novembre, 2007


30
nov 07

Una nuova Casio in dotazione

Casio EX-Z75casioex-casebd1.jpg

Da oggi in dotazione al sottoscritto.
Casio Exilim EX-Z75 + Casio ExCaseBD1
Qui la scheda tecnica di questa fotocamera di tipo ‘point and shoot’.
Volendo, puoi acquistare anche tu il bundle su PixMania Italia.


27
nov 07

Nella valle di Elah

Nella valle di Elah (poster)

Nella valle di Elah
(In The Valley of Elah)

di Paul Haggis (Usa, 2007)
con Tommy Lee Jones, Charlize Theron,
James Franco, Susan Sarandon, Jonathan Tucker,
Frances Fisher, Jason Patric, Josh Brolin,
Wes Chatman, Mehcad Brooks, Victor Wolf

Non credo che questa sia una pellicola adatta per il mercato italiano. E’ vero che anche l’Italia ha avuto le sue tragedie legate alla seconda guerra del golfo, alle missioni in Iraq, ma in questo caso è differente. Con tutto il rispetto per Paul Haggis, che si è meritato due premi Oscar per le sceneggiature di “Million Dollar Baby” e “Crash – Contatto fisico”, ma ritengo che “In the Valley of Elah” sia un prodotto difficilmente esportabile. Il messaggio di fondo di tutto il film è: «Guardate quanto siamo sfortunati. Poveri noi Americani e poveri i nostri ragazzi che vanno in Iraq a portare la democrazia e tornano morti o psicologicamente distrutti». Commiserazione a tutto spiano. Una teoria di base che arriva quasi a giustificare la violenza insensata che nasce tra commilitoni reduci del Golfo. Poi intorno ci hanno imbastito tutta una storia con le indagini della polizia, come se si trattasse di un vero thriller. Così non è. Mi è sembrata una pellicola di propaganda. Le disperate indagini private del padre, lo strazio della madre che vuole per forza vedere le membra dilaniate di suo figlio, e la bandiera dritta, e la bandiera capovolta, e la bandiera vecchia, e la bandiera stracciata… Tutto molto stucchevole. Non se ne può più. Già la locandina avrebbe dovuto mettermi sul ‘chi va là’.
Bisogna sperare che la guerra in Iraq termini al più presto, sia perché così si porrà fine alle vittime, ai feriti, alle efferatezze, alla violenza, ai sopprusi, ma anche perché così la smetteranno di propinarci film legati a questo tema. Che poi, pensateci, una pellicola così secondo me è anche più subdola. Non si critica direttamente la guerra o le ingannevoli motivazioni che l’hanno fatta iniziare, ma si punta il dito verso i cosiddetti effetti collaterali. I danni psicolgici ai ‘poveri’ soldati che vi prendono parte. Sarà! Ma io ho difficoltà ad avere pietà per uno che – di sua spontanea volontà – si mette una divisa, imbraccia un fucile e va in guerra.
Da qualche parte devo anche aver letto che Haggis è un antimilitarista… Sinceramente: non è una teoria che mi convince poi tanto. Dov’è che Haggis attacca le strutture militari? A parte un po’ di ostruzionismo nei confronti delle indagini della Polizia e un po’ di cameratismo oscurantista, non ho visto questo grande attacco all’amministrazione Americana attuale e agli alti ranghi militari. Forse Haggis è uno ormai troppo famoso ed integrato nel sistema Hollywood per alzare la voce contro i potenti d’America.
Se poi ci stacchiamo dal messaggio recondito e ci concentriamo sugli attori e la loro recitazione devo ammettere che Tommy Lee Jones, Susan Sarandon e Charlize Theron sono da applausi.
Il primo è un padre sanguigno, un ex militare, un veterano tutto ordine e disciplina, che ha costretto i suoi due figli ad arruolarsi per farli sentire dei veri uomini e che se li vede morire entrambi in uniforme, mentre servono la Patria tanto amata.
La seconda è una madre dal cuore infranto, più che distrutta. Una che però, nel momento della morte del suo secondo figlio, ha la forza di alzare la voce e rinfacciare al marito che se non avessero intrapreso la carriera militare forse i loro figli sarebbero ancora vivi.
La terza è una poliziotta tosta, che deve sgomitare per farsi rispettare dai colleghi maschi che imputano la sua brillante carriera al fascino che esercita sugli uomini. Insinuazioni pretestuose, anche perché questo è uno dei pochi film in cui la Theron non è stata presa per la sua bellezza. In molte scene tutto è tranne che femminile.
Buoni cammei, seppur piccoli, anche per James Franco (il New Goblin della saga “Spider-Man”) nei panni di un giovane sergente e per Josh Brolin, ancora una volta nella parte del poliziotto (vedi “American Gangster”).
Questo film uscirà nelle sale cinematografiche italiane venerdì prossimo, 30 Novembre, distribuito dalla Mikado.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.
Qui il mirror post su ScreenWeek Weblog.


