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Frangetta collection

Italy is burning compilation

Il 13 Luglio 2007 uscirà la compilation Italy is Burning (Time Records – Self Distribuzione). Conterrà 21 tracce: tante diverse di versioni di "Frangetta" declinate in base a varie zone d’Italia e qualche mash-up con altri brani tormentone del momento. "Bat is burning" non ci sarà. Nessuno mi ha chiesto l’autorizzazione per inserirla. Peccato. Gliel’avrei concessa volentieri gratis. La mia versione.

Fast Food Nation

Fast Food Nation

Fast Food Nation

di Richard Linklater (Usa, 2006)
con
Patricia Arquette, Luis Guzman,
Ethan Hawke, Ashley Johnson, Greg Kinnear,
Avril Lavigne, Kris Kristofferson, Catalina Sandino Moreno, Mitch Baker,
Ana Claudia Talancon, Esai Morales, Gina Garza, Wilmer Valderrama

Da Richard Linklater non te l’aspetti un film così. Lui è quello delle pellicole girate con la rediviva tecnica del Rotoscope (vedi "Waking Life" e "A Scanner Darkly"). Ti mette su questa cosa ispirata all’omonimo bestseller di Eric Schlosser che per lunghi tratti ti sembra quasi un documentario. Quelle proteste alla Michael Moore o manifesti politici come The Corporation o Supersize Me. Invece no. Ti accorgi dopo un po’ che sicuramente il messaggio di fondo è dello stesso tipo ma che questo è un film con tutti i crismi. Parecchio lontano da un documentario o da un docudrama o da un mockumentary (il cosiddetto falso documentario).
"Fast Food Nation" vuole ovviamente essere una critica alle abitudini alimentari degli americani, al loro stile di alimentazione. Sferra dunque un attacco diretto, affatto velato, alle catene di fast food, partendo dal cibo che qui viene sospettato di contenere un alto potenziate batterico dovuto alla contaminazione da escrementi animali. In altre parole: merda nell’hamburger. L’inventore del panino "Big One", ossia un marketing manager della catena di fast food Michey’s, fa un viaggio nella fabbrica di trasformazione della carne per accertarsi della reale presenza di questo problema, scoperto da alcuni laureandi in biologia.
Di pari passo il regista mostra il basso valore delle vite di alcuni messicani che, una volta varcata la frontiera si trovano – chi direttamente, chi di riflesso – ad avere a che fare con la stessa fabbrica, un gigante industriale della macellazione bovina. Siamo spettatori del trattamento disumano a cui sono sottoposti da parte degli intermediari, dell’emozione del primo contatto con somme di denaro mai percepite prima, della fatica, delle pessime condizioni sui luoghi di lavoro, dello sfruttamento, di giochi di potere ed abusi sessuali, della voglia di emergere e di redimersi da condizioni subalterne, dell’uso di droghe sintetiche che fungono da vettore per la fuga dalla realtà, dei sacrifici per la sopravvivenza e di tutta una serie di miserie simili.
Sentiremo da vicino anche il racconto di un allevatore della vecchia generazione su come sono cambiati i tempi ed i modi dell’allevamento e della trasformazione della carne nella Grande America degli anni 2000. Toccheremo con mano il cinismo di un uomo d’affari navigato che fa da intermediario tra macello e catena di ristorazione, uno che ha vissuto a stretto contatto con la corruzione, l’inganno e il ricatto per così tanto tempo da trovarcisi ormai bene dentro.
Un terzo filo narrativo riguarda la vita di una giovane studentessa che lavora come cassiera in uno dei ristoranti Michey’s che si trova a pochi Km di distanza dal centro per la macellazione. Un animo dolce e gentile, una persona forte e brillante, capace di ascoltare gli stimoli giusti che gli arrivano dallo studio e dalla famiglia (un giovane zio) per trovare la forza di uscire dalla castrante realtà della provincia americana.
