Microsoft piazza una scatola nera dentro Windows
Longhorn, la prossima versione del sistema operativo, potenzierà il software di segnalazione errori
(Nicola Bruno – www.itnews.it – 29/04/05)

Chi usa il sistema operativo ‘Windows Xp’ sa già che ogni volta un’applicazione si blocca questa stessa si chiude e cerca di mandare alla società madre le informazioni sul problema che ha causato il malfunzionamento.
Con la prossima versione di Windows, l’ormai noto ‘Longhorn’, le cose cambieranno ma non di molto. La corporation di stanza a Redmond ha deciso infatti di inserire una vera e propria scatola nera nel sistema operativo. In altre parole il software per la diagnostica e la comunicazione degli errori, denominato “Dr. Watson”, sarà potenziato. Le motivazioni ufficiali parlano di ‘prevenire i blocchi dei computer e cercare di capire meglio le motivazioni di tali problemi’ ma da più parti si alzano già voci che lamentano difetti di privacy in questa operazione.
Il principale problema riguarderebbe il fatto che tra le informazioni veicolate verso Microsoft ci sarebbero non solo il nome del programma in esecuzione al momento del blocco ma anche i contenuti del documento in elaborazione. Per la clientela ‘business’, prevista anche la possibilità di far ricevere ai sistemisti di rete un avviso nel momento in cui il singolo pc dell’impiegato si blocca e spedisce l’avviso alla casa madre.
Lo stesso Bill Gates, durante un incontro alla ‘Windows Hardware Engineering Conference’, ha dichiarato che la nuova funzionalità presente in ‘Longhorn’ deve essere concepita come una vera e propria scatola nera, simile a quelle presenti sugli aerei, qualcosa capace di far lavorare insieme azienda ed utente al fine di diagnosticare il problema. Come dire «Aiutateci ad aiutarvi».
Tutti i timorosi di una deriva tipo Grande fratello di orwelliana memoria possono dormire sonni tranquilli. La scelta di inviare o meno i dati sul crash dell’applicazione dipenderà ancora dall’utente. La sostanziale differenza con l’attuale sistema di segnalazione errori consiste nella possibilità di vedere il contenuto dei dati che stanno per essere inviati. In caso di blocco dell’applicazione, insomma, si potrà scegliere se inviare il messaggio di errore e quali parti inviare.
Greg Sullivan, numero uno del product management di Microsoft, assicura che sarà l’utente ad avere il pieno controllo su questo tipo di operazioni. In caso di crash sullo schermo apparirà una cosiddetta ‘finestra di dialogo’ che permetterà di scandagliare nel dettaglio «carattere per carattere» quello che il pc spedirà ai server di Redmond.
Domanda impertinente: tutta questa libertà di scelta ha ancora senso nel caso in cui l’utente ha la possibilità di vedere cosa sta per spedire all’azienda ma non ne comprende il significato? Si faccia attenzione: spesso i messaggi di errore altro non sono che dati tecnici: codici indicanti chiavi di registro, linee di codice e cose di questo genere.
Questo sul fronte ‘consumer’. Per la clientela ‘business’, invece, le cose funzioneranno in maniera leggermente diversa. Saranno infatti i gestori di rete a decidere quale politica di segnalazione errori adottare. La scatola nera, ad esempio, potrebbe addirittura dar loro la possibilità di sapere non solo se un impiegato stava usando ‘Internet Explorer’ al momento del blocco, ma anche se questi stava vedendo un video-streaming su qualche sito non proprio attinente alle proprie mansioni. Stesso discorso per l’instant messenger: il messaggio di errore sarebbe in grado di rivelare se l’utente stava scambiando informazioni riguardanti il lavoro o cose più frivole, magari fonte distrazione.
A chi faceva notare che in questo modo si possono tenere sotto controllo le attività dei dipendenti, lo stesso Sullivan ha risposto con qualcosa che suonava “Se lo fanno già gli altri perché non possiamo farlo anche noi?”. Messa così, il dirigente Microsoft avrebbe anche ragione perché, purtroppo, software che tengono sotto controllo le operazioni sui pc dei dipendenti già esistono e vengono usati da diverse aziende. Ma installare preventivamente un dispositivo del genere dentro ogni sistema operativo non sembra proprio un passo in avanti in favore della privacy.