27
nov 07

Giovani carini e disoccupati

Giovani carini e disoccupati (poster)

Giovani carini e disoccupati
(Reality Bites)

di Ben Stiller (USA, 1994)
con Wynona Rider, Ethan Hawke, Ben Stiller,
Janeane Garofalo, Renée Zellweger, Steve Zahn,
Eric Stuart, John Mahoney, Joe Don Baker, Susan Nerfleet,
Harry O’Reilly, Swoosie Kurtz, James Rothenberg

Opera prima di Ben Stiller dietro la macchina da presa. Mi ha sorpreso. Non credevo fosse lui il regista. Ad ogni modo questa è una commedia generazionale. Racconta com’erano i ragazzi degli anni ’90, quali i sogni di chi arrivava alla soglia dei 30 anni con tante speranze in testa e una realtà difficile davanti con cui confrontarsi.
I temi sono quelli della disoccupazione, dell’Aids, di un affitto da pagare, di una carriera da costruire, di una strada da intraprendere, di un compagno di vita da scegliere, di slegarsi economicamente dalla famiglia di origini, di farsi carico delle responsabilità, ecc. Tutte cose che, a ben vedere, non differiscono molto dalla situazione attuale, nonostante siano passati più di 10 anni e il film sia ambientato negli Stati Uniti. In altre parole qui siamo in Italia nel 2007 e, alla fin fine, i giovani, o meglio i giovani adulti, si confrontano – a mio parere – con una realtà molto simile.
Tornando al film posso dire che mi è piaciuto il discorso sul metacinema. Stiller, nel dirigere il suo primo lungometraggio che racconta la situazione giovanile, mette in scena una protagonista alle prese con un documentario sui propri amici, giovani anch’essi – ovviamente.
Ethan Hawke è perfetto per dare il volto al giovane rinnegato in cerca di se stesso, il figo con un passato difficile, diversi spettri sia nel presente che nel passato, l’amore per il rock, la chitarra, gli alti ideali. Un ragazzo che vive il timore di un rapporto sentimentale impegnativo e che, allo stesso tempo, non può sottrarsi al fascino e al sentimento che sente di provare nei confronti della piccola e giovane Lelaina (Wynona Rider).
La capigliatura di Ben Stiller è buffissima, così come il suo aspetto estremamente giovane e gli abiti di pseudo-eleganti di pseudo-sartoria-italiana.
Unico neo forse la superficialità con cui viene ritratto l’amico omosessuale della compagnia, interpretato da Steve Zahn. Qualche minuto autobiografico di fronte alla videocamera non credo che sia bastato.
Non male anche l’interpretazione di Janeane Garofalo nei panni di Vicky Miner, ossia della ex commessa, poi direttrice, di un negozio Gap. Valevole la scena del suo sfogo nei confronti dell’amica snob che si crede migliore solo perché ha avuto la possibilità di accedere ad un’istruzione di grado superiore.
Questo era un film che mi consigliavano da oltre dieci anni, dai tempi del liceo, credo. Era da vedere, lo ammetto. L’ho visto. Avanti il prossimo.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.


26
nov 07

Bee Movie

Bee Movie (poster)

Bee Movie

di Steve Hickner e Simon J. Smith (Usa, 2007)