La più brava tra gli attori è sicuramente Ashley Johnson: carina e piena di brio. Non sbaglia un sorriso. La apprezzavo sin dai tempi in cui interpretava la piccola Chrissy Seaver nel telefilm "Genitori in Blue Jeans".
Buona la prova di Ethan Hawke nei panni del saggio zio Pete – anche se forse è ancora troppo giovane per un ruolo del genere. 
Greg Kinnear continua a stupirmi. Con Little Miss Sunshine ho inziato ad apprezzarlo. E pensare che un tempo lo ritenevo una mezza calzetta! Rivelazione (personale). Quello del manager che scopre la dura realtà un po’ per volta, pur già sapendo in cuor suo che le cose sono esattamente come si sospetta, è un ruolo che gli calza a pennello. L’età mi sembra quella giusta, così come l’aspetto fisico e le espressioni che fa. Kinnear è davvero un talento nel rappresentare i drammi interni di uno dei pochi manager a cui è rimasto un briciolo di coscienza. Dipinge perfettamente l’uomo combattuto che poi però, in fin dei conti, pur di non perdere il posto di lavoro, è costretto ad ingoiare un rospo enorme e a nascondere la verità. 
Che Luis Guzman sia sudamericano lo vedi da 10 Km di distanza. Non credo che sia stato faticoso per lui prendere sulle spalle la parte del messicano che fa da corriere di anime umane a ridosso del confine.
Bruce Willis come cinico è credibile. Ora che ci penso, in tutti i ruoli che ha rivestito c’era sempre quel pizzico di sbruffonaggine. Qui l’ha tirata fuori tutta insieme. A pacchi. Bel cammeo – nemmeno poi così corto.
Ana Claudia Talancón e dolce ed incredibilmente sexy allo stesso tempo. Non so come. Sono ancora qui che me lo chiedo… e non riesco a spiegarmelo.
Catalina Sandino moreno, invece, continua ad avere quell’aria da timorata di Dio anche con due chili di trucco sulla faccia e vestiti da battona. Come mai? Comunque sia, questa volta la cosa gioca a suo favore perché qui è proprio questo che il ruolo richiedeva: una santarellina che si sacrifica per amore del proprio uomo e della propria famiglia. Una faccia giusta al posto giusto, insomma.
Patricia Arquette recita in poche scene. Giusto un paio. Troppo poche per esprimere un qualche valido giudizio. Mi limito a dire perciò che la mamma vamp svampita non le riesce poi così male. Dovrebbe riservarsi più spesso ruoli come questo, visto anche l’età che si ritrova (39 anni). Ci pensi.
Ma quanto è macho Bobby Cannavale?!? Uno così schiocca le dita e le donne gli cadono ai piedi in adorazione. Dentro e fuori dal set. Sicuro!
Avril Lavigne. Ecco. Avril Lavigne. Che sa fare? Sa cantare? Torni al cantare magari. Qualche altro milione di teenagers potrebbe crederle ancora. 
Paul Dano fa ancora una volta il teenager sfigato. Esattamente come in Little Miss Sunshine. Poverino. Spero per lui che non rimanga schiavo del personaggio.
Kris Kristofferson sembra davvero nato e cresicuto tra mandrie e cowboy. Più che credibile.
State attenti: alcune scene di macellazione presenti in questa pellicola possono portarvi a convertivi irrimediabilmente al vegetarismo. Durano pochi istanti. Un paio di minuti al massimo, ma vi giuro che sono molto intense. Di un realismo crudo che mi ha portato a coprirmi gli occhi per un instante.
Nota 1. La locandina che vedete qui sopra, a mio parere, non ha assolutamente nulla a che fare con il film. Più che sbagliata. Da quasi l’idea che si tratti di una commedia.
Nota 2. Questo film è stato in concorso al 59° Festival del Cinema di Cannes.
Nota 3. "Fast Food Nation" uscirà in Italia il 20 Luglio 2007. La versione che ho visto oggi era sottotitolata. Spero, ovviamente, che prima della release nelle sale si decidino a farla tradurre in Italiano, editando corettamente anche quei primi 5 minuti di film completamente fuori sync.

