gennaio, 2008


31
gen 08

La famiglia Savage

La famiglia Savage

La famiglia Savage
(The Savages)

di Tamara Jenkins (Usa, 2007)
con Laura Linney, Philip Seymour Hoffman,
Philip Bosco, Cara Seymour, Peter Friedman,
Gbenga Akinnagbe, Hal Blankenship,
Tonye Patano, Joan Jaffe, Michael Blackson,
Sidné Anderson, Alyssa Waldrip, David Zayas

Questo è un film che può essere commovente per chi ha avuto a che fare con persone afflitte da demenza senile. La storia è quella di un fratello e di una sorella, due adulti che di punto in bianco si trovano a dover affrontare la vecchiaia del loro padre, affetto ormai da demenza. Per anni si sono ignorati l’un l’altro, schiavi del loro egoismo. Hanno cercato di tenere lontano il ricordo di un padre che proprio non deve essere stato una chioccia nei loro confronti. Poi di colpo ecco che la vecchiaia incombe, ecco i figli vengono chiamati alla loro responsabilità di figlio, ecco che sono loro a doversi prendere cura di chi si è preso cura di loro in giovane età. Il classico caso di situazione capovolta.
Di comune accordo, o quasi – inizialmente Wendy pare non essere d’accordo – i fratelli decidono di portare l’anziano padre in una casa di riposo a , la più comoda e conveniente, vicino casa di Jon. Solo che le cose sono meno semplici di quanto appaiano inizialmente. Affrontare la nuova situazione aumenta considerevolmente lo stress delle vite già oltremodo vessate dei due. Lui, Jon (un eccellente Philip Seymour Hoffman – come suo solito) è un professore di teatro, uno che scrive libri su Brecht e che sta per separarsi dalla sua ragazza in quanto quest’ultima, polacca, non riesce ad avere il rinnovo del visto per rimanere negli USA. Lei, Wendy (un’altrettanto brava e fragile Laura Linney) è una scrittrice wanna-be. Non fa altro che chiedere fondi ad associazioni, enti, fondazioni, al fine di finanziare il suo romanzo semi-autobiografico. La sua è la condizione tipica della sorella minore in perenne competizione con il fratello maggiore, che lo invidia e allo stesso tempo lo odia. Una che soffre a tal punto del complesso d’inferiorità da voler a tutti i costi, anche con la truffa e la menzogna, superare suo fratello in quanto a successo. Al momento però si trova in una condizione lavorativa pessima, definibile come free-lance (leggi quasi disoccupata) e con una relazione in corso con un uomo sposato e più grande di lei di circa una decina d’anni.
“The Savages” non è un film urlato. Racconta senza strillare. Ti porta per mano nella storia, senza fretta e senza pietismi. Se ti commuovi, lo ripeto, è perché sai cosa significa quando un tuo parente stenta a riconoscerti. Il fatto che regista ti metta sotto gli occhi una quintalata di sfiga non ti obbliga a piangere in sync con gli attori in scena.
Vedetelo: se vi piace il buon cinema americano che non viene strombazzato dalle cronache e che non incassa centinaia di milioni di Dollari. Se vi piace la faccia di P. Seymour Hoffman e il modo in cui recita. Se pensate che Laura Linney sia una interprete dignitosa oltre che carina – nonostante i 43 anni. Se volete vedere un attore di 78 anni che mette in scena magnificamente l’ineluttabile distruzione di un cervello e la parallela perdita di dignità di un essere umano anziano.
Non vedetelo: se pensate che il cinema non sia cinema se dentro non ci sono almeno un inseguimento e una sparatoria, se usate spesso il termine “lento” per definire un film che non vi è piaciuto e/o vi ha annoiato, se non sapete chi siano i due attori succitati, se avete letto gran parte delle recensioni pubblicate su questo blog e spesso vi siete trovati in totale disaccordo.
Nota: il film è prodotto da Alexander Payne, il regista dei film “Sideways” e “A proposito di Schmidt”.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


30
gen 08

Now Lorella sway(s)

Quella che vedete qui sopra è la sigla dell’edizione 2008 de “La sai l’ultima”, cantata e ballata da Lorella Cuccarini, che ovviamente quest’anno conduce anche il programma. Il solito Daveblog la paragona ad un video di Jennifer Lopez – in quanto a stile, credo.
Io invece, ascoltando il brano mi sono chiesto se un passaggio non sia quasi citabile per plagio. Mi riferisco a quel punto in cui Lorella canta un’aria molto ma molto simile a “Sway” di Rosemary Clooney.


30
gen 08

Caos mica tanto calmo

Spoiler. Fermatevi! Non cliccate play sul player qui sopra se non volete vedere la scena di sesso anale tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari, contenuta in “Caos calmo”, il film di Antonello Grimaldi – tratto dall’omonimo libro best seller di Sandro Veronesi. Scena di cui già vi parlavo in questo post.

