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BlogDay 2007

Blog Day 2007

Oggi è il BlogDay. ll terzo per la precisione. Pare sia buona regola segnalare 5 nuovi blog. Lo faccio subito.

ScreenWeek Weblog: il weblog per cui lavoro. La mia occupazione principale quotidiana. Tutto sul cinema e dintorni. Informazioni su film del futuro e del passato. Locandine, trailer, gossip, recensioni, approfondimenti, ecc.

Eriadan: il vignettista blogger più famoso della blogosfera italiana. Una vignetta al giorno. Se è così noto un motivo ci sarà. Non credete?

Poeta di sottofondo: le segnalazioni del mio coinquilino e amico storico Dj Nero.

Robba.net: i racconti sognanti di una napoletana trasferita a Roma.

Akille.net: un trentenne calabrese di stanza nella Capitale. Post tra novità musicali, internet, tv, gionali e paese reale.

Ok. Come blog non sono nuovi ma questi piacciono a me. Che ci posso fare? :)

BlogDay tag.

Elisabetta Pellini

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Elisabetta Pellini. Fate attenzione a questa splendida ragazza. Ne sentiremo parlare molto nei prossimi mesi. Sarà la patologa Tiziana Cattaneo nella serie tv Distretto di Polizia 7 – in onda su Canale 5 dal prossimo 6 Settembre.
Io la ricordo sin dai tempi in cui recitava con Teo Teocoli e Aldo, Giovanni e Giacomo nelle televendite dei condizionatori, durante la stagione 1996/97 di Mai dire gol… e comunque sì, è lei che interpreta il ruolo della ragazza incontentabile nello spot del Nestea, quella cioè che dice “Ciro, please!”

Work It Out – RJD2 (clip)


Uno dei migliori video degli ultimi mesi.
“Work It Out” di RJD2, dall’album “The Third Hand” (XL Recording – 2007)

Le relazioni pericolose

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Le relazioni pericolose
(Dangerous Liaisons)

di Stephen Frears (Usa, 1988)
con John Malkovich, Glenn Close,
Michelle Pfeiffer, Uma Thurman, Keanu Reeves,
Swoosie Kurtz, Mildred Natwick, Peter Capaldi,
Joe Sheridan, Laura Benson, Joanna Pavlis, Valerie Gogan

Premessa: i film in costume non mi sono mai piaciuti. Ma in questo caso faccio un’eccezione. Bisogna fare un’eccezione. Perché “Le relazioni pericolose” è un vero capolavoro. Sesso, vendetta, perfidia, vanità, gossip, sotterfugi, seduzione, loquacità. Sono questi gli ingredienti di una commedia all’humor nero, ambientata nei salotti buoni della Parigi di fine ’800, che finisce per tramutarsi in tragedia. Tanto di cappello al regista, Mr. Stephen Frears. Ma anche applausi sonori al cast tutto. Ad iniziare dai due protagonisti: Glenn Close e John Malkovich. A questi bisognerebbe dare decine di premi. Facciamo in modo che insegnino in scuole di cinema. Please. Perché qui sono davvero eccelsi. Perfetti per la parte. Incredibilmente dentro il personaggio. Che abbiano usato il celeberrimo metodo Stanislavskij?