La scheda di IMDb.com, quella di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Giovani Aquile

Flyboys

Giovani aquile
(Flyboys)

di Tony Bill (Usa, 2006)
con
James Franco, Jean Reno, Martin Henderson,
Jennifer Decker, Tyler Labine, David Ellison, Abdul Salis

Immaginate un "Pearl Harbour" ambientato nel 1917, ossia durante la Prima Guerra Mondiale - anziché durante la seconda. Vicende di piloti dell’aeronautica militare incrociati con una storia d’amore. Mettete nel calderone anche sentimenti quali l’amicizia, il dolore per il lutto, la vendetta, la voglia di affermarsi nella vita, di farsi valere, il diventare ‘uomini veri’, il senso del dovere, il razzismo, l’ebrezza e la passione per il volo, la voglia di dominare il cielo. Mescolate il tutto ed avrete "Flyboys".
La storia è quella di un manipolo di giovani che partono dagli Stati Uniti alla volta della Francia per arruolarsi nella Squadriglia Lafayette, uno dei primi battaglioni dell’aeronautica militare francese. Tutti fuggono da qualcosa: chi per cercar fortuna poiché pieno di debiti (è il caso del protagonista – Rawlings), chi perché ricercato a causa di una rapina a mano armata, chi perchè costretto dal padre a dimostrare di essere in grado di combinare qualcosa nella vita.
La storia d’amore arriva quasi a sfiorare il patetico. Lei è una francese molto giovane che vive sola in campagna con tre bambini, figli di suo fratello e sua cognata morti. Lui incontra lei per caso in un bordello. Si trova lì dopo un brutto atterraggio d’emergenza con il velivolo. Si fa curare da lei. Si piacciono subito. Ne nascerà un equivoco che però verrà presto risolto. Lei non è una prostituta ma solitamente rifornisce il bordello di derrate alimentari (frutta, formaggi, ecc.)
I combattimenti tra gli aerei a me sono piaciuti. Sembravano abbastanza realistici, non fosse per quell’effetto scia dei proiettili sparati, che era secondo me troppo scuro ed evidenziato.
L’ho già detto
quando ho parlato di Spider-Man 3
: James Franco è un attore molto bravo. Una grande scoperta per Hollywood. Giovane ma già capace di esprimere performance a livelli altissimi. Il suo è un futuro più che promettente. Lo ripeto: secondo me il suo ceffo è più che valido per una versione di James Bond sulla trentina.
Jennifer Decker è una bellezza discreta, non urlata. Il trucco l’ha aiutata molto nel apparire una contadinella dal grande cuore, apparentemente fragile ma dal carattere roccioso. Il casting ha fatto un’ottima scelta nel prendere una francese per interpretare il ruolo di una francese. Sembra ovvio ma, ahimè, nel cinema prodotto in America ci sono stati tanti casi in cui questo, putroppo, non è avvenuto, causando poca credibilità al personaggio.
Buona prova degli attori comprimari. Tutti. Particolare segnalazione per l’attore di colore, Abdul Salis. Recita dignitosamente per cui è un peccato vederlo nei panni del personaggio che ripropone i problemi razziali nei primi decenni del secolo. Voglio dire: perché inserire di straforo questo tema in un film del genere? Perché buttarlo lì così? Era proprio necessario?
Segnalazione anche per Martin Henderson, l’attore che interpreta il caposquadra. Di qualche anno più adulto rispetto all’età media dei suoi allievi, appare come un uomo dal fascino magnetico, pieno di mistero e di tristezza nel cuore. Uno che ha visto morire un sacco di soldati, amici e parenti, uno che preso a cuore il suo ruolo, pur essendo conscio della vacuità della guerra. Io, al posto del regista, avrei insistito maggiormente sul profilo psicologico di questo personaggio.
Jean Reno non sfigura. Da bravo attore qual è fa il suo dovere. Senza esagerare. Per di più, il ruolo assegnatogli gli rende le cose più semplici. Il suo Capitano Thenault è un uomo bonario, che capisce i suoi uomini, che spinge loro a migliorarsi e che dosa benissimo il suo potere. Infatti lo vediamo severo solo in quelle rare occasioni in cui è costretto ad agire per il bene della collettività.
Portate la vostra partner a vedere questo film. Magari in un’arena estiva all’aperto. Vedrete che a lei piacerà.  

