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Digital Disc Jockey Licence e il DJ leva l’ancora
Arriva la licenza di copiare CD su computer o lettore digitale senza doverseli più portare dietro. Ma L’Italia è lontana
(Francesco Lucca –
Kataweb Musica – 17/01/06)

Dal 1 gennaio 2006 nel Regno Unito è entrata in vigore a tutti gli effetti la Digital DJ Licence, una licenza presentata in settembre e che per la prima volta nella storia autorizza i DJ a copiare i propri dischi su un computer o un lettore digitale per evitare di portare con sé quintali di vinile e CD durante le esibizioni nei locali. Il provvedimento, al di là delle controversie intrinseche, colma una lacuna in materia dal momento che – fino al 31 dicembre 2005 – copiare file musicali su un computer era considerata tecnicamente una pratica fuorilegge.
La novità proviene dalla Phonographic Performance Limited, società che rappresenta tremila case discografiche britanniche e 30.000 artisti e che in loro nome raccoglie e distribuisce proventi derivanti dalle esecuzioni in pubblico delle opere protette. Da notare che alla attività della PPL si affianca in Gran Bretagna quella della PRS (la nostra SIAE) e della sua "alleata" MCPS.
A fronte del pagamento di 235 sterline (l’equivalente di 455 euro) la PPL offre per dodici mesi la possibilità di poter copiare su PC e diffondere durante le serate in discoteca il materiale audio derivante da acquisti in Rete e dai tradizionali dischi di vinile e CD restando nella legalità. Le tracce che si possono trasferire sul proprio hard disc sono 20.000, non una di più, con l’ulteriore concessione di poter tenere un back-up del DJ Database – così è stato battezzato – su un altro hard disc.
Le reazioni a caldo degli addetti ai lavori d’oltremanica sono di perplessità per l’ulteriore carico economico dovuto. La Digital DJ Licence va corrisposta in prima persona dai DJ – tutti i DJ compresi i semi-professionisti e quelli che suonano a una festa all’anno – e si va ad aggiungere ai non pochi permessi cui sono sottoposti i gestori dei locali per diffondere in pubblico opere registrate.
Queste nel Regno Unito sono già tre, la Public Entertainment Licence, la Performing Rights Licence e la Phonographic Performance Licence nella sua versione tradizionale. Molti esponenti di rilievo del mondo dei DJ lamentano inoltre la scarsa informazione diffusa dalla PPL in merito alla novità. 
Da parte sua la PPL ribatte proponendo la sua visione della licenza: una soluzione che viene incontro alle tendenze dei DJ che, sempre di più, preferiscono la comodità di lettori digitali e laptop alla pesantezza di borse ricolme di pesante vinile. L’organizzazione sottolinea inoltre che non è obbligatorio suonare con uno di questi aggeggi digitali e dunque per sottrarsi alla "quarta" licenza basta utilizzare fisicamente dischi e CD nei tradizionali giradischi e CD player. In prima persona il direttore dell’organizzazione ha infine assicurato clemenza nei prossimi mesi, in attesa che tutti i DJ sudditi della regina Elisabetta vengano a conoscenza del bando.
Querelle a parte, la Digital DJ Licence offre lo spunto per un confronto con la nostra realtà. in Italia la SIAE, che a differenza di quanto accade nel Regno Unito è l’unica organizzazione autorizzata dalla legge a raccogliere compensi in materia di diritto d’autore, prevede regole indirizzate a privati, gestori dei locali, fabbricanti, importatori, distributori e duplicatori di supporti fonografici. I DJ non rientrano in nessuna di queste categorie, non sono assimilabili a persone fisiche perché la copia effettuata sul proprio computer non è da considerarsi per uso personale (dal momento che quel PC è utilizzato in discoteca), né sono assimilabili ai gestori dei locali o quant’altro. L’unico punto che li riguarda e li riconosce come Disc Jockey è l’obbligo di compilare il cosiddetto Programma Musicale – nello specifico il modello 107 SM – in qualità di "Direttore delle esecuzioni musicali" in occasione delle serate.
Al di là della discutibilità dell’aspetto economico, la Digital DJ Licence britannica può fare da apripista a una regolamentazione della materia anche in Italia, una disciplina necessaria, che faccia luce sull’argomento e che anche da noi si metta al passo con le nuove tecnologie.