Fonte: Hi-TechLife.com.


29
gen 08

‘A sordooo!

Uno scherzo abbastanza diffuso nella comunità degli audiolesi. Ripreso da “Bob’s House”, il nuovo spot Pepsi che sarà trasmesso tra qualche giorno al 62° Superbowl. Lo vedete nel player qui sopra.
A crearlo e interpretarlo sono stati gli stessi impiegati sordi della società riuniti nel gruppo denominato “Pepsi EnAble”.
Fonte: M-O-D.biz.


28
gen 08

Qualcuno con cui giocare

Linus - Qualcuno con cui giocare

“Qualcuno con cui giocare”
Linus
Mondadori, 2007
100 pagg. – 13 Euro

Un racconto lungo che sono riuscito a leggere sabato pomeriggio in meno di due ore. La storia di un ragazzino di 12 anni che rimane solo, senza i suoi soliti amici, in un Agosto della metà degli anni ’60. Ci troviamo nella periferia milanese, lì dove c’era l’erba (proprio come cantava Adriano Celentano). La noia, la calura e la voglia di fare di qualcosa di divertente portano Linù, il protagonista, a incappare nel suo primo dolce amore, in un nuovo amico a cui prima non aveva dato la benché minima considerazione, in un bullo manesco e nella prima scena di ‘erotismo dal vivo’ della sua vita. Parallelamente, in alcuni capitoli, leggiamo di come lo stesso Michele (Linù viene da Michelino) viva e si goda un certo numeri di giorni da solo, sempre a Milano, sempre in Agosto, ma da adulto. Solo a casa, senza moglie né figli per i piedi.
La copia in mio possesso è stata autografata dall’autore in persona durante la presentazione del libro, avvenuta giovedì scorso, 24 Gennaio, presso la Libreria Mondadori in via del Corso a Roma.

La scheda di Bol.it e quella di InternetBookshop.it.


27
gen 08

Beijing un belìn

Pechino 2008 (1)
Pechino 2008 (2)
Pechino 2008 (3)

Pechino 2008 (4)

Satira sulla violazione dei diritti umani in Cina. Sapete com’è stato creato il logo per le Olimpiadi Beijing 2008? Guardate in sequenza le 4 immagini qui sopra.
Fonte: Bored-Bored.com.


27
gen 08

La bruschetta barese

Ringrazio Luca Sartoni che mi ha fatto scoprire Bruschetta (Matteo Giuliani), questo cabarettista barese che a Zelig Off ha interpretato il tipico impiegato delle poste scansafatiche. Molto divertente.


26
gen 08

SmeercHouse 26 Gennaio 2008



Dodicesima puntata, stagione 5. Dalle atmosfere cinematiche di Maurizio Lama e Piero Piccioni ai ritmi più serrati e ‘danzerecci’ di e Fedde Le Grand e Dirty South. Il tutto in poco più di 140 minuti.
Se volete, potete ascoltare il podcast, premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete in alto, oppure cliccare qui per scaricalo (File Mp3 da 41,2 MB – 144 min. circa – 48Kbps – Mono – 22 kHz).

La tracklist.
1. SmeercHouse (Sigla)
2. Maurizio Lama – Semplicissimo
3. Piero Piccioni – North Pole Penguin
4. Francesco De Masi – Diamond Bossa Nova
5. Roberto Moroni – Una Merenda Per Luc Merenda
6. Common – Resurrection

7. Stateless – Bloodstream
8. Jovanotti – Mi Disordino
9. Mo’ Horizons – Shake It Loose
10. Kool & The Gang – Hollywood Swinging
11. Machine – There But For The Grace Of God Go I
12. Primary 1 – Hold Me Down (The Shoes Remix)
13. Aquarian Dream – You’re A Star
14. Mecca Headz – Star (Original Centrestage Mix)
15. The Budos Band – Chicago Falcon (The Washington Sq. Lads Remix)
16. Los Rumbers – Viva Lo Guenno
17. Raw Artistic Soul feat. Wummi – Oya O
18. Rasmus Faber feat. Clara Mendes – Demanda (Original Mix)
19. Imagination – Just An Illusion (Lindstrom Vocal Remix)
20. Alex Party – Don’t Give Me Your Life (Classic Alex Party Mix)
21. Logicalgroove feat. Savio Vurchio – You Are The One (Pablo DJ Soulful Original Mix)
22. Mstrkrft – Work On You
23. Daft Punk – Around The World, Harder Better Faster Stronger
24. Fedde Le Grand & Funkerman – 3 Minutes To Explain
25. The Doors – This Is The End (Dirty South Remix)