Il film d’animazione che la DreamWorks ha realizzato per Natale 2007 riempirà i cinema. Non faccio per dire ma negli Stati Uniti ha già incassato oltre 112 milioni di Dollari in poco più di 3 settimane. L’ho appena visto è mi è sembrato carino. Piacerà ai bambini perché le espressioni facciali del protagonista (l’ape Barry B. Benson), la sua voce e gli atteggiamenti sono davvero buffi. Piacerà anche ai genitori che li accompagneranno al cinema, così come anche a fratelli, sorelle, nonni, nozze, zii, ecc. E’ un film per tutti. Si dice così, no?
A dirla tutta però, l’idea non è originalissima. In “Z la formica” (Antz) avevamo già visto un insetto che cerca di sottrarsi alla vita che la natura gli ha destinato. Un esserino che cerca di emergere dalla propria condizione di insetto, di elevarsi a qualcosa di più, qualcosa diverso. Qui più o meno si battono gli stessi temi. Ora che ci penso, anche “A Bug’s Life” non credo differisse granché. Se nei due lungometraggi d’animazione del 1998 gli esseri antropomorfi rappresentati erano formiche, in questo caso si tratta di api. Ma la sostanza non cambia.
SPOILER. Una giovane ape di nome Barry B. Benson (maschio nonostante abbia il pungiglione), terminato il college, viene indirizzato verso il mondo del lavoro. Deve cioè scegliere cosa fare da grande. Gli si offrono 3000 diversi tipi di impieghi nel grande favo/industria che produce miele ma non sa cosa scegliere. Non si sente pronto per iniziare un lavoro che farà per il resto dei suoi giorni. La vita che gli si para davanti gli sembra terribilmente asfissiante: lo stesso lavoro tutti i giorni, sempre uguale, sino all’ultimo. Non ci sta. Sente che prima deve conoscere il mondo.
E’ curioso e ha sete di conoscenza. Che fare allora? Riesce ad imboscarsi in una pattuglia che si avventura fuori dal favo alla ricerca di nettare dalle piante. Là fuori, nel mondo vero, gli capitano diverse disavventure tra cui quella di imbattersi in alcuni esseri umani. Nel momento di estremo pericolo, una ragazza (Vanessa Bloom) gli salva la vita. Diventeranno ovviamente amici, con grande disappunto della comunità delle api e della stessa famiglia di Barry.
E’ una dinamica vista e rivista più volte: famiglie diverse, mondi diversi, amicizie, convivenze e apparentamenti apparentemente incociliabili che però riescono grazie alla forza dell’amicizia/amore (nel senso più ampio del termine). In altre parole sto parlando di sentimenti, quelli grandi, con la ‘S’ maiuscola. Non c’è alcun riferimento malizioso o sessuale tra la ragazza e l’ape, nonostante si capisca che si piacciono e che stanno bene insieme. Sono un maschio ed una femmina, entrambi in età giovane. Basterebbe fare 2 + 2 ma non lo si fa.
Ok. Ma andiamo oltre. Ciò che non mi va giù di questa pellicola è il sottotesto. Ricordate il poster dela scimmia nel cartone “Futurama”? Diceva: “You Gotta Do What You Gotta Do”. Tradotto sarebbe: “Bisogna fare quello che bisogna fare”. L’etica propinata in “Bee Movie” è più che Calvinista. E’ di un reazionario esasperato. C’è appena un accenno di ribellione nella scelta dell’ape giovane che non vuole rigare dritto, che non vuole sottomettersi al destino che la sua comunità gli ha riservato sin dal momento in cui è nato.
SPOILER. Eppure a fine film l’emergenza ‘ribellione’ rientra. Tutto ritorna nei binari, come prestabilito. Anzi. Quello che prima rischia di diventare reietto finisce poi per diventare addirittura l’eroe del Mondo. Salva il Pianeta dall’estinzione dell’intera fauna, sebbene sia stato egli stesso, con la battaglia anti-miele, a metterlo in grave pericolo.
C’è anche lo sfottò delle multinazionali, delle grandi lobby americane che hanno degli avvocati avvoltoi. Ma tutto ciò mi sembra un po’ pretestuoso. Sapete come funziona, no? Li si prende in giro, si fa lo sberleffo, per renderli più simpatici.
Cosa salvare?
1. Una scena che cita il film “Il laureato”. Vediamo il protagonista in piscina, noiosamente sdraiato su di un materassino, che per evitare le noiose discussioni sul proprio avvenire con in genitori, si lascia cadere in acqua come un corpo morto, senza nemmeno togliersi gli occhiali da sole.
2. Una manciata di battute che spero non vengano storpiate nell’edizione italiana. Come, ad esempio, la frase ironice della zanzara, che a fine film appare nei panni di un avvocato e dice qualcosa tipo “Sono sempre stata un parassita che succhia sangue, mi mancava solo la valigetta”.
3. La voce di Renée Zellweger. E’ stranamente dolce. Se non la vedi sullo schermo ma senti solo la sua voce riesci quasi ad apprezzarla di più. Cosa questa che ovviamente non potrete rilevare nell’edizione italiana.
4. La realizzazione grafica. Anche se continuo a preferire i film della Pixar, devo ammettere che dal punto di vista della resa grafica 3D la DreamWorks ce la sta mettendo tutta. Sotto quest’aspetto non c’è nulla di cui ci si possa lamentare. Siamo su livelli tecnici di altissima qualità. Tanto di cappello.
5. Il gioco di parole del titolo: ‘Bee Movie’ = ‘B Movie’ ossia ‘film dell’ape’ ma anche ‘cinema di serie B’.
6. La parodie di Ray Liotta e di Sting. Semplicemente meravigliose.
7. Il pressbook esagonale che potete vedere qui sotto.