Lei appare algida, perfida, di una cattiveria unica. Pungente, sagace, vendicativa. Lui si mostra sornione, seduttore suadente, abile affabulatore – anche se, a dirla tutta, di primo acchitto, un po’ ti chiedi come sia possibile che un non-bello come Malkovich possa risultare tanto credibile nel ruolo del seduttore.
E poi c’è Michelle Pfeiffer. Altra performance da applausi. Casta, silenziosa, timorata, sempre circospetta e con gli occhi bassi, prima. Amante folle dopo. Bellissima nelle scene in cui la si vede a letto con i lunghi capelli biondi sciolti.
Uma Thurman e Keanu Reeves sembrano ancora dei ragazzini. Anzi no. Nel 1998 erano ancora dei ragazzini. Ed infatti recitano la parte di due giovani. Lei dovrebbe apparire esile, soave, pudica ma piena di malizia recondita. A me la Thurman non è mai piaciuta come donna ed infatti mi chiedo perché non ne abbiano presa una più bella. Tutto sommato qui recita davvero bene per cui – alla fine – credo che nel suo caso si sia trattato di una valida scelta di casting.
Reeves invece, gestisce benissimo la faccia da bambascione. Per il 90% del tempo incarna un giovane maestro di musica, tanto ingenuo, invaghito della giovane Cecil. In coda si mostra uomo d’0nore, profuso di senso del dovere e conscio della gravità della situazione. Bravo anche lui.
Molto valida inoltre la performance di Mildred Natwick: qui la vediamo nei panni dell’anziana e saggia zia. Una sola scena da protagonista e classe da vendere. Mette quattro frasi in croce e riesce ad esprimere tutta l’esperienza che un’anziana dama di corte deve necessariamente aver accumulato negli anni.
Questa pellicola, remake di un film del 1959 diretto da Roger Vadim, agli Oscar del 1988 è riuscita a vincere 3 premi: uno per i costumi, uno per la scenografia e uno per la sceneggiatura non originale. E difatti tutta qui sta la potenza del film: nella storia. Semplicemente meravigliosa. Tutt’altro che banale. In un ipotetica scala di cose valide presenti in questo film seguono: la maestria degli attori, i dialoghi (da restarci a bocca aperta tanto sono cesellati e pregni di frasi pesantissime), le ambientazioni, i costumi ed il trucco.
Realizzazione pressoché perfetta. Exploit difficile da ripetere.
Nota personale: nella trama di “Le relazioni pericolose” ci ho visto molti spunti che sono stati poi ripresi – una decina di anni dopo – dal film “Cruel Intention”.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

