonioB per aver prestato orecchio.
Se volete, potete ascoltare il podcast, premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete in alto, oppure cliccare qui per scaricalo (File Mp3 da 35,6 MB – 125 min. circa – 40Kbps – Mono – 22 kHz)

La tracklist:
1. SmeercHouse (Sigla)
2. Turi – Il Boss
3. Ghemon Scienz – Ups & Down
4. Jennifer Lopez – Do It Well
5. Michael Jackson – Rock With You (Masters At Work Remix)
6. Ashford & Simpson – Found A Cure (Dim’s Blue Losange Re-edit)
7. Jeanette ‘Lady’ Day – Come Let Me Love You
8. S.U.M.O. – Sudden Samba
9. Azymuth – Roda Piao (Spiritual South Mix)
10. Femi Kuti – Beng Beng Beng (Da Lata Remix)
11. Dorothy Cash – Scivola Via (Smeerch Tribal Remix)
12. Masters At Work feat. Beto Cuevas – Loud (MAW Original Mix)
13. Duke – So In Love With You (Pizzaman Radio Edit)
14. Ben Watt – Lone Cat (Original Mix)
15. Cerrone feat. Jocelyn Brown – Hooked On You (Dim’s Old School of Disco Mix)
16. Roisin Murphy – Overpowered
17. Martin Solveig – C’est La Vie (Fedde vs. Martin Club Mix)
18. Frank Ti Aya feat.Yardi Don – Unity (Extended Mix)
19. Yass – He Reigns (Main Mix)
20. Dada feat. Sandy Rivera & Trix – Lollipop (Original Mix)
21. Lindstrom – I Feel Space (Original Mix)

Popularity: unranked [?]

Antonio DiniBlu-ray disc

Antonio Dini è un giornalista che stimo e rispetto. Di internet, informatica e hi-tech in generale ne sa a pacchi. Se ne occupa da anni. Solitamente scrive per il gruppo IlSole24Ore e per Macity. Proprio per questa storica testata online, che tratta notizie riguardanti il mondo della Mela morsicata, ha scritto ieri un articolo sulla guerra dei formati Dvd ad alta definizione. Si tratta di informazioni molto interessanti. Ne consiglio a tutti la lettura.

Popularity: unranked [?]

KosovoTube

febbraio 16, 2008 Generale Comments

Manifesto per indipendeza del Kosovo

Le scritte su questo manifesto che propaganda l’indipendenza del Kosovo non ricordano tanto il logo di YouTube?
Foto scattata a Pristina.
Fonte: Repubblica.it.

Popularity: 1% [?]

Disclaimer 1


I contenuti di questo blog sono pubblicati sotto una Licenza Creative Commons.

Disclaimer 2


I contenuti di Smeerch.it non hanno carattere di periodicità e perciò non rappresentano prodotto editoriale ex L. 62/2001

Counter