Danny The Dog

Danny the dog
(Unleashed)

di Louis Leterrier (Francia, Gran Bretagna, Hong Kong, Usa, 2005)
con
Jet Li, Morgan Freeman,
Bob Hoskins, Kerry Condon, Vincent Regan,
Tamer Hassan, Phyllida Law, Dylan Brown,
Carol Ann Wilson, Christian Gazio, Silvio Simac

Sabato pomeriggio. Prima che sopraggiugna la noia ci si chiede: «Che si fa?» Il buon vecchio Espagniuo in trasferta e il fido Yanakama propongono la visione di un film. Si, ma quale? Suggeriscono "Danny the dog", che io confondevo – chissà perché – con "Brother" di Takeshi Kitano. Pur non convintissimo, ho seguito il loro consiglio. Poi ho capito il perché del fraintendimento: si trattava sempre di pellicola intrisa di arti marziali atti allo sbavo del nerd. Maledetti.
Qui il protagonista è Danny, un orfano sulla ventina (ma si vede benissimo che Jet Li ha più di trent’anni) che viene tenuto prigioniero da uno pseudo zio – in realtà è uno strozzino che bazzica nella malavita – il quale lo usa come vero e proprio cane da guardia da aizzare contro nemici e debitori. Nei primi venti minuti di film su questa pratica si imbastiscono due o tre scene di arti marziali degne del peggior film cinese di serie Z.
Kerry Condon non è a mio avviso, abbastanza carina per interpretare il ruolo della giovane dolce e simpatica che fa innamorare l’uomo-cane furioso ma dal cuore tenero. Vuoi per la ferraglia che le fanno portare in bocca per mezzo film, vuoi per quella specie di espressione da pesce lesso che sofdera nei momenti di romanticismo.
Quando suo il padrone, più banda al seguito, sono vittime di un agguato con relativo incidente stradale, ‘Danny il cane’ riesce a fuggire. Nonostante sia ferito, riesce ugualmente a raggiungere uno scantinato in cui si trova un cieco accordatore di piani. Un personaggio, questo, conosciuto di recente ma verso cui Danny prova uno strano senso di fiducia. L’accordatore lo porterà dunque a casa per prendersene cura. Qui Danny si stabilirà come se fosse stato adottato dal tizio ipovendente e dalla sua dolce (?) figlia appena diciottenne di cui – già si sa – si inammorerà. Ad un tratto lo zio, che stranamente non era perito – si ripresenta per riprendersi il ‘proprio cucciolo selvaggio’. E qui il film riprende la piega/piaga delle mazzate ultra-esagerate in salsa orientale.
Morgan Freeman è sprecato e comunque fuori ruolo. Cioè, uno fa un mestiere da poveraccio come l’accordatore di vecchi pianoforti dismessi, in più non puoi sceglierlo negro e fargli fare la parte del cieco. Troppa sfiga tutta insieme. Anche il più sincero dei buoni sentimenti, su un personaggio così puzza troppo di fasullo.
Giudizio: se non l’avete visto non vi siete persi nulla. Di originale c’è solo una assurda scena in cui il protagonista ed un maestro di arti marziali occidentali se le danno di santa ragione, restando costretti in un corridoio strettissimo. 
Tutto il resto sono una serie di assurdità che neanche suscitano ilarità, come ad esempio muri di cartone che si sbriciolano come wafer, uomini che si accasciano al solo contatto con i polpastrelli del protagonista, salti oltre i limiti del possibile umano, personaggi che non tirano le cuoia nonostante l’auto in cui viaggiano venga crivellata da una lunga serie di mitragliate, e via così verso tutta quella serie di scemenze orientaleggianti che rimbambiscono il giovane spettatore occidentale decerebrato.
Nota a margine: la sceneggiatura e la produzione sono a cura di Luc Besson.

La scheda di Cinematografo.it, quella di FilmUp Leonardo, quella di Film.tv.it e quella di MyMovies.it.