L’importanza di chiamarsi Ernest

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L’importanza di chiamarsi Ernest
(The Importance of Being Earnest)

di Oliver Parker (Uk, Usa, Francia, 2002)
con Rupert Everett, Colin Firth,
Reese Witherspoon, Judi Dench, Frances O’Connor,
Tom Wilkinson, Anna Massey, Edward Fox

Da un soggetto di Oscar Wilde una commedia davvero simpatica. Non si tratta di un capolavoro – per carità – ma di qualcosa di gradevole, che va bene per tutti e che allegerisce un po’ i toni noiosi, tipici dei film in costume.
Le vicende di due coppie s’incrociano tra Londra e la campagna inglese. Jack, un giovane signorotto di campagna usa un nome finto (Ernest) per le sue scorribande in città. Di contro, un rampollo nobile pieno di debiti, giovinastro di città, quando viene a conoscenza della doppia identità del primo, ne approfitta, recandosi nella sua magione e spacciandosi proprio per Ernest, il fratello malandrino di Jack.
La ragione delle due doppie identità è una donna. Anzi due: una per ciascuno. Jack è invaghito di Gwendolen, figlia di Lady Bracknell - la zia di Algy, e vuole prenderla in sposa, mentre Algy è innamoratto di Cecile, biondina molto giovane e sognatrice, la protetta di Jack.
La commedia, non sto nemmeno a dirlo, è tutto un fraintendimento. Prima che si arrivi ad un “tutti vissero felici e contenti”, i nostri devono passare per svariate peripezie, legate a questioni di denaro, stirpe, doti, prestigio, orfani, ecc. In coda alla pellicola c’è anche un colpo di scena degno dei migliori feuilleton, o della miglior telenovela – a seconda dei tempi a cui si riferisce.
Vi ho già detto che Rupert Everett mi sta simpatico? Beh, lo dico qui. Lo affermo e lo ribadisco. Quest’attore è un grande. Soprattutto nelle commedie. Una birba. Le sue espressioni sono una delle cose più brillanti di tutto il film. Tra l’altro fanno da contraltare alla estrema rigidità (tipica) di Colin Firth, forse un po’ troppo serioso persino in questa commediola leggera leggera.
Judi Dench dove la metti sta. E spadroneggia. I più la ricorderanno per aver interpretato la Regina Elisabetta in “Shakespeare in love”. Diciamo pure che qui il cipiglio che dà al suo personaggio è pressoché lo stesso. Rigida, severa, dura, tutta d’un pezzo. Proprio come dovevano essere quelle acide signore della borghesia inglese d’inizio ’900.
Tom Wilkinson fa tenerezza nei panni del prete innamorato di una vecchia professoressa – peraltro bruttina. Forse la scelta finale di fargli abbandonare l’abito talare per amore è un po’ esagerata – anche vista l’epoca in cui è ambientata la storia. Ma non mi permetterei mai di criticare un’opera di Oscar Wilde. Non scherziamo. Spero solo non si sia trattato di una scelta interpretativa del regista.
Mi stupisce inoltre il fatto che Reese Witherspoon sia stata presa a recitare per questa produzione a maggioranza di attori inglesi. Lei, così americana, non credevo godesse di tanta stima in terra d’Albione. Chissà come sono andate davvero le cose! Magari è un pegno che si è dovuto pagare per far sì che nell’affare ci entrasse anche un produttore americano, il quale forse voleva un volto da spendere poi in patria.
Punto di forza di tutta la pellicola: i dialoghi. E qui sono sicuro che la sagacità delle battute è da far risalire direttamente a Oscar Wilde.
Nota: la traduzione italiana ha modificato ‘Earnest’ in ‘Ernest’, facendo perdere il senso del gioco di parole. Almeno in parte. In inglese ‘To Earn’ significa ‘guadagnare’ mentre ‘Ernest’ (Ernesto) ha un suono simile a honest (onesto). Dunque quando sentiamo che le due giovani donne dicono di volere un uomo che sia “Earnest” in realtà intendono, allo stesso tempo, qualcuno benestante ed onesto.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Zoolander

