locandina

Io non ho paura
(di Gabriele Salvatores, Ita 2003)

Sulla trama c’è poco da dire: originale, fresca. Qui, però il merito va a Niccolò Ammaniti che ha scritto questo romanzo e a Francesca Marciano che, con lui, ne ha curato la sceneggiatura per il film. A me il film è piaciuto, sarà perchè nel ragazzino protagonista mi sono ritrovato quasi al 100%, sarà perchè era girato ed ambientato nella mia Puglia, sarà perchè mi ha fatto rivivere gli anni della mia infanzia… Gabriele Salvatores l’ho sempre considerato un buon regista. Mi sono piaciuti sia “Mediterraneo”, “Il Baribiere di Rio”, “Kamikazen, ultima notte a Milano”, e persino “Amnèsia” (ingiustamente maltrattato dalla critica). Per non parlare di “Sud” che, per me, è un piccolo capolavoro. Con quest’ultimo film si riconferma un’ottima promessa per il cinema italiano. Anzi, ormai è una consolidata realtà. Lui ed Abatantuono sono un connubbio vincente che va avanti da anni. Insieme a Maurizio Totti hanno anche creato la casa di produzione “Colorado Film” (strettamente legata al locale milanese di cabaret ed al programma che andrà in onda su Italia1 il prossimo autunno). Ottime le interpreatazioni degli attori. Tutti i piccoli della pellicola apparivano per la prima volta sullo schermo ma non hanno mostrato imperizia. Tutt’altro. Se si esclude qualche civetteria di Adriana Conserva (Barbara) si può dire che hanno recitato come se si fossero diplomati a pieni voti all’Actor studio di New York. Le espressioni da duro del boss delle piccola cricca sono da manuale. La dolce ingenuità di Giulia Matturro (Maria) mi ha fatto molta tenerezza. – Forse sarà stato perchè i suoi grandi occhi neri mi ricordavano quelli che la mia piccola Framci aveva all’età di 5 anni… – Il protagonista non ha mancato di genuini sentimenti da ragazzino appena decenne. Curiosità, ingenuità, solitudine, incompresione per le vicende dei grandi, solidarietà per un suo coetaneo diverso ed uguale nello stesso tempo, generosità, magnanimità e spirito di sacrificio. Il romanzo richedeva questa complessa serie di sentimenti e Giuseppe Cristiano (Michele) è riuscito ad interpretarli alla perfezione. Aitana Sànchez-Gijòn e Dino Abbrescia se la sono cavata molto bene nel rendere la mediocrità di due genitori sull’orlo della disperazione nella Puglia a cavallo tra i ’70 e gli ’80. Che dire di Abatantuono? Da tempo si è scrollato da dosso lo stereotipo del “Terruncello”. Ha impersonato tanti ruoli che in un certo modo avevano qualcosa in comune. Quel non so che del diegone nazionale che la domenica sera spesso vediamo sugli shcermi di “Controcampo”. Il ruolo che recita in “Io non ho paura” è, secondo me, la sua consecrazione ad attore poliedrico e totale. Nessuna comicità per il personaggio di Sergio. Al massimo tutta una serie di tratti grotteschi (la grossa pancia, il riporto unto, il pizzo arruffato, gli occhiali a goccia con montatura dorata, le volgarità del linguggio, lo spiccato accento milanese, ecc.) che ne fanno un’icona del lercio poco raccomandabile, un malavitoso per disperazione. Uno dei prossimi libri che leggerò sara proprio questo di Ammantiti. E’ Deciso!