25
gen 08

Cous cous

Cous Cous

Cous cous

di Abdellatif Kechiche (Francia, 2007)
con Habib Boufares, Hafsia Herzi,
Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche,
Bouraouïa Marzouk, Alice Houri, Cyril Favre,
Leila D’Issernio, Bruno Lochet, Olivier Loustau,
Sami Zitouni, Sabrina Ouazani, Mohamed Benabdeslem,
Hatika Karaoui, Nadia Taouil, Henri Rodriguez, Abdelkader Djeloulli

Ero indeciso. Non sapevo se vederlo o meno. Un po’ mi incuriosiva, un po’. Ho sempre diffidenza delle produzioni mediorientali. Poi mi sono decido. Un caro amico mi ha invitato e ci sono andato. Di pomeriggio, prestissimo (alle 15:30) in una di quelle tipiche sale in cui arrivano pellicole di questo genere: il Cinema Mignon di Roma. E tra le altre cose scopro che la produzione è francese (ci ho messo una ventina di minuti per capirlo) anche se gran parte del cast è di origine nordafricana – credo.
Insomma, “Cous cous” com’è? Di getto mi verrebbe da dire che è lento ma so già che non significa nulla, allora tanto vale articolare il concetto. Diciamo che ci sono diversi momenti noiosi che vorresti passassero subito e invece durano un’eternità, ben oltre il necessario per essere compresi e ricordati.
La storia è ambientata in un paese di mare, nel Sud della Francia: Marsiglia, se non vado errato. Un uomo, tale Slimane, lavora nei cantieri navali. Il suo capo diretto pare non essere contento dell’impegno ch’egli profonde nelle sue mansioni. Il tutto ben presto si rivela una scusa. Slimane si ritrova con le ore di lavoro dimezzate (da 40 a 20) e sul punto di essere licenziato. A casa le cose non vanno meglio. Slimane ha due famiglie: una alloggia in una casa popolare in cui Slimane quasi non può mettere piede e dove vivono sua moglie Souad e tutta l’orbita dei figli da ella avuti. L’altra è composta da una donna di una decina di anni più giovane di lui (la titolare dell’hotel sgarrupato in cui Slimane passa le notti e con cui passa le notti) e dalla giovane figlia di lei, una brunetta dal temperamento deciso di nome Rym.
Slimane è un operaio della working class francese, un sessantenne originario dell’Atlante (tunisino, algerino o marocchino poco importa) che è stato quasi ripudiato dalla sua ex moglie e che sta per ritrovarsi disoccupato. I problemi sul lavoro e quelli a casa non lo aiutano a stare sereno. Ha la testa piena di pensieri, la salute non è più quella di una volta – non riesce più nemmeno a fare l’amore con la sua compagna – e i soldi presto iniziano a scarseggiare. Che fare allora? Con la giovane figlioccia decide di comprare una nave che cade a pezzi, pronta solo per essere smantellata, e di allestirci dentro un ristorantino tipico della tradizione araba, attraccato al porto della sua città, in cui servire come portata principale il cous cous. Ecco svelato il senso del titolo – che però in originale era “La graine et le mulet”, ossia il grano e il cefalo. Che poi, a voler essere buoni e comprensivi nei confronti di chi in Italia ha deciso di cambiare titolo al film, il grano ed il cefalo altro non sarebbero che la semola e il pesce, i due ingredienti principali di cui è fatto il cous cous – protagonista assoluto del film.
Tornando alla trama, vi dico che il progetto del ristorante appare come un’idea interessante ma putroppo difficile da realizzare. Il denaro che Slimane riesce a recuperare, a titolo d’indennizzo per il licenziamento dai cantieri, non basta assolutamente per mettere in piedi la sua nuova idea. Il comune gli nega le autorizzazioni, la banca il prestito. Non gli va granché bene nemmeno con la capitaneria di porto che non vuole affidargli un posto nella banchina più importante della città. Il punto a favore del protagonista è il non perdersi mai d’animo. Trovatosi di fronte a questi ostacoli, Slimane caparbiamente decide di non arrendersi. Porta avanti il progetto. Ristruttura la nave con quel poco che gli resta e organizza una semplice ma diginitosa serata di gala con cui inaugurare il locale. Invita tutta la borghesia bene del suo paese. Diciamo che mette in piedi una specie di ‘fund raising event’, con la speranza di raccogliere consensi e ragranellare qualche euro per portare avanti il progetto.
E qui mi fermo per non svelare l’idea originale del film. A questo punto le cose iniziano a farsi interessanti. Dopo due ore circa in cui non succede assolutamente nulla (o quasi) ecco che c’è lo spunto per riprendere per mano lo spettatore – ormai assopito – e dargli motivo di interesse.