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Zoolander

di Ben Stiller (Usa, 2001)
con Ben Stiller, Owen Wilson,
Will Ferrell, Milla Jovovich, David Duchovny,
Jon Voight, Christine Taylor, Jerry Stiller, Woodrow W. Asai

A volte le coincidenze sono assurde. Ieri ho finito di vedere Zoolander e oggi ho appreso la triste notizia che proprio ieri uno dei suoi attori principali (Owen Wilson) ha cercato di suicidarsi. Lo so, non significa assolutamente nulla. Io non credo a queste scemenze delle coincidenze. Ma ammetto di essere restato un po’ attonito quando lo sono venuto a sapere.
Va beh, comunque… andando avanti e facendo i migliori auguri a Wilson – che rimane un attore molto simpatico – cerco di fare il punto su cosa mi è sembrato questo “Zoolander”.
L’aspetto più interessante è vedere come lo stesso mondo dello showbiz – e della moda soprattuto – abbia accettato di prendersi in giro, lasciando che Stiller realizzasse questa pellicola (sua la regia, il soggetto e la sceneggiatura) e prendedovi anche parte. Alcuni esempi sono lampanti: Vh1, il canale musicale appartenente al gruppo Mtv/Viacom, ha prodotto la pellicola (in un certo senso) e, allo stesso tempo, appare nel film come il network che organizza la serata di premiazione per il miglior modello. Nel film appaiono anche molti sponsor – marchi reali – che dei modelli fanno largo uso nella realtà e star dello spettacolo e della moda che vivono proprio grazie alla vacuità di cui è fatto il mondo dello showbiz. Tra questi Lenny Kravitz, Paris Hilton, Donald Trump, David Bowie, Wynona Ryder, Tommy Hilfiger, ecc.
La commedia è quel che è ma la simpatia di Stiller e Wilson (rispettivamente Derek Zoolander e Hansen) supera tutto. Le loro facce valgono la visione (il prezzo del biglietto, se siete andati a vederlo al cinema, o il prezzo del DVD, se l’avete affitatto in videoteca). Il catalogo di espressioni del protagonista (Ferrari, Magnum, ecc.) sono davvero spassose. Una sola ed unica cosa che i media propinano come differente, lasciando che persino il modello ci creda. La ritengo una splendida trovata.
In Zoolander ci si prende gioco di tutto e di tutti: dei modelli e della loro scarsa intelligenza/cultura, degli stilisti e del loro essere viviati e pignoli, del business che gira intorno al mondo delle griffe, delle filosofie new age da cui si fanno prendere le star milionarie, delle serate/evento con annessa consegna di premi, delle categorie superparticolareggiate che servono a premiare determinate star, del lessico che si usa in quell’ambiente (vedi la frase “Hansel va molto forte quest’anno”), delle trame dei thriller, dei profili di cui vengono dotati i villain (i cattivi) negli spy movie, ecc. In mezzo a tutto questo Stiller e il suo co-autore Drake Sather sono riusciti ad infilarci persino una causa – per così dire – buona: il miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi sottosviluppati in cui vengono prodotti i capi d’abbigliamento delle griffe vendute nei paesi industrializzati.
Will Ferrell acquista sempre più stima ai miei occhi. Qui mi sembra abbia recitato alla grande nei panni del pazzo stilista di nome Mugatu. Anche la performance in “Vero come la finzione” non l’ho trovata affatto male. Anzi. Adesso mi chiedo se mi sottoporrò anche alla visione di “Blades of Glory”… no. Credo di no, comunque.
Jerry Stiller (il papà di Ben) è buffissimo con gli occhialoni. Il suo profilo scade persino nel trash con la gag dei problemi alla prostata risolti durante una telefonata. E’ bello quando un figlio non dimentica il padre. Alla sua prima prova di regista Ben l’ha voluto con se: grande segno di affetto e stima.
Jon Voight è sprecato. Nel ruolo di Zoolander senior ci avrebbero potuto mettere chiunque. Però è bello vedere che anche le grandi star accettano di recitare in film cialtroni come questi.
Milla Jovovich è una modella. In “Zoolander” si prende gioco dei modelli. E’ il massimo dell’autoironia, se permettete. Tanto di cappello anche a lei, che si è fatta pure imbruttire per rappresentare un’algida assistente dall’aspetto schifosamente super-vamp.
Christine Taylor: dove l’ho già vista? Non so. E’ una biondina caruccia. Hollywood ha tanti ruoli per tipette così. Le occasioni per mettersi in luce non le mancheranno. Qui l’interpretazione è da 6. Sufficienza.
Quello che mi sfugge, invece, è il motivo di fondo che ha portato David Duchovny ad accettare di prendere parte a questo film. Per lui di cosa si è trattato: senso dell’umorismo, voglia di prendersi in giro o bisogno di denaro? Dopo il successo planetario con l’agente Fox Mulder nella serie tv “X-Files” non gli ha dato credito più nessuno. Un po’ spiace. Non è poi così male come attore.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Concerto annullato

