Il grande capo

Il grande capo
(Direktøren for det hele)


di Lars Von Trier (Danimarca, Svezia 2006)
con
Jens Albinus, Pter Gantzler,
Fridrik Thor Fridriksson, Benedikt Erlingsson,
Iben Hjejile, Henrik Prip, Mia Lyhne, Sofie Grabol,
Casper Christensen, Louise Mieritz, Jean-Marc Barr, Handers Hove

Prima di leggere il resto di questo post si tenga conto di alcune cose.
1. Questo è il primo film che vedo di Lars Von Trier.
2. Non ho mai visto un film danese, né svedese, in quanto i miei gusti sono estremamente pop e coincidono con gran parte del mercato cinematografico mainstream italiano e statunitense.  
3. Sono sempre alquanto scettico verso quel cinema che viene definito ‘indipendente’, anche se spesso questo termine viene usato a sproposito.
4. Sin da quando ne ho visto la locandina questo film mi incuriosiva e mi rendeva diffidente allo stesso tempo. Alla fine mercoledì scorso ho accettato di andare al cinema un po’ per incontrare una simpatica coppia di amici che non vedevo da quache tempo e un po’ perché mi andava di passare una serata fuori casa.

Quella che ho visto è una bella commedia, che può fregiarsi del titolo di commedia. Scusate la ridondanza del termine ‘commedia’. Si sorride molto e in due o tre occasioni si ride anche di gusto. Io poi l’ho fatto in maniera molto sonora.
Trama: un’azienda sembra non ha il direttore generale. Il reale proprietario infatti, dopo aver finto per anni che questa figura vivesse negli States, decide di prendere uno sfigatissimo attore disoccupato e affidargli la recitazione della parte del ‘grande capo’. Nessuno deve sapere dell’accordo. La recità avviene sia davanti ad un iracondo Islandese che vuole acquisire la società, sia al cospetto dei 6 vecchi (un gruppo di dipendenti che hanno contribuito in maniera sostanziosa alla fondazione della società stessa).
Temi portanti: il mobbing, la recitazione, l’amicizia, la solitudine, gli affari, l’azienda e l’aziendalismo, i microsistemi sociali, le relazioni nei luoghi di lavoro, i contratti, le bugie, la personalità, la realizzazione personale, i drammi professionali, ecc.
Senza voler necessariamente fare accostamenti bizzarri, pensate a "Mi piace lavorare – Mobbing" e a quanto la faccia di Nicoletta Braschi renda tutto angosciosamente triste, grigio e spento. Von Trier, invece, tocca argomenti delicatissimi con una semplicità impressionante. Attenzione, non banalizziamo: ho detto semplicità, non leggerezza o frivolezza. Una lettura profonda della vicenda e del corto circuito lavoro/vita personale si può fare, anzi va fatta. È doveroso leggere tra le righe e chiedersi quale sia il messaggio che il regista ci ha voluto mandare attraverso questi 100 minuti. Io l’ho fatto ma non lo dico. So che siete animali senzienti, perciò potete farcela da soli. Anche senza aiuto.
Leit motiv della pellicola: Antonio Gambini, un fantomatico commediografo di cui il protagonista è grande seguace.
La coppia di attori Albinius/Gantzler funziona alla perfezione. Sembra rodata da anni. Mi chiedo: chissà se queste due buffe figure hanno già lavorato insieme in passato?!
Ciò che mi ha infastidito un po’ è stata la voce fuoricampo del regista – ovviamente tradotta e doppiata in italiano. Mi è sembrata, in un certo senso, fuori luogo. Ha rallentato il ritmo soprattutto quando – a metà film circa – le vicende iniziavano a disporsi in maniera interessante.
Nota a margine: in Italia il film è stato vietato ai minori di 14 anni. Per una scena di sesso, credo. Il suo distributore – nella persona di Andrea Occhipinti – ha rilasciato dichiarazioni di sdegno. Sarà tutta una infima operazione di marketing? Il rapporto sessuale mostrato era uno ed una solo. Fellatio + doggy style. Durante tutto il film non è apparsa alcuna nudità. Nemmeno durante la copulazione.
Film consigliato. Umorismo semplice e alla portata di tutti.

La scheda di Cinematografo.it e quella di MyMovies.