
Barton Fink
di Joel e Ethan Coen (1991, Usa)
con John Turturro, John Goodman,
Steve Buscemi, Judy Davis
Questo non è il miglior film dei fratelli Coeh ma presenta già in nuce lo stile che si ritroverà in tutta la loro produzione. A partire dal casting: Goodman, Turturro e Buscemi sono presenze fisse nelle loro pellicole (vedi "Il grande Lebowsky", "Fargo", ecc.) e anche qui, come sempre, recitano alla grandissima. Nessuno di loro è il tipico fighetto dalla faccia pulita. Il loro è un volto comune ma non mediore, capace di comunicare mille cose con un solo movimento di muscolo. Basti vedere la scena dell’arrivo all’albergo, ossia il dialogo tra il protagonista (Fink/Turturro) ed il portiere (Chet/Buscemi).
Barton Fink è un artista di successo che scrive storie per il teatro. A Broadway (New York) diviene così famoso che i pezzi grossi di Hollywood lo richiedono a gran voce. In primis il protagonista risulta riluttante ed insicuro perchè si sente a suo agio nell’ambiente e nellla città in cui vive da sempre ma il richiamo della città degli Angeli è più forte. A Hollywood, una volta arrivato, si sistema in un alberghetto vecchio e logoro che "dà la sensazione di essere stato di lusso almeno 40 anni prima" [Pepponzo dixit]. Ha un incontro con il capo dei capi dei "Planet Studio" il quale stravede per lui e perciò gli dà piena fiducia, lo mette subito sotto contratto e gli propone di scrivere una sceneggiatura per un film sul wrestling. A questo punto arriva il blocco anche perché di Wrestling non sa nulla, non ha visto tanti film in vita sua e non ha la minima idea di ome vadano le cose nell’industria del cinema. Inoltre i rumori che infestano l’infimo hotel disturbano così tanto il giovane scrittore da permetergli di lavorare. La mancanza di concentrazione non porta Barton oltre le 3 righe; ogni volta che poggia le dita sulla sua macchina da scrivere, quando la vena creativa sembra apparire all’orizzonte, viene sempre bloccato. La sua mente è ancora rivolta ai vicoli e ai quartieracci di New York. Il suo interesse è suscitato soprattutto dalla vita della gente comune che lì ci abita. Il suo pallino è quello di portare la vita dell’uomo comune nelle storie per il teatro, elevandola alla dignità di soggetto. L’unico amico che riesce a farsi nella estranea Los Angeles è un assicuratore ciccione, vicino di stanza, allo stesso tempo invadente e simpatico. Il suo modo di fare di ques’ultimo è così strano da portare i due a stringere un legame di vera amicizia. Ma la vita hollywoodiana del nostro è tutt’altro che rose e fiori. I problemi, quelli veri, arrivano quando incontra uno scrittore/sceneggiatore celeberrimo e la sua compagna/segretaria. Il finale non lo racconto per lasciare il gusto della sorpresa ma, mi si permetta di aggiungere, che ha lasciato qualche spettatore a bocca asciutta, nonostante l’ultimissima scena sia molto evocativa.
I critici italiani hanno affibbiato al film "Barton Fink" etichette come "noir", "sulfureo", "umbratile", "ossessivo", "non completamente risolto" e cose di questo tipo. Io mi limito ad aggiungere che la critica ad Hollywood e al mondo del cinema statunitense, leggibile sottotraccia ma nemmeno molto nascosta, seppur raccontata attraverso una semplice storia, è abbastanza sagace ed irriverente. Quello che piace è la punta di surrealismo, quel non-so-che che rende le pellicole dei Coen così strane e geniali allo stesso tempo. Il thrilling, gli omicidi, le immagini cruenti, il sangue rosso vivo, le indagini dei due detective, l’idelismo del giovane scrittore, l’uomo comune, la solitudine, la passione, l’arte del vendere, la moralità, l’alcolismo, l’estro creativo, il ghost-writing, l’essere sfigati, il confronto ‘New York vs. Los Angeles’, sono tutti pezzi di un mosaico che nelle mani di Joel e Ethan finisce per combaciare perfettamente.
Nota 1: questo film è tratto dal romanzo "City of nets" di Otto Friedrich;
Nota 2: questo film nel 1991 ha vinto la Palma d’oro al festival di Cannes (migliore protagonista maschile) e nel 1992 il David di Donatello (migliore attore straniero), entrambi ovviamente per John Turturro.
La scheda di Cinematografo.it