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White Oleander – Oleandro bianco

di Peter Kosminsky (Germania, Usa, 2002)
con Alison Lohman, Michelle Pfeiffer,
Renée Zellweger, Robin Wright Penn,
Amy Aquino, Bill Connoly, Svetlana Efremova,
John Bilingsley, Elisa Bocanegra, Scott Allan Campbell

Un film triste, molto triste, alla fine del quale ti rendi conto solo che Michelle Pfeiffer è ancora una donna molto bella, nonostante i suoi 45 anni (del 2002). Nulla di più.
La vera protagonista è comunque la giovane Alison Lohman. Bella? Boh. A me credo non piaccia proprio. Brava? Chi lo sa! Qui ha solo un’espressione: quella di chi appare profonda mente angosciato. Bisognerebbe vederla sorridere almeno una volta per capire se valga qualcosa come attrice, non foss’altro che per fare un confronto. In questa pellicola la vediamo passare da un’aspetto da bambina efebica, completamente smunta, magra, quasi cianotica, con lunghissimi capelli di color biondo-che-rasenta-il bianco, ad uno molto vicino a quello di una ‘suicide girl’, ossia bambola dark con capelli nerissimi (lunghi e lisci) e 10 mm di eyeliner nero intorno agli occhi. La magrezza resta. Cambia solo la lunghezza dei capelli, il loro colore ed il make-up del viso. Ce la vediamo crescere sotto agli occhi di almeno due o tre anni. Magia degli artisti del make-up.
Robin Wright Penn: non pervenuta o quasi. La vediamo nella prima parte del film. Poi spara alla protagonista ed esce dalla storia. Meglio così. A me quest’attrice sta anche sulle scatole. Chissà perché, poi.
Renée Zellweger: ma quanto è dovuta dimagrire per fare questo ruolo? Sarà arrivata a persare 40 Kg o giù di lì. Ti fa una pena a guardarla. E pensare che un tempo l’avevano presa a fare Bridget Jones proprio perché era bella pienotta… che cosa non si arriva a fare per lo showbiz!
La storia è semplice: una ragazzina adolescente viene affidata a diverse famiglie, passando anche per una specie di orfanotrofio, poiché sua madre, un’artista alquanto eccentrica, ha ucciso il suo compagno fedifrago.
Non c’è granché da dire. E’ solo tutto molto angosciante. Dentro ci hanno buttato un po’ tutti i topos dei drammoni. La distanza tra madre e figlia, il padre bastardo che le ha abbandonate entrambe quando la figlia era ancora in fasce, i vari problemi adolescenziali, la ricerca di una persona da prendere come riferimento, i cattivi esempi, il chiudersi in se stessi, il primo rapporto col sesso, vivere da vicino l’esperienza di un suicidio, la complicità con una persona molto intima che s’infrange all’improvviso, l’affezionarsi e il doversi abbandonare, le prime cotte, e così via. Tutta roba riassumibile in quattro righe. Niente di troppo nuovo, originale o complesso.
Quando vieni a sapere anche che è stato tratto da un libro – il romanzo omonimo di Janet Fitch – ti viene proprio da chiederti chi mai prova piacere nell’angosciarsi con la lettura di queste pagine di sfiga nera.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.