Bee Movie pressbook

Il film uscirà nelle sale cinematografiche italiane il 21 Dicembre, distribuito dalla Universal Pictures.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.
Il mirror post su ScreenWeek Weblog.


25
nov 07

The King of decks

Dj Stile

Ieri sera sono stato al RialtoSantAmbrogio per la serata 24Carat (Funk in the ghetto). Quando sono arrivato in consolle non c’era il dj resident bensì Dj Stile, uno che posso definire senza alcuna paura di essere smentito “The King of decks”. L’atmosfera era unica: sembrava di essere entrati in un telefilm come “Starsky & Hutch” o in un poliziottesco tipo “Milano Calibro 9″. Ho apprezzato tantissimo sia la selezione musicale (tutta musica Funk e/o Rhythm & Blues con accenni di hip hop old skool), che la tecnica del ‘selecta’. Nessun pezzo durava più di un minuto ma il flusso musicale non era frammentario. Tutt’altro. Stile usava una cuffia Techinics, un mixer Pioneer, un notebook, un software del tipo “Final Scratch” e due giradischi (Technics 1200) con vinile apposito. Da segnalare anche l’uso sapiente di tracce acappella e campionamenti vari. Ogni tanto un pizzico di scratch non faceva altro che infervorare ulteriormente il sottoscritto e lasciare a bocca aperta gran parte della pista. Credo che uno dei momenti ‘top’ sia stato quando Dj Stile ha messo per tre o quattro volte di seguito “Apache” degli Incredible Bong Band. Delirio!
Clicca qui per ascoltare il sound di 24Carat.
La photogallery della serata su Tilllate.com


25
nov 07

American Gangster

American Gangster (poster)

American Gangster

di Ridley Scott (Usa, 2007)
con Denzel Washington, Russell Crowe,
Cuba Gooding Jr., Josh Brolin, RZA, Carla Gugino,
Common (Lonnie Rashid Lynn, Jr.), John Ortiz, T.I.,
Armand Assante, Katleen Garrett, Lymari Nadal,
Ted Levine, Jul Vazquez, Jon Polito, Leesa Rowland,
Jack Fitz, Malcom Goodwin, KaDee Strickland,
Robert Funaro, Adrian Washington, Norman Reedus,
Ruby Dee, John Hawkes, Roger Guenveur Smith