Appunto sul finale: a voler essere cattivi bisognerebbe ammettere che la conclusione di “Cous cous” è un plagio bello e buono al film neorealista in bianco e nero che si vede in “Tre uomini e una gamba” di Aldo Giovanni e Giacomo. Ricordate il tram, il tramviere, il giovane senza biglietto, il vecchietto impiccione? Beh quel passaggio lì. Divertente, per carità. E’ solo che questa pellicola di Abdellatif Kechiche non è una commedia italiana cialtrona, bensì ha la pretesa di essere seria ed impegnata. Va beh, soprassediamo.
Questo film potrebbe piacere ad un meridionale incallito come me. Ci sono un sacco di elementi che accomunano, ad esempio, la città di Bari a quella che fa da sfondo alle vicende dei protagonisti di “Cous cous”. Il pranzo della domenica in famiglia l’ho vissuto in prima persona mille e mille volte. I riti del cibo idolatrato, della chiacchiera, delle ruggini tra familiari che emergono, sono identici. I pescatori che vendono il pesce direttamente sul porto e i caseggiati che fiancheggiano il mare li ho visti con in miei occhi, dal vero. Così come i discorsi dei vecchi musicisti seduti fuori dall’hotel sono i tipici pettegolezzi da strapaese. Le malelingue ci sono ovunque anche nelle megalopoli ma quelle qui rappresentate sono pressoché identiche a quelle che è facile ascoltare nel paese da cui provengo. E vogliamo parlare del motorino rubato di notte e dei tre scalmanati che lo guidano a folle velocità, ovviamente senza casco, e urlando come degli invasati? Tutto già visto – almeno dal sottoscritto. E non l’affermo in senso dispregiativo. Anzi! E’ di quel visto familiare, quell’ambiente in cui ti ritrovi un sacco e che ti fa sentire a casa. Lo ammetto senza timori o remore: queste sono proprio le cose che più mi sono piaciute di “Cous cous”. Così come l’espressione perennemente accigliata e sovrapensiero del protagonista, Habib Boufares.
Una nota sulla danza del ventre che la giovane Rym esegue durante la prima cena del nuovo ristorante: in base ai canoni estetici occidentali, quella tizia sarebbe grassa. Ok, sovrappeso. Eppure un vecchio in sala ha affermato qualcosa del tipo “che bravaaaa!” con un tono che di certo non era quello di un eunuco. Non so se mi spiego. Insomma la tipa a moltissimi sarà sembrata sexy… ma a me no. Non è solo questione di ‘panza strabordante’ o di palese cellulite a vista, è che Hafsia Herzi non è una bella donna. Diciamolo, senza vergogna. Sarà anche una brava attrice (a Venezia ha vinto infatti il “Premio Marcello Matroianni” come miglior attrice emergente) ma non è tutta questa bellezza. Avete visto le sue sopracciglia? Il temperamento del suo personaggio e i suoi lunghi capelli neri affascineranno pure molti uomini di questo paese-finto-moderno-in-cerca-di-esotismo, ma non il sottoscritto. I’m sorry. Stesso discorso valga per l’attrice che interpreta il ruolo di Latifa (Hatika Karaoui, la madre di Rym.
Ah, dimenticavo: il personaggio di Rym è anche logorroico. La sua inarrestabile loquela fitta di polemica potrebbe dare sui nervi.
Nota tecnico-registica: la telecamera a mano onnipresente non dà il voltastomaco ma poco ci manca. Cari i miei registi modernisti state pur certi che non sarà un treppiedi a ridurre il senso di realtà che volete dare alle vostre pellicole. Fermate queste dannate cineprese. Grazie.
La pellicola dura 151 minuti: siete avvertiti. Alla proiezione a cui ho assistito non hanno nemmeno fatto pausa tra primo e secondo tempo.

Sul blog Linea d’ombra trovate un’interessante punto di vista, completamente differente dal mio.
La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.


24
gen 08

Mi farei una Trev

Trev 1Trev 2

I professori e gli studenti della University of South Australia hanno prodotto questa concept car per pendolari. Si chiama Trev, ha due posti e pare che consumi l’equivalente di 1 Dollaro Australiano (poco meno di 60 centesimi di Euro) ogni 100 Km, usando appena un quinto dell’energia usata solitamente dalle auto attuali. Da ferma riesce ad arrivare 100 Kmh in 10 soli secondi. Pesa all’incirca 300 Kg. E’ capace di raggiungere una velocità massima di 120 Kmh. Ha sole tre ruote (due davanti ed una dietro) e monta pneumatici a bassa rischio di rollio. Il suo rivestimento esterno è fatto di schiuma e fibra di vetro. All’interno c’è spazio per il guidatore, un passeggero e due valigie, anche se non è noto il preciso volume del bagliaio. Ovviamente è un’auto elettrica, ricaricabile attraverso energia di tipo rinnovabile (solare, eolica, ecc.). Che ve lo dico a fare?
Io la comprerei subito, a patto che qualcuno la inizi a vendere in Italia.

Fonte: TreeHugger.com.