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L’importanza di chiamarsi Ernest
(The Importance of Being Earnest)

di Oliver Parker (Uk, Usa, Francia, 2002)
con Rupert Everett, Colin Firth,
Reese Witherspoon, Judi Dench, Frances O’Connor,
Tom Wilkinson, Anna Massey, Edward Fox

Da un soggetto di Oscar Wilde una commedia davvero simpatica. Non si tratta di un capolavoro – per carità – ma di qualcosa di gradevole, che va bene per tutti e che allegerisce un po’ i toni noiosi, tipici dei film in costume.
Le vicende di due coppie s’incrociano tra Londra e la campagna inglese. Jack, un giovane signorotto di campagna usa un nome finto (Ernest) per le sue scorribande in città. Di contro, un rampollo nobile pieno di debiti, giovinastro di città, quando viene a conoscenza della doppia identità del primo, ne approfitta, recandosi nella sua magione e spacciandosi proprio per Ernest, il fratello malandrino di Jack.
La ragione delle due doppie identità è una donna. Anzi due: una per ciascuno. Jack è invaghito di Gwendolen, figlia di Lady Bracknell – la zia di Algy, e vuole prenderla in sposa, mentre Algy è innamoratto di Cecile, biondina molto giovane e sognatrice, la protetta di Jack.
La commedia, non sto nemmeno a dirlo, è tutto un fraintendimento. Prima che si arrivi ad un “tutti vissero felici e contenti”, i nostri devono passare per svariate peripezie, legate a questioni di denaro, stirpe, doti, prestigio, orfani, ecc. In coda alla pellicola c’è anche un colpo di scena degno dei migliori feuilleton, o della miglior telenovela – a seconda dei tempi a cui si riferisce.
Vi ho già detto che Rupert Everett mi sta simpatico? Beh, lo dico qui. Lo affermo e lo ribadisco. Quest’attore è un grande. Soprattutto nelle commedie. Una birba. Le sue espressioni sono una delle cose più brillanti di tutto il film. Tra l’altro fanno da contraltare alla estrema rigidità (tipica) di Colin Firth, forse un po’ troppo serioso persino in questa commediola leggera leggera.
Judi Dench dove la metti sta. E spadroneggia. I più la ricorderanno per aver interpretato la Regina Elisabetta in “Shakespeare in love”. Diciamo pure che qui il cipiglio che dà al suo personaggio è pressoché lo stesso. Rigida, severa, dura, tutta d’un pezzo. Proprio come dovevano essere quelle acide signore della borghesia inglese d’inizio ‘900.
Tom Wilkinson fa tenerezza nei panni del prete innamorato di una vecchia professoressa – peraltro bruttina. Forse la scelta finale di fargli abbandonare l’abito talare per amore è un po’ esagerata – anche vista l’epoca in cui è ambientata la storia. Ma non mi permetterei mai di criticare un’opera di Oscar Wilde. Non scherziamo. Spero solo non si sia trattato di una scelta interpretativa del regista.
Mi stupisce inoltre il fatto che Reese Witherspoon sia stata presa a recitare per questa produzione a maggioranza di attori inglesi. Lei, così americana, non credevo godesse di tanta stima in terra d’Albione. Chissà come sono andate davvero le cose! Magari è un pegno che si è dovuto pagare per far sì che nell’affare ci entrasse anche un produttore americano, il quale forse voleva un volto da spendere poi in patria.
Punto di forza di tutta la pellicola: i dialoghi. E qui sono sicuro che la sagacità delle battute è da far risalire direttamente a Oscar Wilde.
Nota: la traduzione italiana ha modificato ‘Earnest’ in ‘Ernest’, facendo perdere il senso del gioco di parole. Almeno in parte. In inglese ‘To Earn’ significa ‘guadagnare’ mentre ‘Ernest’ (Ernesto) ha un suono simile a honest (onesto). Dunque quando sentiamo che le due giovani donne dicono di volere un uomo che sia “Earnest” in realtà intendono, allo stesso tempo, qualcuno benestante ed onesto.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.