Mario Biondi (bianco e nero)

Apro GQ Italia di Ottobre – pagina 424. Rubrica b-side di Alessio Bertallott*.
Titolo: “Quelli che combattono la dittatura del mediocre”. Sottotitolo: “La stagione passata ha messo in evidenza pianisti come Picco, Allevi e Einaudi, cantanti come Mario Biondi, che fanno del jazz (vero o finto) una bandiera. Una piccola rivolta del gusto”.
E perché, di grazia, Mario Biondi non sarebbe da considerare un jazzista vero? Forse perché non è anziano? Forse perché la Schema Records è un’etichetta troppo fighetta? Forse perché ha acquisito una certa notorietà? Perché il suo album è entrato nella top ten? Forse perché è Italiano? Perché è Siciliano? Perché non viene dal sud degli Stati Uniti? Perché non viene da un paese Scandinavo? Perché è pelato? Perché ha una voce che voi manco vi sognate? O forse perché non è uno di quei musicisti che fanno degli inutili, lunghi, interminabili assoli/improvvisazioni completamente fuori tempo?
E non venitemi a dire che la musica è musica e che le etichette non contano. Perché contano, invece. Eccome se contano! Qui è tutta un’etichetta. Dentro e fuori la musica.
Siamo mica nati nell’epoca in cui il pizzicagnolo vendeva la pasta sfusa.
Voi siete tra quelli che arriverebbero ad impiccarsi in un supermarket se sugli scaffali non foste in grado di trovare prodotti con sopra bene indicata la marca, la data di scadenza e – persino – i valori nutrizionali.

* Sia chiaro: io non ce l’ho con Bertallot. Anzi lo stimo. Lo reputo un’ottima voce radiofonica e un valido selezionatore di nuova musica/buona musica. Come dice lui.