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Si ringrazia la regione Puglia per averci fornito i milanesi

Si ringrazia la regione Puglia per averci fornito i milanesiSi ringrazia la regione Puglia per averci fornito i milanesi

Si ringrazia la regione Puglia
per averci fornito i milanesi


di Mariano Laurenti (Italia, 1982)
con
Giorgio Porcaro, Massimo Boldi,
Teo Teocoli, Eleonora Vallone, Manuela Gatti,
Mirella Banti, Franco Caracciolo, Giorgio Faletti,
Elio Crovetto, Gimmi il fenomeno, Guido Nicheli

Un film che ogni pugliese dovrebbe vedere almeno una volta nella vita.
Potrebbe essere questa una delle pietre miliari che ha dato origine alla figura del ‘terrunciello’, poi ripresa anche da Diego Abbatantuono e portata al successo.
La storia è estremamente semplice e stereotipata: Benedetto, un giovane pugliese sotto i 30 anni che vive a Milano, fa di tutto per inserirsi negli ambienti ricchi della città. Di notte ascolta persino in cuffia un corso di milanese su audiocassetta. Vive con sua sorella minore Carmela (Manuela Gatti) di cui è molto geloso. Quest’ultima fa di tutto pur di violare la vita castigata a cui vorrebbe costringerla suo fratello. Ha velleità artistiche, vorrebbe fare la showgirl ma, quando suo fratello scopre una sua apparizione in tv, finisce per essere punita e rinchiusa tra le mure domestiche. E’ a questo punto che si porta il fidanzato siciliano a casa, spacciandolo per una compagna di scuola con cui studia inglese. Per pagare gli studi di sua sorella, Benedetto sbarca il lunario come cameriere in una tavola calda. Qui ci lavora anche un lavapiatti milanese (Teo Teocoli) che si finge marocchino.
Per entrare nella Milano bene Benedetto si finge Mogol (il noto paroliere di Battisti). Così facendo conosce Max, il proprietario di una piccola tv locale. Un giovane, tanto rampante quanto imbecille, che cerca continuamente di irretire delle giovani donne, promettendo loro di sfondare nel mondo dello spettacolo. Tra le sue grinfie pasticcione ovviamente finirà anche Carmela.
Si ride per singole gag ed espressioni assurde. E’ un riso di pancia. Teocoli fa sbellicare dalle risate quando imita l’arabo in maniera onomatopeica. Boldi propone all’infinito il tormentone "Lo so, lo so… non lo sapessi ma lo so!"
La sceneggiatura è di Giorgio Faletti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

VlogCamp: occasione mancata

Vlog Camp (12)