Gangsta movie belli così non li vedevo da almeno 10 anni. Se dovessi procedere per similitudini potrei dirvi che questa pellicola è un po’ come “The Blow” ma decisamente meno hippie e molto più patriottico, nonostante il periodo storico in cui è ambientato sembra essere lo stesso. Potremmo dire che si tratta di uno “Scarface” degli anni ’2000, come idea di fondo: la nascita di un piccolo impero basato sulla malavita.
La storia infatti è quella di Frank Lucas, il braccio destro di un potente malavitoso di New York, e di come questi riesca, dopo la morte del suo boss, a diventare egli stesso il n. 1 del quartiere in cui vive, mettendosi a gestire in prima persona il traffico dell’eroina nella Grande Mela. Come ci riesce è presto detto: innanzitutto, alzando la testa ed iniziando a farsi rispettare. Quando tutti credono che Frank rimmarrà sempre e solo un faccendiere, un tuttofare, questi si fa coraggio, rimanda al mittente le angherie subite e spara in testa ad uno dei signorotti di quartiere davanti a tutti, a viso scoperto, tra le bancarelle del mercato. L’altra mossa che lo porta nell’olimpo dei gangster è il sistema di compravendita della droga. Frank, attraverso un suo fidato cugino che si trova con l’esercito americano nel sud est asiatico, riesce ad acquistare l’eroina direttamente alla fonte, dai raccoglitori d’oppio. La fa preparare pura al 100%, senza alcun additivo aggiunto, e se la fa recapitare a New York attraverso mezzi dello stesso esercito, che fanno la spola tra il Vietnam e gli Stati Uniti. Come se non bastasse, ci aggiunge una furbissima azione di marketing, apponendo il marchio “Blue Magic” sulle bustine che fa spacciare per strada. Intorno a sè crea anche un’efficace rete di distribuzione che affida ai suoi fratelli, i soli di cui si fida. Arriva cioè a gestire gli affari proprio come se si trattasse della Mafia italiana.
Sulla sua strada però troverà un poliziotto testardo e super onesto, uno che nella stessa polizia tutti odiano perché una volta si è mostrato così onesto da restituire 1 milione di dollari trovato nel bagagliaio di un’auto.
Ecco, proprio questo è uno dei tratti che non rende banale la pellicola. Il personaggio del detective Ritchie Roberts (Russel Crowe) non è un buono sotto tutti i punti di vista. Non è un puro. Lo vediamo onesto, ma titubante, duro ma umano ed imperfetto. Difatti, se sul lavoro è integerrimo, nella vita privata è un disatro; uno sciupafemmine che ha mandato a monte il suo matrimonio a causa di mille scappatelle e perché non riesce a concentrarsi su altro che non sia il lavoro (o le donne). Per di più, la stessa condotta lo mette in cattiva luce come padre. Lo vediamo infatti dimenticarsi spesso di trascorrere i weekend con suo figlio.
Per quanto riguarda Denzel Washington, invece, mi permetto di dire che ogni tanto è bello vederlo nei panni di un non-buono. Frank Lucas è il protagonista ma è anche un personaggio negativo, un boss della malavita. Tuttavia è anche uno che porta su di sè dei valori come l’attaccamento alla famiglia, la fedeltà nei confronti della sua donna, la serietà, la coerenza, ecc.
A farla breve, la potenza del ritratto che Scott fa di questi due personaggi è che non rappresentano in toto il bene contro il male. Ognuno di essi è marcio e positivo allo stesso tempo. Sono uomini, non eroi. Esseri imperfetti che si sforzano per fare del loro meglio. Due che aspirano a risultare i migliori nel loro campo, ma che sanno, loro malgrado, di non esserlo. Entrambi destinati a finire inghiottiti da un sistema più grande di loro.
Spendo altre due parole su alcuni attori degni di nota.
Mi spiace che Common abbia avuto solo un ruolo minore, perché secondo me è una grande faccia. Qui lo vediamo nei panni di uno dei tanti fratelli del protagonista, uno che lascia il North Carolina per andare a dare aiuto a suo fratello nella costruzione della rete per lo spaccio di stupefacenti, assumendo l’identità di un semplice gommista.
Cuba Gooding Jr. fa la parte di uno dei tanti boss di Harlem, uno che va in giro vestito da tamarro, da pezzente arricchito. Tutto lustrini, paillettes, occhialoni da sole. A tratti sembra un emulo di Sly Stone o di Bootsy Collins ai tempi d’oro dello stile Afro.
A Jon Polito ancora una volta è stata assegnata la parte di un laido faccendiere della delinquenza di origine italiana. Buffissimo.
Anche Armand Assante non è affatto male come superboss della cupola italiana a New York. Anzi. Calato in abiti di fine sartoria e nel lusso della sua villa, costruita con mattoni venuti ad uno ad uno dalla campagna inglese, risulta molto credibile. Scelta azzeccata.
RZA (dei Wu-Tang Clan) avrebbe dovuto coprirsi il tatuaggio con il logo del suo gruppo dal bicipite sinistro. Ad ogni modo questo è un piccolo ‘blooper’ poiché le scene in cui lo si vede sono davvero poche.
Buona anche la scelta di Josh Brolin per il super poliziotto corrotto. Un baffone tamarro e i capelli unti rendono perfettamente l’idea di quanto possa essere viscido il suo personaggio.
Lymari Nadal non sfigura nella parte di Miss Porto Rico. Bella ma non troppo. Figa ma non troppo. Ci sta come rappresentatività dell’universo-mondo della bellezza latina.
Qualche dubbio su Carla Gugino. Come mogliettina affettuosa potrebbe anche essere valida ma forse per il ruolo di ex moglie caparbia sarebbe stato più indicato scegliere una dall’aspetto meno dolce/delicato.
Un plauso anche a John Ortiz per la recitazione del poliziotto tossico di origine sudamericana.
Il rapper T.I. si è calato nelle vesti del ragazzino fenomeno del football con aspirazioni da gangster di quartiere. Il suo è un personaggio molto significativo: simboleggia come le nuove generazioni prendano la strada sbagliata ispirandosi a quei modelli negativi che ai loro occhi invece paiono altamente affascinanti.
KaDee Strickland fa la donna in carriera: il bell’avvocato che si fa fottere dal suo stesso cliente. Davvero molto sexy. Peccato che il suo ruolo duri solo pochi minuti.
Un altro motivo valido per vedere questa pellicola è la colonna sonora. Gradevolissimo sottofondo, arricchito da qualche perla di funk o rhythm’n'blues dei bei tempi.
American Gangster è tratto dall’articolo “The Return of Superfly” di Mark Jacobson, pubblicato sul “New York Magazine” nell’Agosto del 2000.
Il film, che io ho avuto l’occasione di vedere in anteprima venerdì scorso, dura 157 minuti. Nelle sale italiane uscirà il 18 Gennaio 2008, distribuito da Universal Pictures.
Qui trovate un lungo trailer da 10 minuti in italiano. Fate però attenzione agli spoiler.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.
Il mirror post su ScreenWeek Weblog.


