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Così parlò Bellavista

Così parlò Bellavista

Così parlò Bellavista

di Luciano De Crescenzo (Italia, 1984)

con Luciano De Crescenzo, Riccardo Pazzaglia,
Isa Danieli, Marina Confalone, Geppy Gleiyeses,
Benedetto Casillo, Renato Scarpa, Vittorio Marsiglia,
Nunzio Gallo, Lucio Allocca, Antonio Allocca,
Francesco De Rosa, Lorella Moriotti, Gerardo Scala

Film divertentissimo partorito dalla fervida mente di Luciano De Crescenzo. Tema portante: la città dell’amore, Napoli, quella in cui si svolge il film, in perenne confronto con Milano, la città italiana della Libertà. La trama ruota intorno al professor Bellavista (lo stesso De Crescenzo), insegnante di filosofia ormai in pensione, e al suo condominio. Tutto sembra tranquillo finché non arriva un milanese, il nuovo direttore dell’Alfa Romeo, a sconvolgere le abitudini dei condomini. Ogni aspetto della Napoli da cartolina (e del meridionalismo in genere) viene estremizzato, passato sotto la lente del luogo comune al fine di sottolinearne l’assurdità.
Con tranquillità posso dire che questo è un film corale in cui gli attori recitano in un’armonia stupenda. Da segnalare la scena del regista fotografo con Vittorio Marsiglia, quella del racconto del furto d’auto di Riccardo Pazzaglia (l’uomo della strada col cavalluccio sotto il braccio), quella del tassista che declama i versi di un poeta tradizionale mentre lancia improperi assurdi contro il traffico e le poesie ispirate del poeta condominiale.

Qui la scheda di Cinematografo.it.

Gates svela il prossimo Windows. Un occhio alla sicurezza e uno ad Apple

Il capo di Microsoft fa una dimostrazione del sistema Longhorn

Avrà una grafica in stile Mac e nuove soluzioni anti hacker

Psp, in Europa il primo settembre. Ma i fan non riescono ad attendere

Posticipato il debutto della nuova console portatile Sony

All’estero è già un cult. I fan se la fanno mandare dall’Asia

Microsoft piazza una scatola nera dentro Windows

Microsoft piazza una scatola nera dentro Windows

Longhorn, la prossima versione del sistema operativo, potenzierà il software di segnalazione errori

(Nicola Bruno – www.itnews.it – 29/04/05)

Chi usa il sistema operativo ‘Windows Xp’ sa già che ogni volta un’applicazione si blocca questa stessa si chiude e cerca di mandare alla società madre le informazioni sul problema che ha causato il malfunzionamento.

Con la prossima versione di Windows, l’ormai noto ‘Longhorn’, le cose cambieranno ma non di molto. La corporation di stanza a Redmond ha deciso infatti di inserire una vera e propria scatola nera nel sistema operativo. In altre parole il software per la diagnostica e la comunicazione degli errori, denominato “Dr. Watson”, sarà potenziato. Le motivazioni ufficiali parlano di ‘prevenire i blocchi dei computer e cercare di capire meglio le motivazioni di tali problemi’ ma da più parti si alzano già voci che lamentano difetti di privacy in questa operazione.

Il principale problema riguarderebbe il fatto che tra le informazioni veicolate verso Microsoft ci sarebbero non solo il nome del programma in esecuzione al momento del blocco ma anche i contenuti del documento in elaborazione. Per la clientela ‘business’, prevista anche la possibilità di far ricevere ai sistemisti di rete un avviso nel momento in cui il singolo pc dell’impiegato si blocca e spedisce l’avviso alla casa madre.

Lo stesso Bill Gates, durante un incontro alla ‘Windows Hardware Engineering Conference’, ha dichiarato che la nuova funzionalità presente in ‘Longhorn’ deve essere concepita come una vera e propria scatola nera, simile a quelle presenti sugli aerei, qualcosa capace di far lavorare insieme azienda ed utente al fine di diagnosticare il problema. Come dire «Aiutateci ad aiutarvi».