A mio modesto parere il VlogCamp che si è tenuto oggi a Roma è stato un’occasione mancata. Io ci sono stato. Sono arrivato verso le 10.30 e sono andato via non prima delle 14.30. Dunque ho visto, ho ascoltato e, riassumendo, posso dire che, sinceramente si poteva fare di più. E forse anche meglio. Perché il videocasting e la tv sul web davvero meritano approfondimenti sostanziali.
Quello che mi ha deluso è stato semplicemente il dialogo. Avrebbe dovuto esserci e non c’è stato. Mi spiego. I barcamp sono nati come unconferences (non conferenze). La partecipazione dal basso, del pubblico è fondamentale. Anzi il pubblico quasi non dovrebbe esistere. Tutti dovrebbero essere allo stesso tempo relatori e spettatori
. Chi ascoltava doveva intervenire di più e con più entusiasmo. Ma non ho visto grande interesse. Forse perché i temi trattati non erano poi così interessanti?
Non ho una lunga esperienza di barcamp ma posso dire che
il precedente evento romano aveva espresso le sue peculiari caratteristiche molto meglio di quanto sia riuscito a fare il VlogCamp. Non ritenetelo un attacco. Anzi mi spiace per gli organizzatori che forse avevano in testa tutt’altro risultato.
Un altro aspetto negativo è stato la strutturazione dell’evento. La sala per gli interventi era una sola. Inoltre si trattava di uno studio televisivo con tanto di riflettori e di telecamere semi-professionali montate su carrelli. Zero sedie per gli spettatori. Solo tre grossi cubi bassi su cui appollaiarsi a mo’ di ‘pubblico gggiovane’. Luci troppo forti. Distanza eccessiva tra chi parlava sotto l’occhio delle telecamere e chi ascoltava in religioso silenzio. Che poi, a dirla tutta, questo barcamp era stato pensato e organizzato proprio per essere un prodotto da tv. Le 7 ore dell’evento sono state trasmesse in diretta su ben 3 televisioni: via satellite su
Taxi Channel (che ospitava nei suoi locali il barcamp) e via web su TheBlogTv e su Operator11, piattaforma video che ha permesso ad alcuni spettatori da casa di intervenire anche durante la diretta. Insomma mi è parso di stare ad assistere a delle mini-trasmissioni tv piuttosto che a degli interventi da barcamp. A conferma della mia tesi si tenga anche conto che due signori intervallavano e presentavano gli interventi proprio come se fossero un duo di speaker da talk radio.
Per nessun intervento si è fatto uso di slide. Forse vado controcorrente nel dire che ogni tanto qualche immagine o qualche cartello per seguire le parole serve.  
I due interventi più interessanti, secondo me, sono stati quelli di
Tommaso Tessarolo, sulla sua esperienza di Net Tv su piattaforma Mogulus, e quello di Stefano Vitta, che presentava per l’ennesima volta il progetto Fon e tutto il mondo che gli ruota intorno. Lo dico come disclaimer: mi sono sembrati i migliori interventi perché ero direttamente interessato alle cose che dicevano, erano due volti noti, giovani e simpatici. Magari mi sono apparsi migliori solo per questo. Chissà. Può essere. Con Tessarolo potrebbe nascere anche un’interessante collaborazione di cui non vi anticipo nulla.
Il resto delle cose che ho ascoltato mi è sembrata decisamente aria fritta. Con tutto il rispetto per Leo Sorge (
PiùBlog.it) che mi dicono sia un rispettabilissimo giornalista della vecchia scuola. Il suo intervento mi ha fatto simpatia perché ha citato un lavoro che ho fatto per diversi anni (la moderazione per una chat ibrida SMS/Teletext), però, escludendo questo, le sue parole non mi sono sembrate esaltanti o cariche di novità.
Molto buffo e curioso l’ex clown Luca Abete de
Il Ficcanaso Tv (credo che sia campano), uno che adesso fa serivizi giornalistici di denucia sul web e che pare sia riuscito a far passare qualche sua inchiesta su Striscia la notizia.
Calerei invece un velo pietoso sul tizio di Radio Città del Capo, sul suo intervento e su quello successivo. Si è sentito parlare di possibile morte della radio, di Rete, libertà di espressione, broadcast vs. narrowcast, massimi sistemi. Ripeto: tutta aria fritta. Meno teoria e più pratica, ragazzi. Diteci quello che non sappiamo. Eravamo venuti per ascoltare e apprendere qualcosa in più.
Peccato non essere riuscito ad ascoltare
Robin Good. E’ sempre un personaggio. L’ho visto attivissimo con webcam e portatile. Correva avanti e indietro per non farsi scappare nulla. Ha registrato tutto o, meglio, ha mandato tutto in onda per la sua web tv. Ecco, lui è stato uno che, più che raccontarla, la web tv la stava facendo. Un bravo se lo merita. Spiace che si dabba sempre beccare ritiche per i suoi atteggiamenti.
Nella
polemica Vlog Camp vs. PubCamp non voglio entrarci. Maxime mi sta simpatico. Sarei voluto andare a Chieti ma non ce l’ho fatta. Mi sono accontentato del camp romano e (forse) stavolta ho sbagliato.
Mario Adinolfi non s’è visto. Almeno finché ci sono stato io. Stessa cosa dicasi per Derrick De Kerckhove e Fabio Masetti (uno degli organizzatori del primo barcamp romano). Peccato.
Amanda Lorenzani, invece, rimane sempre un belvedere. :-P
Un grazie enorme a Stefania e Roldano. Non ci fossero stati loro credo mi sarei annoiato molto.

