Cous Cous

Cous cous

di Abdellatif Kechiche (Francia, 2007)
con Habib Boufares, Hafsia Herzi,
Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche,
Bouraouïa Marzouk, Alice Houri, Cyril Favre,
Leila D’Issernio, Bruno Lochet, Olivier Loustau,
Sami Zitouni, Sabrina Ouazani, Mohamed Benabdeslem,
Hatika Karaoui, Nadia Taouil, Henri Rodriguez, Abdelkader Djeloulli

Ero indeciso. Non sapevo se vederlo o meno. Un po’ mi incuriosiva, un po’. Ho sempre diffidenza delle produzioni mediorientali. Poi mi sono decido. Un caro amico mi ha invitato e ci sono andato. Di pomeriggio, prestissimo (alle 15:30) in una di quelle tipiche sale in cui arrivano pellicole di questo genere: il Cinema Mignon di Roma. E tra le altre cose scopro che la produzione è francese (ci ho messo una ventina di minuti per capirlo) anche se gran parte del cast è di origine nordafricana – credo.
Insomma, “Cous cous” com’è? Di getto mi verrebbe da dire che è lento ma so già che non significa nulla, allora tanto vale articolare il concetto. Diciamo che ci sono diversi momenti noiosi che vorresti passassero subito e invece durano un’eternità, ben oltre il necessario per essere compresi e ricordati.
La storia è ambientata in un paese di mare, nel Sud della Francia: Marsiglia, se non vado errato. Un uomo, tale Slimane, lavora nei cantieri navali. Il suo capo diretto pare non essere contento dell’impegno ch’egli profonde nelle sue mansioni. Il tutto ben presto si rivela una scusa. Slimane si ritrova con le ore di lavoro dimezzate (da 40 a 20) e sul punto di essere licenziato. A casa le cose non vanno meglio. Slimane ha due famiglie: una alloggia in una casa popolare in cui Slimane quasi non può mettere piede e dove vivono sua moglie Souad e tutta l’orbita dei figli da ella avuti. L’altra è composta da una donna di una decina di anni più giovane di lui (la titolare dell’hotel sgarrupato in cui Slimane passa le notti e con cui passa le notti) e dalla giovane figlia di lei, una brunetta dal temperamento deciso di nome Rym.
Slimane è un operaio della working class francese, un sessantenne originario dell’Atlante (tunisino, algerino o marocchino poco importa) che è stato quasi ripudiato dalla sua ex moglie e che sta per ritrovarsi disoccupato. I problemi sul lavoro e quelli a casa non lo aiutano a stare sereno. Ha la testa piena di pensieri, la salute non è più quella di una volta – non riesce più nemmeno a fare l’amore con la sua compagna – e i soldi presto iniziano a scarseggiare. Che fare allora? Con la giovane figlioccia decide di comprare una nave che cade a pezzi, pronta solo per essere smantellata, e di allestirci dentro un ristorantino tipico della tradizione araba, attraccato al porto della sua città, in cui servire come portata principale il cous cous. Ecco svelato il senso del titolo – che però in originale era “La graine et le mulet”, ossia il grano e il cefalo. Che poi, a voler essere buoni e comprensivi nei confronti di chi in Italia ha deciso di cambiare titolo al film, il grano ed il cefalo altro non sarebbero che la semola e il pesce, i due ingredienti principali di cui è fatto il cous cous – protagonista assoluto del film.
Tornando alla trama, vi dico che il progetto del ristorante appare come un’idea interessante ma putroppo difficile da realizzare. Il denaro che Slimane riesce a recuperare, a titolo d’indennizzo per il licenziamento dai cantieri, non basta assolutamente per mettere in piedi la sua nuova idea. Il comune gli nega le autorizzazioni, la banca il prestito. Non gli va granché bene nemmeno con la capitaneria di porto che non vuole affidargli un posto nella banchina più importante della città. Il punto a favore del protagonista è il non perdersi mai d’animo. Trovatosi di fronte a questi ostacoli, Slimane caparbiamente decide di non arrendersi. Porta avanti il progetto. Ristruttura la nave con quel poco che gli resta e organizza una semplice ma diginitosa serata di gala con cui inaugurare il locale. Invita tutta la borghesia bene del suo paese. Diciamo che mette in piedi una specie di ‘fund raising event’, con la speranza di raccogliere consensi e ragranellare qualche euro per portare avanti il progetto.