Tutti i timorosi di una deriva tipo Grande fratello di orwelliana memoria possono dormire sonni tranquilli. La scelta di inviare o meno i dati sul crash dell’applicazione dipenderà ancora dall’utente. La sostanziale differenza con l’attuale sistema di segnalazione errori consiste nella possibilità di vedere il contenuto dei dati che stanno per essere inviati. In caso di blocco dell’applicazione, insomma, si potrà scegliere se inviare il messaggio di errore e quali parti inviare.

Greg Sullivan, numero uno del product management di Microsoft, assicura che sarà l’utente ad avere il pieno controllo su questo tipo di operazioni. In caso di crash sullo schermo apparirà una cosiddetta ‘finestra di dialogo’ che permetterà di scandagliare nel dettaglio «carattere per carattere» quello che il pc spedirà ai server di Redmond.

Domanda impertinente: tutta questa libertà di scelta ha ancora senso nel caso in cui l’utente ha la possibilità di vedere cosa sta per spedire all’azienda ma non ne comprende il significato? Si faccia attenzione: spesso i messaggi di errore altro non sono che dati tecnici: codici indicanti chiavi di registro, linee di codice e cose di questo genere.

Questo sul fronte ‘consumer’. Per la clientela ‘business’, invece, le cose funzioneranno in maniera leggermente diversa. Saranno infatti i gestori di rete a decidere quale politica di segnalazione errori adottare. La scatola nera, ad esempio, potrebbe addirittura dar loro la possibilità di sapere non solo se un impiegato stava usando ‘Internet Explorer’ al momento del blocco, ma anche se questi stava vedendo un video-streaming su qualche sito non proprio attinente alle proprie mansioni. Stesso discorso per l’instant messenger: il messaggio di errore sarebbe in grado di rivelare se l’utente stava scambiando informazioni riguardanti il lavoro o cose più frivole, magari fonte distrazione.

A chi faceva notare che in questo modo si possono tenere sotto controllo le attività dei dipendenti, lo stesso Sullivan ha risposto con qualcosa che suonava “Se lo fanno già gli altri perché non possiamo farlo anche noi?”. Messa così, il dirigente Microsoft avrebbe anche ragione perché, purtroppo, software che tengono sotto controllo le operazioni sui pc dei dipendenti già esistono e vengono usati da diverse aziende. Ma installare preventivamente un dispositivo del genere dentro ogni sistema operativo non sembra proprio un passo in avanti in favore della privacy.

Been there, seen those

Raghu Rai - Darjilng-trainAnders Petersen - senza titolo



Domenica, 24 Aprile 2005


FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma

Musei Capitolini – Palazzo Caffarelli

Piazza del Campidoglio, 1 (ingresso mostre Via delle Tre Pile, 1)

00186 Roma Italia

India

A cura di Enrica Scalfari



Il Festival dedica il primo grande omaggio in Italia al maestro della fotografia indiana, che ha elaborato appositamente per l’occasione un percorso inedito nella sua opera, restituendo un ritratto contemporaneo del suo paese: "Le fotografie che ho scattato in tutti questi anni sono una sorta di risposta istintiva agli stimoli che ricevo dalla mia terra, a volte mi sembra di poter fotografare ad occhi chiusi, lasciandomi guidare da un’energia interna che trascina con sé una cultura e un’identità millenaria, che ancora oggi pervade questo paese. Questa è la magia del fotografare l’India, una società complessa, multiculturale e multistratificata e questo è ciò di cui parla il mio lavoro."

Raghu Rai

Raghu Rai, maestro della fotografia indiana, è nato nel Dicembre 1942. Oltre a vincere vari premi nazionali ed internazionali, Rai ha esposto i suoi lavori a Londra, Parigi, New York, Amburgo e Praga, il museo Bunkamura a Tokio, Zurigo e Sidney. Vive a New Delhi con la sua famiglia e fa parte dell’agenzia Magnum Photos.