Qui tutte le foto che ho scattato al VlogCamp.

The Opposite of Sex

The Opposite of Sex

The Opposite of Sex – L’esatto contrario del sesso
(The Opposite of Sex)

di Don Roos (Usa, 1998)

con Christina Ricci, Lisa Kudrow,
Martin Donovan, Lyle Lovett, Johnny Galecki,
Ivan Sergei, William Lee Scott, Colin Ferguson,
Dan Bucatinsky, Heather Fairfield, Megan Blake

Ho visto questo film perché ci recitava Christina Ricci, una di quelle attrici non prorpio meinstream che mi piace un sacco. Della storia non sapevo nulla. Pensavo ci fosse qualcosa di pruriginoso ma il sesso per "The Opposite of Sex" è solo un pretesto.
In realtà si tratta di una pellicola drammatica. E’ la storia di una sedicenne sbandata che fugge via di casa per via dei contrasti con sua madre, subito dopo che il patrigno muore. Comunque, a quanto pare, anche con questo non fosse in grandissimi rapporti. Anzi. Per un tot di tempo ti viene da sospettare che questi abussasse della sua figlioccia.
Dunque, fuggita di casa, la pazza Dedee (Christina Ricci) va a trovare il suo fratellastro Bill (Martin Donovan), un professore gay, un tipo che comunque lei non aveva mai visto prima ma di cui sapeva appena l’esistenza. In poco tempo riuscirà a stravolgere la vita di quest’ultimo iniziando a portargli via il partner Matt (Ivan Sergei), che da omosessuale quale si credeva si scoprirà all’improvviso etero e completamente innamorato della piccola vipera bionda.
Da questo punto le cose si complicano in maniera vorticosa. Spunterà persino una gravidanza del tutto inattesa e con paternità sospetta. Inoltre il giovane amante di Matt – una checca idiota – minaccerà Bill e lo denuncerà per molestie su minori solo perché ha perso le tracce del suo amato che, nel frattempo ha fatto una fuga d’amore con Dedee.
Nella storia rimarrano più o meno direttamente coinvolti anche la sorella dell’ex compagno di Bill, morto di Aids (Lisa Kudrow) e il bonario sceriffo del paese (Lyle Lovett) che tra l’altro è anche amico d’infanzia di Bill.
Non vi dico il finale perché lo ritengo una buona visione. Non è il solito drammone. Va visto sia per la cattiveria e la faccia tosta che riesce a tirar fuori Christina Ricci, sia per l’isterismo e la bigotteria sapientemente recitati da Lisa Kudrow (la Phoebe del telefilm "Friends").
Interessante l’uso dell’io narrante. La voce che racconta – quella di Dedee – si diverte a prendere in giro proprio l’espediente di far narrare ad uno dei personaggi coinvolti – come voce fuori campo – tutti gli avvenimenti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