E qui mi fermo per non svelare l’idea originale del film. A questo punto le cose iniziano a farsi interessanti. Dopo due ore circa in cui non succede assolutamente nulla (o quasi) ecco che c’è lo spunto per riprendere per mano lo spettatore – ormai assopito – e dargli motivo di interesse.
Appunto sul finale: a voler essere cattivi bisognerebbe ammettere che la conclusione di “Cous cous” è un plagio bello e buono al film neorealista in bianco e nero che si vede in “Tre uomini e una gamba” di Aldo Giovanni e Giacomo. Ricordate il tram, il tramviere, il giovane senza biglietto, il vecchietto impiccione? Beh quel passaggio lì. Divertente, per carità. E’ solo che questa pellicola di Abdellatif Kechiche non è una commedia italiana cialtrona, bensì ha la pretesa di essere seria ed impegnata. Va beh, soprassediamo.
Questo film potrebbe piacere ad un meridionale incallito come me. Ci sono un sacco di elementi che accomunano, ad esempio, la città di Bari a quella che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti di “Cous cous”. Il pranzo della domenica in famiglia l’ho vissuto in prima persona mille e mille volte. I riti del cibo idolatrato, della chiacchiera, delle ruggini tra familiari che emergono, sono identici. I pescatori che vendono il pesce direttamente sul porto e i caseggiati che fiancheggiano il mare li ho visti con in miei occhi, dal vero. Così come i discorsi dei vecchi musicisti seduti fuori dall’hotel sono i tipici pettegolezzi da strapaese. Le malelingue ci sono ovunque anche nelle megalopoli ma quelle qui rappresentate sono pressoché identiche a quelle che è facile ascoltare nel paese da cui provengo. E vogliamo parlare del motorino rubato di notte e dei tre scalmanati che lo guidano a folle velocità, ovviamente senza casco, e urlando come degli invasati? Tutto già visto – almeno dal sottoscritto. E non l’affermo in senso dispregiativo. Anzi! E’ di quel visto familiare, quell’ambiente in cui ti ritrovi un sacco e che ti fa sentire a casa. Lo ammetto senza timori o remore: queste sono proprio le cose che più mi sono piaciute di “Cous cous”. Così come l’espressione perennemente accigliata e sovrapensiero del protagonista, Habib Boufares.
Una nota sulla danza del ventre che la giovane Rym esegue durante la prima cena del nuovo ristorante: in base ai canoni estetici occidentali, quella tizia sarebbe grassa. Ok, sovrappeso. Eppure un vecchio in sala ha affermato qualcosa del tipo “che bravaaaa!” con un tono che di certo non era quello di un eunuco. Non so se mi spiego. Insomma la tipa a moltissimi sarà sembrata sexy… ma a me no. Non è solo questione di ‘panza strabordante’ o di palese cellulite a vista, è che Hafsia Herzi non è una bella donna. Diciamolo, senza vergogna. Sarà anche una brava attrice (a Venezia ha vinto infatti il “Premio Marcello Matroianni” come miglior attrice emergente) ma non è tutta questa bellezza. Avete visto le sue sopracciglia? Il temperamento del suo personaggio e i suoi lunghi capelli neri affascineranno pure molti uomini di questo paese-finto-moderno-in-cerca-di-esotismo, ma non il sottoscritto. I’m sorry. Stesso discorso valga per l’attrice che interpreta il ruolo di Latifa (Hatika Karaoui, la madre di Rym.
Ah, dimenticavo: il personaggio di Rym è anche logorroico. La sua inarrestabile loquela fitta di polemica potrebbe dare sui nervi.
Nota tecnico-registica: la telecamera a mano onnipresente non dà il voltastomaco ma poco ci manca. Cari i miei registi modernisti state pur certi che non sarà un treppiedi a ridurre il senso di realtà che volete dare alle vostre pellicole. Fermate queste dannate cineprese. Grazie.
La pellicola dura 151 minuti: siete avvertiti. Alla proiezione a cui ho assistito non hanno nemmeno fatto pausa tra primo e secondo tempo.

Sul blog Linea d’ombra trovate un’interessante punto di vista, completamente differente dal mio.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.