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La scorsa settimana – giovedì 23 Agosto per la precisione – volevo andare a Barletta (Ba) per sentire il concerto di Roy Paci con gli Aretuska. Si sarebbe dovuto tenere nel Fossato del Castello Svevo. Un posto molto pittoresco, dove gli anni passati ho assistito ad altri due eventi molto simpatici come il concerto di Goran Bregovich e quello dei 99 Posse. Il fatto è che questo concerto non si è tenuto. Mi era giunta voce dell’annullamento già nel pomeriggio. Ma ho voluto verificare la situazione di persona. All’ora prestabilita – le 21:30 – sono andato al Castello di Barletta ed ho potuto vedere solo il vuoto più assoluto. Non c’era niente e nessuno. Solo un grande spiazzo con due bagni chimici nel centro, il tutto illuminato da potenti fari giallognoli. Qui gatta ci cova. Cos’è che non ha funzionato? Chi si è sottratto al proprio dovere? Il palco non era nemmeno montato. Nessun cartello indicava se il concerto era stato completamente annullato o spostato di data. Per maggiori ragguagli ho chiesto lumi ad alcune hostess che stazionavano all’interno del Castello, erano addette alla vendita dei biglietti per l’arena della rassegna cinematografica estiva. Mi hanno detto che il concerto era stato cancellato del tutto.
Come mai il palco non era montato? Me lo chiedo ancora. Se l’annullamento era già noto perché non sono stato avvisato prima? Quanto tempo ci vuole per costruire un palco da concerto? Io il biglietto l’ho preso in prevendita appena due giorni prima del concerto. Possibile che il rivenditore non sapesse dell’annullamento? Perché il biglietto mi è stato venduto ugualmente? Chi mi risponderà a queste domande? Forse nessuno.
Non credo sia colpa del gruppo o del team che porta in giro gli Aretuska per il Mondo. Piuttosto riverserei la colpa sull’organizzatore locale. Voci mormorano di appena 600 biglietti venduti in prevendita (peccato). Forse qualcuno, temendo un flop gigante ha preferito mandare tutto all’aria . Sul sito ufficiale del gruppo c’è un comunicato proprio a proposito di questo inconveniente. Ve lo riporto qui sotto.
ATTENZIONE: VORREMMO CHIARIRE A TUTTI CHE LA DATA PREVISTA PER OGGI A BARLETTA PRESSO IL FOSSATO DEL CASTELLO E’ STATA SORPRENDENTEMENTE CANCELLATA DALL’ORGANIZZATORE IERI SENZA VALIDI MOTIVI APPARENTI! INOLTRE VI INFORMIAMO CHE LO STESSO SI E’ PERMESSO DI FAR SCRIVERE SULLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO CHE IL CONCERTO E’ SALTATO PER IMPEGNI TELEVISIVI DELL’ARTISTA! SIAMO VERAMENTE ARRABBIATI E SORPRESI PER QUESTA FALSA NOTIZIA, OLTRE AL DANNO LA BEFFA! ROY PACI IN QUESTO MOMENTO SI TROVA PROPRIO LI’ COME ERA PREVISTO, PUNTUALE E DI PAROLA! ORA CI ASPETTIAMO DELLE SCUSE E OVVIAMENTE UNA RETTIFICA DELL’ARTICOLO.
Un caso davvero orrendo. Schifoso. C’è da vergognarsi di essere pugliesi. Per fortuna io non sono il tipo che si fa di questi problemi. Ma la vergogna rimane. Si facciano avanti i responsabili e chiedano scusa.
Io intanto ho chiesto il rimborso di due biglietti che avevo preso (uno per me e uno per la mia amica Marianna detta “Telespalla”). Mi è stato detto che il rimborso arriverà (10 Euro + 2 di prevendita) dopo il 20 Settembre e che intanto in biglietti verranno faxati dal rivenditore a chi di dovere. Speriamo. Mi fido poco sia del rivenditore della mia città, che degli organizzatori. Credo che comunque il valore della prevendita non venga rimborsato in nessun caso. Maledetti!

Bari (Bat) is burning videoclip


Io non so chi sia tigreincazzata ma prima di mettere su YouTube il videoclip di Bat is burning, credo che avrebbe dovuto almeno chiedermi il permesso. Almeno per cortesia. Io non avrei chiesto mica soldi. Inoltre non mi sembra tanto elegante attibuirsene pure la paternità e cambiargli il nome in “Bari is burning”. Non vi pare?

Legal Digital Archive (93)

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“Ad lib”
Gerardo Frisina
(P) & (C) 2001 Edizioni Ishtar
Schema Records – SCCD329