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Roma, a diary 2005

A cura di Marco Delogu



Una Roma mai vista, in esclusiva per FotoGrafia. Il festival ha incaricato il fotografo svedese Anders Petersen di realizzare, dopo le produzioni di Josef Koudelka nel 2003 e Olivo Barbieri nel 2004, un nuovo lavoro che abbia come soggetto Roma e i romani. Uno sguardo profondo, quello di Petersen, che non si ferma alle apparenze di una città dalla storia straordinaria, ma indaga le ragioni, le soddisfazioni, gli affanni del nostro vivere presente. Petersen mostra come sia possibile, anche in una città dalla sterminata iconografia, estrarre nuovi punti di vista, quelli di una città dalle identità molteplici, che si protende verso il futuro nel segno della convivenza. Il contesto metropolitano viene indagato attraverso la presenza dell’elemento umano, delle sue relazioni, degli oggetti nei quali manifesta la propria personalità. Viene così alla luce una Roma al tempo stesso dolente e fiera, capace di manifestare la sua anima anche a prescindere dai segni della storia.

Anders Petersen

Anders Petersen è nato a Stoccolma nel 1944. Ha conquistato una fama indiscussa sin dagli inizi della sua carriera, per il lungo studio dedicato agli avventori di un caffè di Amburgo durante gli anni 70: pubblicato nel 1978 "Café Lehmitz" è diventato un libro di culto per il pubblico internazionale. Ha vinto il premio come Fotografo dell’Anno 2003 al Festival di Arles.

Samsung inventa il nuovo hard disk

Samsung inventa il nuovo hard disk

Scrive senza ruotare e abbina un flash memory chip al disco rigido. Risparmio energetico del 15%

(Nicola Bruno – www.itnews.it
– 26/04/05)

Forse in pochi lo sanno ma un hard disk consuma tra il 10 ed il 15% dell’energia conservata nelle batterie di un portatile. Questo deve aver pensato la Samsung quando ha deciso di sviluppare un nuovo tipo di disco rigido. La soluzione è alquanto semplice (bastava pensarci un po’) ma è stato necessario un po’ tempo prima di poterla sviluppare. Bisognava fare in modo che il disco fosse attivo il meno possibile; a consumare energia sono i motorini che fanno ruotare le piastre, per cui, meno tempo girano, meno energia sprecano. Tutto qui. Eppure la rotazione è necessaria ogni volta che i dati dal disco fisso viaggiano verso la memoria Ram e, viceversa, ogni volta che da questa tornano.

Allora come fare? Il trucco sta tutto nell’abbinare un chip di memoria flash al disco. Una memoria con una capacità di 1 Gb, interposta tra Ram e Hd, che possa immagazzinare temporaneamente i dati in arrivo e spedirli al disco in un secondo momento, solo quando è prossima a riempirsi. In altre parole potremmo dire che il nuovo hard disk Samsung ‘dorme’ finchè la memoria tampone non è piena e si ‘sveglia’ solo quando questa, essendosi riempita, gli riversa sopra di dati. Il modello, presentato come prototipo ieri durante la ‘Windows Hardware Engineering Conference’ di Seattle, attiva il disco fisso per circa 30-45 secondi ogni mezz’ora: l’obiettivo più prossimo dell’azienda coreana è di dimezzare ulteriormente i tempi, portando l’hard disk a girare per soli 30-45 secondi ogni ora.

Se si fanno un po’ di conti, tenendo presente il succitato dispendio di energia da parte del disco fisso, si può auspicare che un computer portatile potrebbe estendere l’autonomia delle batterie di circa 36 minuti (nel caso in cui queste abbiano una durata massima di 4 ore). Non solo: pare che con questo tipo di hard disk ibrido si riducano notevolmente anche i tempi di boot, ossia di accensione del computer.

La flash memory montata su questo nuovo modello di disco rigido fa parte della famiglia ‘ONEhand’, una linea di chip Samsung relativamente nuova che possiede alcune caratteristiche già presenti sulle memorie di tipo ‘NAND’, come l’alta densità e l’alta velocità di registrazione dei dati, e su quelle di tipo ‘NOR’, vedi un’alta velocità nella ricerca dei dati.