24
nov 07

SmeercHouse 24 Novembre 2007



Settima puntata della quinta stagione, completamente dedicata a chi se l’è sentita live dal primo all’ultimo minuto.
Una sigla nuova di zecca derivata da un vecchio pezzo northern-soul, due brani di Feist, un po’ di hip hop dei giorni nostri, tanto attualissimo pop da classifica, un omaggio a Vinicio Capossela, tre tracce di dance anni ’90 (supernostalgia) e qualche brano house in coda, come al solito.
Se volete, potete ascoltare la registrazione (il podcast), premendo ‘play’ sul piccolo lettore nero che vedete in alto. Oppure cliccate qui per scaricalo (File Mp3 da 44,7 MB – 130 min. circa – 48Kbps – Mono – 22 kHz)

Qui sotto trovate la tracklist.
1. SmeercHouse (sigla 2007)
2. Feist – Tout Doucement
3. Feist – One Evening (VV Mix)
4. Sean Kingston – Beautiful Girls
5. Leon Haywood – I Want’ A Do Something Freaky To You
6. Jimmy Hughes – Neighbour Neighbour
7. Kanye West feat. T-Pain – Good Life
8. Alicia Keys – No One
9. Craig David – Hot Stuff
10. Jay-Z – American Gangster
11. Prodigy – Mac 10 Handles
12. Nico Gomez & His Afro Percussion Inc. – Baila Chibiquiban
13. Abel Ferreira – Saxofone, Por Que Choras?
14. Mo’ Horizons – Drum ‘n Boogaloo (Full Vocal mix)
15. Dulevànd & Stradabanda – Marcia Del Camposanto
16. SL2 – On A Ragga Tip
17. Deadly Sins – We Are Going On Down
18. Hocus Pocus – Hocus Pocus
19. Todd Terry – Bounce To The Beat
20. Yello – Bostich
21. Rihanna – Don’t Stop The Music
22. Calvin Harris – The Girls
23. Madonna – Love Profusion (Ralphi Rosario House Vocal Extended)
24. Jamiroquai – Runaway (Alan Braxe and Fred Falke Remix)
25. Mood II Swing feat. Lauren – It’s Gonna Work Out (Main Vocal Mix)
26. Hi-Tack – Let’s Dance (Peter Gelderblom Remix)


23
nov 07

Watch Smeerch's pics with TiltViewer

Smeerch Tilt Viewer

Avete mai visto le mie gallerie di foto su Flickr? No? Beh, allora è il momento opportuno per farlo, grazie a TiltViewer, un’applicazione dinamica e molto originale che sfrutta le api della famosa community fotografica di casa Yahoo!
Clicca qui o sull’immagine in alto per vedere le foto.