Un giorno un caro amico ti porta a casa un cd di un musicista italiano. Tu l’ascolti. Ti piace. Te lo fai prestare. Lo riascolti. Una, due, tre volte. Decidi di copiarlo. Lo restituisci. Poi lo riascolti (la copia). Poi la usi. Anche per alcuni dj set. Seguono altre decine di ascolti. Dopo anni decidi che non può mancare nella tua collezione di pezzi originali. E lo compri.
Sto ovviamente parlando di questo “Ad lib” di Gerardo Frisina, il primo dei tre album prodotti dal musicista/dj/compositore/collezionista di rarità musicali, e pubblicato con il suo nome. Al momento possiedo il terzo album “The Latin Kick” ed il primo “Ad lib”. Presto mi doterò anche del secondo: “High Note”.
Dunque cosa aspettarsi da “Ad lib”? Jazz moderno sostanzialmente, come da buona tradizione Schema Records. I riff sono molto latineggianti. Provate ad accostare termini quali Brasile, Cuba, Jazz, Easy Listening, Bossanova, Lounge, Elettronica, anni ’60, colonne sonore. Immaginateli fusi, shakerati a mestiere. Il risultato di questa mescola protebbe avvicinarsi sufficientemente alle sensazioni che l’ascolto di questo cd rilascia.
La squadra di musicisti esecutori è ben nutrita. Alla produzione, accanto a Frisina stesso, ci sono i fratelli Lo Greco, ossia Gianni e Vincenzo, anche noti come i Lo Greco Bros. L’intero album è stato registrato proprio al Lo Greco Studio di Milano.
Tutte la tracce sono state scritte da Gerardo Frisina e Vincenzo Lo Greco, tranne la numero 7 – “Hellen Samba” – di cui se ne è occupato esclusivamente Frisina. La voce presente nei brani è quella di Barbara Casini. Il piano, i rhodes e le tastiere sono state suonati da Fabrizio Bernasconi. La batteria e le percussioni sono state territorio esclusivo di Gianni Lo Greco. Suo fratello Enzo si è occupato di suonare il basso e di fare la programmazione delle macchine. Il vibrafono ha suonato sotto le mani di Andrea Dulbecco.
Brani da segnalare: 06. “Descarga”; 12. “Open Up Your Mind”; 01. “Mas Eu Quer Ser”; 02. “The Tallest Tree”.
Se, come me, amate le produzioni di casa Schema, questo album davvero non può mancare alla vostra collezione. Io ci ho messo un po’ di anni a recuperarlo (non è semplice da trovare nei negozi di dischi), ma credetemi quando vi dico che ne vale la pena.
Nota: “Ad lib” è l’abbreviazione del termine latino “ad libitum”, ossia “a piacimento”. Una parola che spesso si trova in calce alle partizioni musicali e che invita il musicista esecutore ad eseguire – appunto – quella parte di brano in loop, ripetendola cioè a piacimento, quante volte si voglia.
La scheda e la tracklist su Discogs.com.
Una recensione di OndaRock.it.
La biografia di Gerardo Frisina su Family-Affair.it.

Legal Digital Archive (92)

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“Africanism Super Special”
AA.VV.
(C) & (P) Mighty Bop Sessions 2001 – 8573880972

Dopo il volume 2 e il volume 3 ho finalmente preso anche il primo. Una raccolta dei primi 12 pollici pubblicati sotto il nome-ombrello di Africanism, ossia un collettivo che racchiude Bob Sinclar, Condor, Dj Gregory, Eddie Amador, Martin Solveig, Matt’Samo, Julien Jabre, Lego, Liquid People, Salomè De Bahia & Soha.
L’esperimento si è rivelato molto interessante, oltre che redditizio. Questo gruppo di dj/produttori francesi, in forte odore di french touch e che gravita intorno alla casa di produzione Mighty Bop, ha pensato di creare una serie di pezzi house che richiama le sonorità africane (e anche un po’ latine). Il nome è stato preso da un brano di Kongas, un altro collettivo francese formatosi negli anni ’70 e che comprendeva, tra gli altri, Marc Cerrone e Don Ray.
Proprio da Cerrone è stato preso “Love Is Answer”, un pezzo che in questo album troviamo coverizzato dai Liquid People.
Altre tracce da segnalare: 1. “Bisou Sucre” di Bob Sinclar; 2. “Tourment D’Amour” di Dj Gregory (Gregory Darsa) cantata da Salomé De Bahia; 3. “Block Party” di Dj Gregory; “Edony” prodotta da Martin Solveig con le mirabolanti percussioni di Hassam Ramzy e la dolce voce di Pauline; 14. “Trompeta Alegre” prodotta da Lego.
Quattro piccole note. 1. L’unico non direttamente riconducibile alla scena francese è Eddie Amador, nome di punta della Subliminal Records. 2. Salomé De Bahia non è un produttore, né una dj, ma una cantante di origini brasiliane. 3. Il progetto Soha è un duo formato da Julien Jabre e Dj Gregory. 4. Dietro il nickname “Lego” c’è Rafael Rodriguez.
Questo album è stato registrato tra il Luglio 2000 e il Febbraio 2001.
La compilation è stata mixata da Bob Sinclar.
“Africanism” può considerarsi ormai alla stregua di una sotto-etichetta della Yellow Productions Recordings.
Della distribuzione di questo cd si è occupata la East West.
La scheda di Discogs.com.
Il sito ufficiale della Yellow Productions Recording.