Lo sviluppo di prodotti come il nuovo disco rigido ibrido è perfettamente in linea con le strategie di sviluppo Samsung; l’obiettivo è quello di ottenere un ruolo importante anche nel settore degli hard disk, oltre che in quello delle memorie flash (dove è già leader mondiale). Ivan Greenberg, direttore del marketing strategico Samsung, in occasione della conferenza ‘Win HEC’ ha annunciato che allo studio e allo sviluppo di questo nuovo prodotto ha partecipato anche la Microsoft. Come a dire che la sua azienda nel campo hardware per pc sta seguendo le stesse orme che ha già tracciato nella trionfale ascesa ai primi posti del mercato delle vendite di telefoni cellulari, ossia: creare differenti divisioni per la cooperazione al fine di ridurre i costi, migliorare le performance ed aumentare la redditività.

Innovazioni tecnologiche, alleanze e strategie di marketing sembrano dunque le uniche armi che le aziende possiedono per far fronte all’inesorabile caduta di prezzi che in questo periodo sta travolgendo il mercato sia delle memorie flash che dei dischi rigidi.

Entro la fine dell’anno i domini internet europei

Accordo tra le autorità che gestiscono i nomi dei siti sul web

Gli indirizzi. eu in vendita dal 2006: ma occhio alle truffe

Appizzate la recchia

Ascoltate bene il brano A e ditemi se non vi ricorda almeno un po’ il brano B

A. "Anthouse" di Tommy Vee

B. "How Would You Feel" di David Morales feat. Lea Lorien

A. "Bassline" di Richard Grey

B. "Voyager" dei Daft Punk  oppure "Intro" dall’E.P. "Running" di Alan Braxe e Fred Falke

A. "Laura" degli Scissor Sister

B. "Honey" di Moby

A. "Decadance" di Antoine Claraman

B. "Burnin’" dei Daft Punk

Big fish

Big fish

Big fish

di Tim Burton (Usa, 2003)

con Ewan McGregor, Albert Finney

Jessica Lange, Billy Cudrup, Marion Cotillard,

Helena Bonham Carter, Alison Lohman,

Danny De Vito, Steve Buscemi

Bellissima fiaba di Tim Burton con tanto di gigante, nano, strega, foresta incantata, villaggio paradisiaco e pesce mostro (da cui il titolo, appunto). La storia della vita di un uomo – Edward Bloom  – vista attraverso i suoi racconti incredibilmente fitti di fantasia, seppur ispirati alla sua vita reale. Sostanzialmente ci troviamo di fronte ad un sognatore, un tipo a cui la sua piccola città sta stretta, uno che è molto egocentrico, che gode nello stare sempre al centro dell’attenzione, uno a cui piace affascinare chiunque gli stia intorno ma, tutto sommato, anche una persona buona, affabile, ‘piaciona’. Sovrapposto a questo tema (il principale) troviamo l’annoso problema del confiltto generazionale tra padre e figlio ed il rassicurante quadretto della coesione famigliare.

Molto bravo Ewan McGregor nel ruolo del giovane Edward Bloom ma la vera sorpresa di questo film è Helena Bonham Carter (già vista nel ruolo di Marla Singer in ‘Fight Club’), eccellente nell’interpretare la strega e la giovane amante del protagonista. Un plauso anche alla immarcesibile Jessica Lange, alla maschera di simpatia Albert Finney (l’anziano Bloom) e alla dolce Marion Cotillard (Josephine). Godibilissimi i cameo di Danny De Vito (il nano del circo ) e Steve Buscemi (il poeta di Spectre)
.

Sulla regia non si discute. Quando si tratta di creare delle favole moderne Tim Burton non sbaglia. Eccellenti scelte sia per gli effetti speciali, che per le luci, il casting ed i tempi del racconto.

La scheda di Cinematografo.it e quella di FilmUp-Leonardo.

Il sito ufficiale e quello in italiano.

