Grokster: la corte suprema degli USA vieta il file-sharing
Ribaltate le prime due decisioni: da oggi le software house possono essere ritenute responsabili delle azioni illegali dei loro utenti
(Nicola Bruno – www.itnews.it – 28/06/05)
La decisione tanto attesa è arrivata: la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ha dato ragione alle case di produzione cinematografica e alle etichette discografiche. Con un voto unanime, espresso ieri, i nove magistrati chiamati al giudizio hanno stabilito che le compagnie che creano un business con ‘il chiaro intento’ di incoraggiare la violazione delle norme sul diritto di copia, possono essere ritenute responsabili per le azioni illegali dei loro utenti.
La decisione sorprende: gli Stati Uniti, da molti ritenuti stato espressione delle libertà civili, si esprimono per una volta contro il mezzo, che permette il crimine, e non contro il fine, ossia il crimine stesso. Una vittoria schiacciante questa per gli studios Hollywoodiani e le Major americane del disco, che tanto hanno ‘abbaiato’ per questa sentenza e che adesso ovviamente gioiscono, definendo questa sentenza «tutt’altro che ambigua». Vittoria schiacciante ed importante, visto che senza dubbio rimodellerà l’intero scenario del file-sharing su Internet.
La sentenza non avrà comunque un effetto immediato ma sarà vincolante per le sezioni ‘inferiori’ delle corti sparse nei vari stati, dove si stanno tenendo processi contro importanti aziende proprietarie di software per il ‘peer to peer’, come Grokster o StreamCast. Non è scontato che queste perdano nei vari dibattimenti ma, alla luce di quanto dichiarato dalla Corte Suprema, le loro possibilità di vittoria nei confronti degli accusatori si riducono al lumicino. Chi potrebbe avvantaggiarsi da questa decisione sono invece le società dirette concorrenti che vendono legalmente brani sulla Rete, vedi i-Tunes, RealNetwork, Napster e Microsoft su tutti.
Ieri stesso Edgar Bronfman, amministratore delegato del Warner Music Group, in un comunicato stampa ha dichiarato: «Il messaggio più importante che viene fuori dalla decisione storica di oggi è che il progresso e l’innovazione non devono farsi strada a discapito degli artisti, degli autori e di tutta quella gente che vive con i proventi derivanti dall’industria dell’intrattenimento. Questa importante decisione permetterà agli artisti ed alla comunità creativa di prosperare di pari passo con l’industria delle tecnologie».
Alcune società sotto accusa, dal canto loro, hanno messo in guardia l’intero settore, facendo notare come una sentenza del genere abbia spianato la strada a richieste di rimborso contro una gran varietà di compagnie, aggiungendo che sono in attesa di ricevere indicazioni più precise a riguardo per potersi mettere finalmente in regola con la legge.
Michael Weiss, numero uno della StreamCast, la società proprietaria del software Morpheus, ha si è dimostrato tuttavia ottimista: «Siamo fiduciosi di riuscire a provare che Morpheus non promuove né incoraggia la violazione del copyright». Il problema ormai è tutto qui: chi incoraggia lo scambio di file protetti dal copyright sarà ritenuto colpevole, innocente chi è estraneo a tale pratica. Ma chi si trova a metà strada, invece? Diciamocelo: teoricamente le software house che creano file per il ‘peer to peer’ non dovrebbero responsabili di quello che transita attraverso i loro canali, non hanno e non possono avere il controllo sui miliardi di dati che ogni giorno gli utenti si scambiano, eppure è evidentissimo che sullo scambio di materiale illegale ci campano. Dunque che fare? Chi vivrà vedrà.
Inoltre ora ci si chiede: come si comporteranno gli altri stati? È molto probabile che seguiranno le orme degli Stati Uniti ma non assolutamente certo. Cosa fare, poi, nei confronti di quei sistemi basati su codice ‘open source’, scritti da singoli programmatori ‘smanettoni’ e dati in pasto alla Rete, senza alcun controllo? In altre parole: come comportarsi con quei sistemi senza vertice che non possono essere identificati con un’azienda?