22
nov 07

Il mio amico giardiniere

Il mio amico giardiniere (poster)

Il mio amico giardiniere
(Dialogue avec mon jardinier)

di Jean Becker (Francia, 2007)
con Daniel Auteuil, Jean-Pierre Darroussin,
Fanny Cottencon, Hiam Abbass,
Elodie Navarre, Alexia Barlier

E’ sempre brutto entrare in un cinema prevenuti però spesso capita. Credevo che questa pellicola fosse banalotta invece ho dovuto ricredermi. Il mio amico giardiniere è un film dolce, delicato, semplice. Racconta l’amicizia tra due uomini di mezza età: l’uno ricco, borghese, pittore contemporaneo e proprietario di una grande villa nella campagna francese; l’altro ex ferroviere, di estrazione popolare, una persona umile e discreta, che, una volta andata in pensione, decide di prendere in gestione il giardino e l’orto del primo.
Jean Becker offre un ritratto intimista dell’incotro tra due persone inizialmente molto distanti. Due francesi che si sono persi di vista dai tempi in cui andavano a scuola insieme e che si ritrovano, ormai adulti, con la voglia di raccontarsi tutto quello che gli è accaduto durante gli anni in cui sono stati distanti. Entrano quasi in punta di piedi l’uno nella vita dell’altro e provano piacere nel riscoprire un amico, una persona con cui essere se stessi, con cui chiacchierare, a cui riferire i problemi esistenziali (mogli, figli, generi, amori, lavoro, passione, malattie, ecc.) che affliggono le loro vite, ormai irrimediabilmente rivolte verso il termine. Così facendo, scopriamo pian piano il pittore che si prende cura degli ortaggi che gli crescono davanti a casa e, viceversa, il giardiniere che si avvicina all’arte espressa dal pittore sulla tela.
Sullo schermo si muove un giardiniere «che ha un forte senso della realtà e che ha messo ordine nella sua vita [...] E’ un individuo profondamente morale che ha usato bene la sua vita, che ha saputo darle un valore». (parole di Jean-Pierre Darroussin).
Il fattore più interessante di tutto il film, comunque, rimane il modo in cui il regista ha saputo tratteggiare il dolore e la morte. Senza urla, senza pianti, né strazi, è riuscito ad infondere il proprio volere nelle menti degli attori, permettendo così che questi esprimessero, attraverso la loro mimica, tutto il male di vivere.
Non vi ho trovato la ricerca del pietismo a tutti i costi, né alcuna forzatura nel rappresentare la sofferenza per la malattia o per la perdita di una persona cara. E, personalmente, credo che in questi tempi di recitazione mediocre da fiction televisiva, tutto ciò sia una merce rara.Discorso a latere: sono solo io ad identificare in toto il cinema francesce con Daniel Auteuil? Sbaglio o questo nasuto attore recita ormai in ogni pellicola prodotta oltralpe?
Lodi lodi lodi a Jean-Pierre Darroussin: nonostante il suo sia un ruolo sostanzialmente drammatico, mi ha ispirato tanta simpatia. Faccia buffa e voce profonda – ma questo, in realtà, sarebbe merito del doppiaggio italiano. Attore da rivedere volentieri in altre vesti.
La pellicola è tratta da un romanzo di Henry Cueco.
Domani, 23 novembre, esce nelle sale cinamatografiche italiane, distribuita da Bim Distribuzione.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.
Il post mirror su ScreenWeek Weblog.


22
nov 07

The Matador

The Matador (poster)

The Matador

di Richard Shepard (Usa, 2005)
con Pierce Brosnan, Greg Kinnear,
Hope Davis, Philip Baker Hall, Maureen Muldoon,
Adam Scott, Dylan Baker, Portia Dawson