Barton Fink

Barton Fink

Barton Fink

di Joel e Ethan Coen (1991, Usa)

con John Turturro, John Goodman,

Steve Buscemi, Judy Davis

Questo non è il miglior film dei fratelli Coeh ma presenta già in nuce lo stile che si ritroverà in tutta la loro produzione. A partire dal casting: Goodman, Turturro e Buscemi sono presenze fisse nelle loro pellicole (vedi "Il grande Lebowsky", "Fargo", ecc.) e anche qui, come sempre, recitano alla grandissima. Nessuno di loro è il tipico fighetto dalla faccia pulita. Il loro è un volto comune ma non mediore, capace di comunicare mille cose con un solo movimento di muscolo. Basti vedere la scena dell’arrivo all’albergo, ossia il dialogo tra il protagonista (Fink/Turturro) ed il portiere (Chet/Buscemi).

Barton Fink è un artista di successo che scrive storie per il teatro. A Broadway (New York) diviene così famoso che i pezzi grossi di Hollywood lo richiedono a gran voce. In primis il protagonista risulta riluttante ed insicuro perchè si sente a suo agio nell’ambiente e nellla città in cui vive da sempre ma il richiamo della città degli Angeli è più forte. A Hollywood, una volta arrivato, si sistema in un alberghetto vecchio e logoro che "dà la sensazione di essere stato di lusso almeno 40 anni prima" [Pepponzo dixit]. Ha un incontro con il capo dei capi dei "Planet Studio" il quale stravede per lui e perciò gli dà piena fiducia, lo mette subito sotto contratto e gli propone di scrivere una sceneggiatura per un film sul wrestling. A questo punto arriva il blocco anche perché di Wrestling non sa nulla, non ha visto tanti film in vita sua e non ha la minima idea di ome vadano le cose nell’industria del cinema. Inoltre i rumori che infestano l’infimo hotel disturbano così tanto il giovane scrittore da permetergli di lavorare. La mancanza di concentrazione non porta Barton oltre le 3 righe; ogni volta che poggia le dita sulla sua macchina da scrivere, quando la vena creativa sembra apparire all’orizzonte, viene sempre bloccato. La sua mente è ancora rivolta ai vicoli e ai quartieracci di New York. Il suo interesse è suscitato soprattutto dalla vita della gente comune che lì ci abita. Il suo pallino è quello di portare la vita dell’uomo comune nelle storie per il teatro, elevandola alla dignità di soggetto. L’unico amico che riesce a farsi nella estranea Los Angeles è un assicuratore ciccione, vicino di stanza, allo stesso tempo invadente e simpatico. Il suo modo di fare di ques’ultimo è così strano da portare i due a stringere un legame di vera amicizia. Ma la vita hollywoodiana del nostro è tutt’altro che rose e fiori. I problemi, quelli veri, arrivano quando incontra uno scrittore/sceneggiatore celeberrimo e la sua compagna/segretaria. Il finale non lo racconto per lasciare il gusto della sorpresa ma, mi si permetta di aggiungere, che ha lasciato qualche spettatore a bocca asciutta, nonostante l’ultimissima scena sia molto evocativa.

I critici italiani hanno affibbiato al film "Barton Fink" etichette come
"noir", "sulfureo", "umbratile", "ossessivo", "non completamente risolto" e cose di questo tipo. Io mi limito ad aggiungere che la critica ad Hollywood e al mondo del cinema statunitense, leggibile sottotraccia ma nemmeno molto nascosta, seppur raccontata attraverso una semplice storia, è abbastanza sagace ed irriverente. Quello che piace è la punta di surrealismo, quel non-so-che che rende le pellicole dei Coen così strane e geniali allo stesso tempo. Il thrilling, gli omicidi, le immagini cruenti, il sangue rosso vivo, le indagini dei due detective, l’idelismo del giovane scrittore, l’uomo comune, la solitudine, la passione, l’arte del vendere, la moralità, l’alcolismo, l’estro creativo, il ghost-writing, l’essere sfigati, il confronto ‘New York vs. Los Angeles’, sono tutti pezzi di un mosaico che nelle mani di Joel e Ethan finisce per combaciare perfettamente.

Nota 1: questo film è tratto dal romanzo "City of nets" di Otto Friedrich;

Nota 2: questo film nel 1991 ha vinto la Palma d’oro al festival di Cannes (migliore protagonista maschile) e nel 1992 il David di Donatello (migliore attore straniero), entrambi ovviamente per John Turturro.

La scheda di Cinematografo.it