The Matador (poster)

The Matador

di Richard Shepard (Usa, 2005)
con Pierce Brosnan, Greg Kinnear,
Hope Davis, Philip Baker Hall, Maureen Muldoon,
Adam Scott, Dylan Baker, Portia Dawson

Questa sì che è una commedia divertente. Non un capolavoro, intendiamoci. Ma mi è piaciuta molto. Peccato per il finale, forse troppo buonista, troppo tranquillizzante, troppo semplice e soprattutto troppo poco frizzante. Sarebbe dovuto essere un po’ più rocambolesco, o perlomeno spiazzante, ecco!
Ma andiamo con ordine. Partiamo dalla storia. Julian Noble (Brosnan) è un killer super professionista, di quelli che si fanno pagare decine di migliaia di Dollari per ogni missione mortale. Ha un aspetto da superfigo, ammalia ogni donna che incrocia sulla strada ma è molto solitario. La sua stramberia lo rende decisamente simpatico… ma mai dimenticare che si tratta di un hitman, un assassino di mestiere. E’ freddo e preciso nell’eseguire i lavori che gli affida la sua agenzia. Non sbaglia un colpo. Mai. Meglio: quasi mai. Un giorno, il suo tenore di vita più che sregolato, l’eccessiva solitudine, il non avere una fissa dimora, lo portano sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Le dosi esagerate di alcool, inoltre non aiutano. La vista spesso gli si annebbia, sul più bello affiorano i sensi di colpa e la psiche si mostra per quel che in fondo è: disturbata. Sbaglia perciò una missione in un paese caldo dell’Asia e tutto inizia ad andare a rotoli. L’organizzazione per cui lavora adesso vuole la sua di testa. A chi rivolgersi? Julian decide di andare a trovare a Denver il suo unico amico, Danny Wright (Kinnear). Oddio, amico… più che altro è uno che ha conosciuto a Città del Messico e che gli è risultato subito simpatico. I due hanno fraternizzato davanti ad alcuni margaritas. Ma chi è costui? Un uomo qualunque. Anzi no: è l’Uomo qualunque. Il perfetto americano medio (figura che a Kinnear riesce alla perfezione). Uno sfigato cronico sull’orlo del fallimento più totale. Uno che è stato licenziato dopo 9 anni di duro lavoro, che ha perso suo figlio quando questi era ancora un bimbo e che sta per vedere andare in fumo la sua ultima speranza di mettere in piedi un business dignitoso.
Dicevamo, i due si incontrano in un bar della capitale messicana e iniziano a raccontarsi le proprie vite. Si affezionano. Il killer è un po’ più restio a parlare di sé ma alla fine cede ed ammette che il suo mestiere è il “facilitatore di fatalità”. Sì, usa proprio quest’espressione eufemistica.
Per farla breve: l’amicizia, per quanto piccola e superficiale possa apparire ad un primo sguardo, sarà decisiva e vitale per le sorti di entrambi. Il motivo non lo dico in quanto ho già svelato troppo.
Perché vedere questa pellicola appena uscita in sala?
1. Per Pierce Brosnan. Saranno i baffi alla tedesca, ma lo guardi in faccia è già ti sboccia un sorriso. E’ una delle poche facce simpatiche rimaste nel cinema anglo/americano. Diciamo che è il migliore nel gigioneggiare in quel modo con l’espressione. Sul suo stesso livello ci metterei solo un altro ceffo buffo come Bruce Willis.
2. Perché i dialoghi sono davvero carucci. Alcuni scambi di battute dovrebbero rimanere nella storia del Cinema (con la C maiuscola).
3. Per Greg Kinnear, che ormai fa sempre l’uomo medio. Ma lo fa con un tale senso di realtà che pensi quasi che davvero tutti i nati negli States tra il 1951 e il 1960 siano identici a lui.
4. Perché a volte, alcuni film, anche se non sono superpromozionati, se non se ne parla a destra e a manca, se non vengono strombazzati, riescono comunque ad essere delle piccole chicche, delle perline piccole piccole da scoprire.
5. Perché crime movies come questo sono confezionati proprio bene, nonostante alcune inquadrature e alcuni topos riecheggiano troppo forte il pulp – un genere che a molti inzia a stare sui coglioni ma che, chissà perché, io continuerò sempre ad apprezzare.
6. Perché la fotografia, pur non raggiungendo le vette parossistiche della serie tv CSI Miami, riesce ad essere soprendentemente eccessiva. Coloruful magniloquente. Delizia degli occhi. Un bravo a David Tattersall.

Inoltre: Hope Davis in vestaglia, con i capelli lunghi lunghi biondi e lisci, è perfetta nei panni della mogliettina ‘capasotto’. Quella che sembra una madonnina e invece è capace di eccitarsi al solo vedere la pistola di un killer spietato. Nel termine ‘pistola’ non c’è nessun sottotesto da leggere. Trattasi letteralmente di arma da fuoco.
Perché non vederlo? Perché, come dicevo in testa a questo post, la fine è eccessivamente ‘light’. Insomma ci voleva un colpo di scena, un coup de teatre, qualcosa di sorprendente. Io fino agli ultimi minuti della pellicola – giuro – mi aspettavo addiritura lo svelamento di un rapporto homosex tra i due protagonisti. Invece nulla. [Spoiler] Tutto si conclude nella mestizia più banale: una scena in un cimitero, sotto la neve, con due genitori sfortunati che si fanno forza sulla tomba del figlio defunto. Con la chiusa si poteva fare decisamente meglio, dai.
Nota: sui titoli di coda c’è la splendida canzone “Matador” dei Los Fabulosos Cadillacs. A Dj Nero e al sottoscritto sono tornati in mente gli spensierati anni del liceo.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.