Acqua dal sole

Acqua dal sole

Acqua dal sole
Bret Easton Ellis
2006, Einaudi – Collana Super ET
10,50 Euro – 224 pagine

Immaginate un mondo come quello descritto nel film "American Beauty" solo elevato alla decima potenza… no, vediamo… questa come definzione potrebbe non andare bene.
Tredici racconti ambientati nei primi anni ’80 e completamente slegati tra loro. Persino la voce narrante cambia continuamente. A volte i personaggi ricorrono… forse… ma potrebbe anche essere una semplice illusione.
Sono giovani o si sentono tali. Abitano nei quartieri più chic di Los Angeles. Gravitano intorno ad Hollywood e allo showbiz cinematografico/televisivo. Saltano da un party all’altro, fumano molto, fanno uso di qualsiasi tipo di droga gli capiti a tiro, vanno in giro con auto decappottabili di grossa cilindrata, bevono un sacco di alcolici, guardano Mtv, ascoltano musica pop e fanno sesso promiscuo.
L’egoismo regna sovrano. Lusso, lussuria e nichilismo.  Ad un passo dall’annientamento più che vivere sopravvivono. Nel lusso o in quello che potrebbe essere una sua rappresentazione. Amico, mamma, papà e fratello o sorella, sembrano non essere altro che termini desueti, avendo perso qualsiasi connotazione che potesse essere riferita al concetto di legame. Nei rapporti personali quei pochi momenti di lucidità sono brevissimi e tutti comunque votati al cinismo e all’opportunismo.

La scheda di Bol.it e quella di Ibs.it.

Tutti al VlogCamp

VlogCamp

Sabato prossimo, 23 Giugno, a Roma ci sarà il VlogCamp.
Un’occasione per discutere e confrontarsi sulla Tv nell’epoca del web 2.0. Non-conferenza aperta a tutti. Basta iscriversi.
Si terrà dalle 11.00 alle 18.00 in via Giacomo Bove, 36 presso la sede di Taxi Channel.
Io ci vado. Ci si vede là.

Speriamo che sia femmina

Speriamo che sia femmina

Speriamo che sia femmina

di Mario Monicelli (Italia, 1986)
con
Philippe Noiret, Athina Cenci, Bernard Blier,
Lucrezia Lante della Rovere, Giuliano Gemma, Giuliana De Sio,
Stefania Sandrelli, Catherine Deneuve, Liv Ullmann, Elio Drovandi,
Mario Cecchi, Nicola Di Pinto, Nuccia Fumo, Paolo Hendel, Ron,
Paul Muller, Adelberto Maria Merli, Francesca Calò, Simona Cera