Questa sì che è una commedia divertente. Non un capolavoro, intendiamoci. Ma mi è piaciuta molto. Peccato per il finale, forse troppo buonista, troppo tranquillizzante, troppo semplice e soprattutto troppo poco frizzante. Sarebbe dovuto essere un po’ più rocambolesco, o perlomeno spiazzante, ecco!
Ma andiamo con ordine. Partiamo dalla storia. Julian Noble (Brosnan) è un killer super professionista, di quelli che si fanno pagare decine di migliaia di Dollari per ogni missione mortale. Ha un aspetto da superfigo, ammalia ogni donna che incrocia sulla strada ma è molto solitario. La sua stramberia lo rende decisamente simpatico… ma mai dimenticare che si tratta di un hitman, un assassino di mestiere. E’ freddo e preciso nell’eseguire i lavori che gli affida la sua agenzia. Non sbaglia un colpo. Mai. Meglio: quasi mai. Un giorno, il suo tenore di vita più che sregolato, l’eccessiva solitudine, il non avere una fissa dimora, lo portano sull’orlo dell’esaurimento nervoso. Le dosi esagerate di alcool, inoltre non aiutano. La vista spesso gli si annebbia, sul più bello affiorano i sensi di colpa e la psiche si mostra per quel che in fondo è: disturbata. Sbaglia perciò una missione in un paese caldo dell’Asia e tutto inizia ad andare a rotoli. L’organizzazione per cui lavora adesso vuole la sua di testa. A chi rivolgersi? Julian decide di andare a trovare a Denver il suo unico amico, Danny Wright (Kinnear). Oddio, amico… più che altro è uno che ha conosciuto a Città del Messico e che gli è risultato subito simpatico. I due hanno fraternizzato davanti ad alcuni margaritas. Ma chi è costui? Un uomo qualunque. Anzi no: è l’Uomo qualunque. Il perfetto americano medio (figura che a Kinnear riesce alla perfezione). Uno sfigato cronico sull’orlo del fallimento più totale. Uno che è stato licenziato dopo 9 anni di duro lavoro, che ha perso suo figlio quando questi era ancora un bimbo e che sta per vedere andare in fumo la sua ultima speranza di mettere in piedi un business dignitoso.
Dicevamo, i due si incontrano in un bar della capitale messicana e iniziano a raccontarsi le proprie vite. Si affezionano. Il killer è un po’ più restio a parlare di sé ma alla fine cede ed ammette che il suo mestiere è il “facilitatore di fatalità”. Sì, usa proprio quest’espressione eufemistica.
Per farla breve: l’amicizia, per quanto piccola e superficiale possa apparire ad un primo sguardo, sarà decisiva e vitale per le sorti di entrambi. Il motivo non lo dico in quanto ho già svelato troppo.
Perché vedere questa pellicola appena uscita in sala?
1. Per Pierce Brosnan. Saranno i baffi alla tedesca, ma lo guardi in faccia è già ti sboccia un sorriso. E’ una delle poche facce simpatiche rimaste nel cinema anglo/americano. Diciamo che è il migliore nel gigioneggiare in quel modo con l’espressione. Sul suo stesso livello ci metterei solo un altro ceffo buffo come Bruce Willis.
2. Perché i dialoghi sono davvero carucci. Alcuni scambi di battute dovrebbero rimanere nella storia del Cinema (con la C maiuscola).
3. Per Greg Kinnear, che ormai fa sempre l’uomo medio. Ma lo fa con un tale senso di realtà che pensi quasi che davvero tutti i nati negli States tra il 1951 e il 1960 siano identici a lui.
4. Perché a volte, alcuni film, anche se non sono superpromozionati, se non se ne parla a destra e a manca, se non vengono strombazzati, riescono comunque ad essere delle piccole chicche, delle perline piccole piccole da scoprire.
5. Perché crime movies come questo sono confezionati proprio bene, nonostante alcune inquadrature e alcuni topos riecheggiano troppo forte il pulp – un genere che a molti inzia a stare sui coglioni ma che, chissà perché, io continuerò sempre ad apprezzare.
6. Perché la fotografia, pur non raggiungendo le vette parossistiche della serie tv CSI Miami, riesce ad essere soprendentemente eccessiva. Coloruful magniloquente. Delizia degli occhi. Un bravo a David Tattersall.

Inoltre: Hope Davis in vestaglia, con i capelli lunghi lunghi biondi e lisci, è perfetta nei panni della mogliettina ‘capasotto’. Quella che sembra una madonnina e invece è capace di eccitarsi al solo vedere la pistola di un killer spietato. Nel termine ‘pistola’ non c’è nessun sottotesto da leggere. Trattasi letteralmente di arma da fuoco.
Perché non vederlo? Perché, come dicevo in testa a questo post, la fine è eccessivamente ‘light’. Insomma ci voleva un colpo di scena, un coup de teatre, qualcosa di sorprendente. Io fino agli ultimi minuti della pellicola – giuro – mi aspettavo addiritura lo svelamento di un rapporto homosex tra i due protagonisti. Invece nulla. [Spoiler] Tutto si conclude nella mestizia più banale: una scena in un cimitero, sotto la neve, con due genitori sfortunati che si fanno forza sulla tomba del figlio defunto. Con la chiusa si poteva fare decisamente meglio, dai.
Nota: sui titoli di coda c’è la splendida canzone “Matador” dei Los Fabulosos Cadillacs. A Dj Nero e al sottoscritto sono tornati in mente gli spensierati anni del liceo.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.