Non so fino a che punto considerare questo film commedia e fino a che punto dramma. Cioè quasi tutta la prima parte ti diverte, ti mette un certo sorriso sulle labbra, soprattutto con quel fare cialtronesco del capofamiglia – splendidamente interpretato da Philippe Noiret – o con le stranezze dello stralunato zio Gugo (Bernard Blier). Poi una disgrazia: Leonardo muore. Contemporaneamente le due bimbe fuggono, fanno perdere le loro tracce per andare a vedere un concerto del loro idolo Ron. Tutti i fragili quilibri che sino a quel momento avevano inspiegabilmente retto cedono improvvisamente sotto il peso degli eventi. E siccome dopo la tempesta, si sa, viene la quiete, ecco che la matrona Elena (Liv Ullmann) decide di vendere tutto. Si decide a vendere il casale toscano in cui vivono al contabile che sino a quel momento è stato sempre vigile sugli affari di famiglia. Non senza motivo. Il nucleo originario sembra ormai disperso: un marito appena defunto (nonostante fosse da questo separata da anni), una figlia (Giuliana De Sio) va a vivere lontano con il suo uomo (un buffo professore di glottologia interpretato da Paolo Hendel), la governante di sempre (Athina Cenci) decide di raggiungere suo marito in Australia, dopo tanti anni d’attesa. E ancora: la sorella, una splendida attrice quarantenne (Catherine Deneuve), decide di iniziare a prendersi cura sua figlia, portandosela finalmente con sè a Roma. I troppi dispiaceri, tutti accumulatisi in un sol colpo, sembrano aver dato una svolta netta e decisiva alle sorti della famiglia. Almeno così pare. Fino ad un attimo prima della fine. Poi l’amore trionfa. Tutte le donne fanno forza l’uno sull’altra, tornano a sentirsi vicine, si offrono aiuto reciprocamente, ancora una volta si preparano a rimboccarsi per tirare innanzi – anche perché devono fa fronte a molti debiti. E’ il trionfo del gineceo, che viene celebrato con la frase che dà titolo al film e che viene prounciata come buon auspicio alla fine, quando si viene a sapere che la figliol prodiga, appena ritornata sotto la podestà di mammà, aspetta un figlio.
Perché poi, diciamolo, tutti gli uomini rappresentati in questa pellicola non è che ci facciano proprio una bella figura. Senza paura di essere smentito posso dire dunque che questo è un inno con cui Monicelli ha voluto fare omaggio al sesso femminile.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.

FBI: protezione testimoni

FBI Protezione testimoni

FBI: protezione testimoni
(The Whole Nine Yards)

di Jonathan Lynn (USA, 2000)
con
Matthew Perry, Bruce Willis,
Amanda Peet, Natasha Henstridge, Rosanna Arquette,
Harland Williams, Michael Clarke Duncan, Kevin Pollak

Avevo già visto questa pellicola una volta in tv (credo che fosse il 2003). Ieri l’ho vista ancora. Ancora una volta perché fa sempre piacere vedere recitare fianco a finaco due sagome come Matthew Perry e Bruce Willis. Ci sono pellicole che stanno in piedi solo grazie e quei mezzi sorrisi strafottenti di Willis. E questa è forse una di quelle. La commedia è molto leggera. Forse troppo ma diverte. E questo credo che sia la cosa importante. Niente di profondo, intendiamoci… non è comicità d’avanguardia. Ci sono, ad esempio, alcune situazioni davvero stereotipate. Ma quel che c’è di originale va trovato nel ruolo di sfigato simpaticissimo che riveste Matthew Perry. Indossa i panni di un superstressato ma cinico e con la battuta facile. Qualcosa di molto simile a Chandler che interpretava nella serie Friends. Anche il vecchio Bruce ci sa fare. Il killer gli riesce così bene che anni dopo l’ha rifatto perfettamente in "Slevin – Patto Criminale".
Michael Clarke Duncan ispira tanta simpatia. Il gigante burbero ma allo stesso tempo buono. Già visto ma qui non guasta.
Presenti nella pellicola anche due donne degne di nota: Natasha Henstridge e Amanda Peet. Niente bellone. Solo due belle facce: carine e pulite. La prima fa la superbiona maliarda. Algida prima e dal cuore tenero poi. La seconda fa la giovane svampita che vuole diventare killer professionista. Rosanna Arquette, invece, è brava ma non la ritengo affatto affascinante. Suo il ruolo di una moglie perfida che corrompe tutti sfruttando una pseudo-sensualità da battona.
Nota: chissà perché l’hanno chiamato FBI protezione testimoni. L’agenzia federale non c’entra quasi nulla con tutta la storia. Mah… continua il mistero dei titoli italiani assurdi.
Film che strappa diversi sorrisi. Non per nulla il regista è lo stesso di due piccoli capolavori come "Signori, il delitto è servito" e "Mio Cugino Vincenzo". Consigliato per una serata tranquilla in compagnia. Niente di impegnativo.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.it.